Cos’è il carcere

«Ho finito di leggere il più completo manuale di istruzioni per futuri carcerabili».

Erri De Luca

Cos’è il carcere

Vademecum di resistenza

Prefazione di Erri De Luca

Cos'è il carcere
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Per la stragrande maggioranza delle persone il carcere è un universo sconosciuto. La paura che esso evoca genera un meccanismo di rimozione. E così il carcere si sottrae allo sguardo pubblico e alla critica della sua funzione, supposta, di risocializzazione. Da qui la necessità di provare a spiegare «cos’è il carcere», e di discutere la «possibile utopia» della sua abolizione.  Questo tentativo riesce bene a Salvatore Ricciardi, che il carcere ha conosciuto a fondo per averci trascorso un lungo tratto della sua esistenza.
Con una narrazione essenziale, Ricciardi racconta in cosa consiste «la casa del nulla», una delle tante definizioni coniate dai prigionieri per nominare l’inferno che sono costretti ad abitare. Una realtà regolata da una violenza quotidiana dispotica e crudele, dai parametri di una pena affatto «rieducativa». Come in un lucido sogno, Ricciardi si addentra nella vita passata, si ricala nei gironi dell’inferno, ne ripercorre i meandri raccontando i corpi e le menti sofferenti che lo abitano, le loro condizioni materiali di vita, le loro tecniche di resistenza all’annientamento psicofisico che fa registrare centinaia di suicidi e migliaia di atti di autolesionismo all’anno.
Ma quel che in questo viaggio viene man mano collezionato è la ricchezza, la complessità e l’erudizione del lessico dei prigionieri: lo straordinario vocabolario di una lingua elaborata in secoli di lotta e resistenza trasmessa da recluso a recluso. Per resistervi.


Un assaggio

Tornare in carcere. Perché? Ci puoi tornare per caso, per un accidente in agguato che ti può balzare addosso d’un tratto. Un inconveniente dovuto al marchio che ti porti stampato in fronte. L’ex detenuto, si sa, in ogni occasione è il sospettato principale. Ci puoi tornare volontariamente, per constatare i cambiamenti avvenuti e confrontare la nuova realtà con quella di qualche decennio fa. Ci puoi tornare con la fantasia, per ripercorrere quello spazio e quel tempo annullato, violentato. Ci puoi tornare perché hai la forte sensazione che lì dentro hai lasciato qualcosa che devi recuperare. Rientrare con la fantasia non è difficile per noi, «detenuti di lungo corso», che la galera ce l’abbiamo cucita addosso e non riusciamo a strapparcela via, perché è qualcosa che ci accompagna sempre e ovunque. Capita che persone amiche che non vedi da tempo ti chiedano se hai davvero finito tutto, oppure se stai ancora in uno di quei maledetti «gironi» che accompagnano l’ultima fase della detenzione: la semilibertà, la libertà condizionale eccetera. Si stupiscono quando con un po’ di esitazione gli dici che sì, hai veramente finito tutto, che puoi muoverti con libertà, che hai addirittura di nuovo il passaporto. Li scopri contenti ma sorpresi, perché per loro tu sei la galera personificata, una galera che nell’immaginario non finisce mai. Hai voglia a dire a tutti che finalmente hai scontato tutta la condanna, che ti sei lasciato la galera alle spalle, che quei giorni immobili ormai sono solo un ricordo. Anche se quasi ti vergogni a sottolineare il tuo allontanamento dal carcere. Perché là altri corpi hanno preso il tuo posto, e per questo ti senti in colpa. Tu sei la galera che cammina a cui chiedere notizie su particolari nascosti che può sapere solo chi ha avuto lunga dimestichezza con quel luogo spregevole. Non si tratta di richieste bislacche, hanno un loro senso. Pelé, Maradona rappresentano il gioco del calcio anche quando hanno smesso di giocare, così come tu rappresenti la galera anche quando una parte di te ne è uscita. Una parte, appunto. Perché anche se le carte giudiziarie attestano che tu sei libero a tutti gli effetti, una parte di te rimane comunque dentro e non riesci a farla uscire. Infatti, tutti se ne accorgono. È questa la ragione per rientrarci: rintracciare quella parte di te che si sono tenuti, riprendersela e provare di nuovo a essere te stesso per intero. Il carcere è cambiato, ma non nella sua sostanza. I cambiamenti, quelli proposti e i pochi realizzati da ministri e parlamentari, non ne hanno modificato l’essenza. Perché qualcosa può davvero modificarsi solo quando i cambiamenti vengono imposti dalla volontà collettiva dei carcerati che lottano in forma organizzata. Che cosa succede in carcere? Te lo domandano le persone sensibili che seguono ciò che avviene dietro quelle mura, oppure chi vede portarsi via e chiudere dietro le sbarre una persona cara. Come si troverà? Reggerà la situazione? Te lo domandano e aspettano con ansia una risposta. Che tu non sia più rinchiuso in quelle celle non importa, tu sei comunque la galera e puoi sapere, puoi capire le vicissitudini di un corpo rinchiuso là dentro: cosa può servirgli, cosa gli si può mandare, cosa viene ammesso e cosa rifiutato, quali accortezze occorrono. Tenerti aggiornato sulla galera non è facile. Non basta leggere le circolari, le nuove leggi, le notizie che affiorano, spesso travisate, sui giornali e sugli altri media. Ci rientri con la fantasia e ti accorgi che è vero che dentro la prigione il tempo non passa. Anche se qualche segno lo trovi: quella macchia di umidità sul muro si è allargata, ha contagiato la parete adiacente, è arrivata al soffitto. Ci rientri per ripercorrere quel tempo sospeso e quello spazio annullato, per non dimenticare le atrocità, per farle conoscere. È il tempo del carcere che cammina sui muri delle celle Tu li riconosci al volo quelli che vengono dalla galera. Li conosci all’impronta. Chi ha fatto la galera, e ne ha fatta tanta, lo porta scritto in faccia. I segni della galera che solcano il viso sono diversi dal graffio del passare degli anni, sono indelebili come la salsedine che scolpisce i volti marinari. Il solco della galera sul viso, immobile come il tempo carcerato, è un profondo spartiacque tra speranza e paura. Molti conoscono le perversioni del sistema carcerario, ma il problema è che non vengono raccontate con le parole giuste, con i toni adeguati. Chi ostenta una presunta conoscenza del carcere spesso ondeggia tra leggende di aragoste e champagne degli ambienti della «mala pesante» e i lamenti penosi di un luogo oscuro, tenebroso, impenetrabile, terrorizzante. Un tempo i prigionieri avevano un loro linguaggio per comunicare e tramandare, dai vecchi ai giovani, la conoscenza delle infamie del carcere attraverso metafore, racconti, parabole. Parole che si diffondevano nella cerchia delle persone con loro solidali, ambienti un tempo numerosi e schierati dalla parte di chi il carcere lo subiva.

