Cronaca di un’attesa

«Barbara va per la sua strada, e continua a regalarci con fierezza un libro dopo l’altro, insieme alla sua storia di cui ci offre le chiavi».

Adele Cambria

Cronaca di un’attesa

Cronaca di un'attesa
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Cronaca di un’attesa è il racconto dell’ultimo anno trascorso dall’autrice in libertà condizionale prima del fine pena. Quando il tempo si può cominciare a contare a mesi, dopo i decenni passati tra clandestinità e galera, cambia lo sguardo e la prospettiva. Come vivere un tempo sospeso di una vigilia sullo stipite di una soglia che dà su un paesaggio sconosciuto, invitante e sfuggente. I giorni passano con estenuante lentezza, come se tutto si fosse fermato, come se la vita immaginata nei lunghi anni alle spalle mostrasse il conto delle sue illusorie promesse. L’alibi della costrizione sta per abbandonarla e deve imparare a vivere la libertà, in un mondo che le appare sfigurato, triste, infelice, senza bellezza. La cronaca offre spaccati di vita sociale e lei cerca di interpretare i nuovi linguaggi usando la memoria del suo universo emotivo che la porta lontano, alla sua infanzia, all’infanzia di tutto. Ha imparato a diffidare del sovrapporsi di voci e ascoltare il silenzio. A cercare le ragioni di un insostenibile presente mettendo distanza, tornando indietro, fin dove è ancora possibile vedere e sentire. Una memoria visionaria la guida per ritrovare parole di senso per descrivere l’inimmaginabile di un fine corsa senza più fiato e attese. Forse ha sognato, forse non è successo nulla e tutto, nel migliore dei mondi possibili, scorre come dovrebbe. Ma la memoria è là a raccontarle che c’è sempre possibilità di scelta e che il tempo presente è solo l’ultimo, non l’unico.


