Crack Capitalism

«La nuova grammatica politica delle piazze occupate»

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«Come cambiare il mondo senza prendere il potere?» si chiedeva il sociologo e militante americano John Holloway nel suo libro più conosciuto. Crack Capitalism ne rappresenta l’approfondita risposta. Una risposta all’apparenza semplice: creando zone di frattura nelle forme di dominio del capitalismo e lasciando che queste fratture si espandano. Secondo Holloway, le forme di vita, di relazione, di conflitto, di lavoro che si sottraggono alla logica del capitale non cessano di proliferare. Innumerevoli sono le istanze di produzione di spazi liberi, di spazi della «dignità».
Ma per Holloway si tratta anche di dare a questi spazi una forma che non sia più in alcun modo riconducibile a quella del capitale, dunque una forma quanto più possibile lontana da quello dello Stato.
La nuova grammatica della rivoluzione deve dunque partire dalla forma stessa dell’organizzazione, che è in quanto tale un momento di sottrazione alla dinamica del potere: dalla Comune di Parigi alle asambleas argentine, numerose sono le esperienze storiche e contemporanee a cui guardare. Sono questi momenti quotidiani di ribellione, nei quali sperimentare diverse modi di fare, che rappresentano delle vere e proprie crepe del sistema di sfruttamento.

Traduzione dall’inglese di Vittorio Sergi.


Un assaggio

Rompere. Vogliamo rompere. Vogliamo creare un mondo diverso. Adesso. Niente di più normale, niente di più ovvio. Niente di più semplice. Niente di più difficile.

Rompere. Vogliamo rompere. Vogliamo spaccare il mondo per come è oggi. Un mondo di ingiustizia, di guerra, violenza, discriminazione, da Gaza a Guantamano. Un mondo di miliardari con un miliardo di persone che vivono e muoiono nella fame. Un mondo in cui l’umanità sta annientando se stessa, massacra le forme di vita non umane, distrugge le condizioni della propria esistenza. Un mondo governato dal denaro e dal capitale.

Un mondo di frustazione, di potenzialità sprecate.

Noi vogliamo creare un mondo diverso. Protestiamo, naturalmente. Protestiamo contro la guerra, contro la diffusione dell’utilizzo della tortura nel mondo e la trasformazione di tutta la vita in una merce da vendere e comprare, protestiamo contro il trattamento inumano dei migranti, contro la distruzione del mondo a vantaggio del profitto.

Protestiamo e andiamo oltre la protesta. Possiamo e dobbiamo farlo. Se ci limitiamo soltanto a protestare, permettiamo ai potenti di decidere le priorità. Se ci limitiamo a opporci a quello che stanno provando a fare, stiamo semplicemente seguendo i loro passi. Rompere significa fare di più, significa prendere l’iniziativa. Diciamo «No» ma dalla vostra negazione si sviluppa una creazione, un «altro-fare», un’attività che non prende forme con le regole del potere. Spesso il fare alternativo nasce dalla necessità: il funzionamento del mercato capitalista non ci permette di sopravvivere e abbiamo bisogno di trovare altri modi per vivere, di forme di solidarietà e cooperazione. Altre volte il fare alternativo avviene per scelta: rifiutiamo di sottomettere le nostre vite al dominio del denaro, ci dedichiamo a ciò che consideriamo necessario o desiderabile.

In ogni modo, viviamo il mondo che vogliamo creare.

ISBN: 978-88-6548-044-1
PAGINE: 256
ANNO: 2012
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro, Plebi e moltitudini
Autore

John Holloway

John Holloway è un sociologo e militante di origine irlandese. Vive e lavora in Messico dove è professore di sociologia all'Istituto di Scienze Umane e Sociali dell'Università Autonoma di Puebla. Tra le sue pubblicazioni, disponibili in italiano: Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi (2004) e Che fine ha fatto la lotta di classe? (2007).
RASSEGNA STAMPA

"Allegri e diffusi nel fare società" da Il Manifesto

Recensione di Pierluigi Sullo a "Crack Capitalism" di  John Holloway - da Il Manifesto, 16 giugno 2012

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