Convenzione e materialismo

«Come il processo di produzione capitalistico dagli anni ’80 ha modificato linguaggio e non solo»

Convenzione e materialismo

L'unicità senza aura

Convenzione e materialismo
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Questo libro è una polaroid delle forme di vita contemporanee e una critica niente affatto diplomatica delle ideologie postmoderne. Scritto subito dopo la sconfitta dei movimenti rivoluzionari degli anni Sessanta e Settanta, traccia una strada filosofica e politica per sfuggire sia alla nostalgia del passato, coltivata dalla sinistra patetica, sia all’apologia del presente, intonata da quanti si affrettano a correre in soccorso del vincitore.
Virno affronta qui, per la prima volta, una questione che in seguito avrebbe fatto versare fiumi di inchiostro: la piena identità tra lavoro e linguaggio, produzione materiale e comunicazione simbolica. Benjamin, Heidegger, Marx, Wittgenstein, linguisti ed epistemologi sono chiamati in causa dall’autore come una «cassetta degli attrezzi» utile a decifrare quel che ha trasformato in profondità i rapporti sociali, le biografie dei singoli, le passioni e i conflitti. Non storia della filosofia, ma filosofia applicata al presente.
La riedizione rivista di un libro che ha segnato lo sviluppo del pensiero critico in Italia e non solo.


Un assaggio

Questo libro, scritto tra il 1980 e il 1985, affronta con evidente povertà di mezzi questioni filosofiche niente affatto stagionali: la struttura ossea di ciò che chiamiamo «esperienza», il rapporto tra intelletto astratto e sensi, la genesi del singolare dall’impersonale, il radicamento dell’istanza etica nel funzionamento del linguaggio. Conta qualcosa, però, la stagione in cui mi sono dedicato a questi temi non stagionali. Proprio allora, infatti, la sconfitta dei movimenti rivoluzionari in Occidente sprigionava i suoi effetti più ruvidi sullo spirito del tempo, modificando in fretta forme di vita e stili di pensiero. In quel periodo fu rotta la schiena agli operai delle grandi fabbriche, che avevano tentato di fondare, con la sapienza e la spregiudicatezza tipiche di ogni autentica assemblea costituente, una repubblica da cui fosse messo al bando il lavoro salariato. Tra il 1980 e il 1985, transitarono per le carceri italiane circa cinquemila militanti politici; la casa editrice Feltrinelli espulse dal suo catalogo le opere di Antonio Negri; invalse l’uso, disincantato e stucchevole a un tempo, della parola «fidanzato/a» per indicare la persona amata; cominciò quella metamorfosi tumultuosa del processo produttivo che per lungo tempo sarebbe stata incasellata con l’etichetta pigra di «postfordismo».
Senza proporselo esplicitamente, il libro fu anche un tentativo di afferrare con il pensiero questo passaggio d’epoca, assai più radicale, credo, del successivo crollo senza onore del «socialismo reale». È abbastanza naturale che nell’ora del pericolo, quando tutto è in bilico, si sia spinti ad allargare lo sguardo a certi problemi di fondo, logici o etici, della vita umana. Ma è altrettanto naturale che una riflessione rinnovata sui problemi di fondo, rilevanti da sempre, serva a stringere meglio la presa su quel che sta accadendo proprio ora. Non si tratta soltanto di una questione di metodo. Dai primi anni Ottanta in poi, il processo di produzione capitalistico non ha fatto che mobilitare a proprio vantaggio alcuni tratti invarianti della nostra specie: la facoltà di linguaggio, la flessibilità connessa alla mancanza di un ambiente rigidamente definito, la familiarità con il possibile e l’imprevisto ecc. Sicché, per comprendere l’attuale processo di produzione capitalistico, è davvero opportuno, anzi indispensabile, soffermarsi sui tratti invarianti della nostra specie. Ma queste, mi rendo conto, sono considerazioni retrospettive.
Il compito più urgente, a quel tempo, consisteva nel coniare concetti che eludessero in un colpo solo le due inclinazioni prevalenti: nostalgia per la situazione precedente o isterica apologia del presente. Concetti in rotta di collisione sia con l’illuminismo senza luce di Habermas, sia con la sinistra euforia dei filosofi postmoderni. Concetti capaci di esprimere, come voleva Benjamin, «una totale mancanza di illusioni nei confronti dell’epoca e ciò nonostante un pronunciarsi senza riserve per essa». L’importante era passare a contropelo la grande trasformazione in corso, così da scorgere nei suoi esiti un potenziale campo di battaglia. L’importante era mettere mano a una filosofia che contenesse più cose di quante sembravano essercene tra cielo e terra.

ISBN: 978-88-6548-014-4
PAGINE: 160
ANNO: 2011
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Filosofia
Autore

Paolo Virno

Paolo Virno insegna filosofia all'Università Roma Tre. Ha pubblicato, tra l'altro,  Mondanità (manifestolibri, 1994), Parole con parole (Donzelli, 1995), Il ricordo del presente (Bollati Boringhieri, 1999), Quando il verbo si fa carne (Bollati Boringhieri, 2003), Motto di spirito e azione innovativa (Bollati Boringhieri, 2005), E così via, all'infinito. Logica e antropologia (Bollati Boringhieri, 2010). Fa parte del comitato scientifico della collana «Labirinti» di DeriveApprodi.
RASSEGNA STAMPA

"E'stato il mio maestro"

Recensione di Francesco Raparelli al libro Convenzione e materialismo - da Globalproject.info , 15 aprile 2011

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