Un assaggio

Capitolo 8

Le mie mani non sembrano più le mie. Sulla pelle sono comparse macchie che prima non c’erano. Le vene somigliano a rami di foce di fiume su una piana gualcita d’arsura. Eppure sono le mie. Piccole, col polso sottile che i ferri dei trasferimenti di carcere non riuscivano a trattenere. E mi piacciono, adesso più di quando erano più giovani e più anonime. Adesso che più spesso mi cade lo sguardo sui segni lasciati dall’uso. Un buon lasciapassare, per quando verrà il momento, di non finire né carne né pesce nell’anticamera dell’Inferno dantesco per un peccato di omissione e un fraintendimento di innocenza. Fra i tanti questi non sono rischi che posso correre.
Pensieri di stanchezza ai bordi della vecchiaia.
Patire l’inerzia del fermo gioco.
Perdere l’andatura, la voce, i nessi.
Stare fermi un giro, poi un altro e un altro ancora, finché le mete vengono tutte sostituite e non c’è più niente da aspettare.
Ma la pena si fa sentire, come punta di spina sotto pelle. Succedono cose che preparano esiti di cui ci si accorge solo quando è tutto compiuto. Nell’altro secolo per azzerare il costo del lavoro c’è voluta una dittatura di vent’anni. Adesso basta un ricatto, un baratto, un accordo capestro e niente è più come prima. Anzi, tutto è come molto prima. Prima del lavoro riscattato dal sequestro padronale. Adesso si chiama globalizzazione la giungla della legge del più forte, del mercato del lavoro bonificato dal conflitto che aveva infiammato il secolo scorso e sanato antiche ingiustizie. Bisognerà aspettare che si compatti una nuova alleanza oltre confini per pensare di difendere stipendi e dignità. Fiat impera, nella peggiore tradizione. L’ultimo manager rampante, quello che aveva promesso il dopo Cristo nelle relazioni industriali, ha ritirato fuori la solita clava. Licenziamenti rappresaglia compresi. Mio padre avrebbe scosso la testa, come a dire che ti avevo detto? Questo è un paese di gente da niente. Qui non si fanno rivoluzioni. Conta solo farsi valere per il mestiere che hai nelle mani. Me lo venne a dire al primo colloquio in carcere. Lo mandai a quel paese. Con tutta la sua aristocratica discendenza operaia che non lo aveva tutelato né nella fatica, né nella malattia, né nella busta paga. Eppure nulla gli avrebbe fatto balenare il dubbio di essere stato uno dei tanti, da buttare come scarto dopo la spremitura; uno senza diritti, prima che battaglie epocali ne imponessero il corso legale. Uno che doveva vedersela da sé e che al primo cedimento dei polmoni lasciò a mia madre l’onere di negoziare la resa. Lei non riuscì a spuntarla sulla ingiusta causa del licenziamento, ma almeno ottenne due lire di liquidazione, per anni di un lavoro di cui risultò garantita solo la fatica e l’usura. Da sola, a brutto muso, nell’ufficio delle paghe, con i conti del mese bene in mente. Lui non si sarebbe mai mortificato tanto. Era figlio di un capo operaio lui, mica di contadini morti di fame. Nobiltà nella miseria, con l’intelligenza di mani che sapevano far funzionare quello che serviva per vivere e nessun potere per contrattarne la vendita. Ma lui era un re nel suo regno. Poteva non avere soldi in tasca, ma la sapeva lunga e la raccontava ancora meglio. Perché non abbiamo mai avuto la casa popolare? chiedo ai fratelli più grandi, anche loro salariati ma capaci di snobbare i lauti guadagni del parassitismo bottegaio. Mi guardano senza capire, loro che in quelle case ci hanno tirato su la famiglia. Sai com’era fatto, no? Non avrà mai fatto la domanda. Perché? Com’era fatto? Possibile che non si era voluto confondere con i beneficiari del piano edilizio che il ministro Fanfani, nella sua propaganda, chiamò pellegrini che cristianamente andavano alloggiati? Con i senza casa, con le vittime delle distruzioni belliche, della promiscuità forzata, che l’uomo politico, in una grandiosa operazione cattura-consenso, prometteva di trasformare in futuri proprietari. Che tanto il riscatto di quelle case se lo sarebbero pagato. Col contributo delle trattenute sulla busta paga anche di chi non ne ha mai vista una. A ribadire il suo distacco mio padre diceva che era contento di non avere nulla da lasciare così gli avremmo voluto bene senza tornaconto e non avremmo litigato per dividerci in cinque pochi quattrini. Ed è stato di parola. Alla lettera. Un signore è stato, tanto da avermi confuso le idee e fatto vivere un’infanzia neanche fossi stata figlia di chissà chi. E come avrei potuto dubitare della mia buona sorte davanti ai suoi occhi ammiccanti da maestro di effetti di scena: e guarda che t’ha portato papà… Come non andare fiera del matitone che mi aveva regalato per il primo giorno di scuola? Portava la scritta di una casa produttrice di pasta alimentare, ma ai miei occhi era una magnificenza. Esclusiva. Nessun’altra compagna di classe ne avrebbe avuta una simile. Quell’anno a scuola non mi fecero neanche entrare. Per pochi mesi non avevo l’età ministeriale. La presi male per quel impedimento insensato, visto che avevo tutto pronto, matita compresa. Confusamente avevo capito che in gioco c’era una forma di riscatto sociale che io ero intenzionata a meritare, per aumentare l’orgoglio di papà. Ancora non sapevo che quel luogo, prima delle lettere dell’alfabeto, insegnava la ferocia verso chi dell’obbligo di legge era destinato a conoscere solo un’esclusione ribadita. Il mio mese di nascita inappropriato mi aveva salvata da quel nido di serpenti ancora per un po’ e pure dalla figuraccia per la matita fuori misura e dall’umiliazione per il fiocco striminzito. Ma non lo sapevo ancora e mi pesava l’appuntamento rinviato con la magia del quaderno che si riempiva di lettere e poi di parole che avrei riconosciuto sul libro che avrei saputo leggere. Mica come dalle suore, dove non si imparava niente se non la disciplina del banco e gli agguati di mille sconvenienze. Ci facevano cantare, parlare meno. Inni di chiesa ma anche della solitudine che si deve fuggir, monito vano perché prevedeva una certa malizia per essere capito. Ma ho frequentato poco quel posto scarsamente ospitale, da cui una sorella e un fratello più grandi evadevano insieme scavalcando il muro di cinta. Io invece riuscivo a procurarmi malesseri di una certa appariscenza che imputavo alla cucina di quel luogo penitente e così riuscivo a riguadagnarmi la libertà della strada. Ci tornai per la Comunione da quelle suore e tanto bastò a segnare la mia refrattarietà alla Chiesa e la distanza dal suo dio. Fu così che la mia scolarizzazione d’infanzia finì prima di cominciare e non sentii nessuna mancanza. Finché non arrivò il tempo per la prima classe dei grandi e mi sembrò un’avventura eccitante più dei pomeriggi a caccia di grilli. E sarei stata inconsolabile per aver dovuto rimandarne l’ingresso se non fossi stata intrappolata nelle malie di mio padre che mi consentivano di continuare a far prendere al mondo la forma delle sue narrazioni. Perché lui conosceva luoghi all’altezza dei giardini delle delizie che mi descriveva mettendoci dentro anche i personaggi famosi che li frequentavano e, sempre, le cose buone che lì si mangiavano. E noi un giorno ci saremmo andati. […]

ISBN: 978-88-6548-029-8
PAGINE: 128
ANNO: 2011
COLLANA: Narrativa
TEMA: Carcere e nuove punitività
Autore

Barbara Balzerani

Barbara Balzerani
Barbara Balzerani nei primi anni Settanta milita in Potere operaio, poi nelle Brigate rosse, con incarichi nella sua direzione strategica. Al termine di una lunga latitanza viene arrestata e sconta venticinque anni di carcere. Oltre ai volumi presenti nel catalogo DeriveApprodi, è anche autrice di La sirena delle cinque (Jaca Book, Milano 2003).
RASSEGNA STAMPA

Il tempo di Barbara

Recensione di Stefania Nardini al libro Cronaca di un'attesa - «Corriere Nazionale» - 19 giugno 2011

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Podcast - Radio Radicale intervista Barbara Balzerani - Cronaca di un'attesa

Intervista di Francesco De Leo e Massimo Bordin, di Radio Radicale, a proposito del libro  e dell'ultimo anno trascorso in libertà condizionale dall'autrice. Radio Radicale - 18 aprile 2011

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Cronaca di un'attesa - intervista a Barbara Balzerani

Intervista di Luca Moretti - da Terranullius.it - 26 giugno 2011

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Recensione a "Cronaca di un'attesa"

Recensione di Mario Bonanno al libro Cronaca di un'attesa - da Sololibri.net - 03 luglio 2011

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Podcast - Jailhouse Rock intervista Barbara Balzerani - Cronaca di un'attesa

Intervista a Barbara Balzerani di Patrizio Gonnella e Susanna Marietti, per la trasmissione Jailhouse Rock.

Radio Popolare Roma - 15 maggio 2011

  Vai al file - Puntata n.27


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