ISBN: 978-6548-113-4
PAGINE: 128
ANNO: 2015
COLLANA: -
TEMA: Carcere e nuove punitività
Autore

Salvatore Ricciardi

Salvatore Ricciardi (Roma, 1940) dopo gli studi tecnici e il lavoro in un cantiere edile è assunto in qualità di tecnico nelle ferrovie dello Stato. Svolge attività sindacale nella Cgil e politica nel Partito socialista di unità proletaria. Partecipa al movimento del ’68 studentesco e del ’69 operaio. Negli anni successivi è tra i protagonisti dell’autorganizzazione nelle realtà di fabbrica e dei ferrovieri. Dopo aver militato dell’area dell’autonomia operaia nel ’77 entra a far parte della Brigate rosse. Viene arrestato nell’80. Alla fine di quell’anno con altri prigionieri organizza la rivolta nel carcere speciale di Trani. Condannato all’ergastolo, alla fine degli anni Novanta usufruisce della semilibertà. Dopo trent’anni di detenzione, da pochi mesi mesi ha riacquistato la libertà. Lavora presso una libreria ed è redattore di Radio onda rossa a Roma.
RASSEGNA STAMPA

La guerra asimmetrica dello spazio tempo («Carmilla»)

 Su «Carmilla» la recensione di Sandro Moiso al libro di Salvatore Ricciardi, “Cos'è il carcere" – 6 febbraio 2015

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Salvatore Ricciardi a Fahrenheit («Radio 3»)

Salvatore Ricciardi ai microfoni della trasmissione Fahrenheit di «Radio Tre» per parlare del suo libro, “Cos'è il carcere”

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Cronache dal carcere "pacificato" («Il Lavoro Culturale»)

Recensione di Antonio Iannello al libro di Salvatore Ricciardi, "Cos'è il carcere" – da «Il lavoro culturale», 19 marzo 2015

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Monotonia, attese, sospensioni («Hufftington Post Italia»)

Sull'«Hufftington Post», edizione italiana, una recensione di Gianluca Capazzolo a "Cos'è il carcere", di Salvatore Ricciardi – 3 giugno 2015

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