Dacci oggi il nostro debito quotidiano

«Per smascherare la trappola del debito. Per riappropriarsi della democrazia»

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Strategie dell’impoverimento di massa

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Una montagna alta 44 mila miliardi di dollari. A tanto ammonta il debito pubblico mondiale nel 2017. In questa classifica speciale, troviamo in vetta Stati Uniti (14.500 Mld) e Giappone (9.500 Mld), che da soli raggiungono oltre il 50%, mentre, con i suoi 2.000 Mld, è il nostro Paese a salire sul podio con il terzo posto.
Tecnicamente, il pianeta Terra può essere dichiarato in bancarotta.
Dietro questo insieme di cifre “neutrali” molto deve essere ancora compreso, per capire le ragioni per cui l’enfasi sul debito sembra essere diventata la cifra della società contemporanea.
Questo saggio si prefigge di dare un contributo in questa direzione.
Con l’avvento del modello neoliberale, la finanziarizzazione del capitalismo ha progressivamente investito l’economia, la società, l’eco-sistema e l’intera vita delle persone, con la stretta necessità di mettere a valore l’intera esistenza, senza vincoli né salvaguardie di sorta: obiettivo per raggiungere il quale la trappola del debito è particolarmente funzionale sia in termini strettamente economici, sia come nuova narrazione della storia e disciplinamento della società.
Come ogni ideologia totalitaria, la trappola del debito porta con sé la forza egemonica di una visione compiuta del mondo, ma anche la tragica realtà di un impoverimento di massa scientificamente praticato. Demistificarne la narrazione, mettendo in campo il ripudio del debito, e praticare con le lotte sociali la definanziarizzazione della società, attraverso la riappropriazione sociale di tutta la ricchezza collettivamente prodotta, sono le strade che dobbiamo iniziare a percorrere.
Si tratta, di fronte a chi continua ad affermare: «è tutto oro quello che luccica», di iniziare a rispondere tutte e tutti assieme: «non è tutto loro quello che luccica».


Un assaggio

In principio era il debito

Il debito pubblico è un’istituzione moderna. Ma il paradigma credito/debito nelle relazioni sociali è sempre esistito. Da questo punto di vista, risulta particolarmente interessante il lavoro prodotto da David Graeber, antropologo dell’università di Londra e militante anarchico, che rimette in discussione la linearità della dottrina economica classica – da Adam Smith in poi – secondo la quale dapprima venne il baratto, poi venne coniato il denaro e in seguito nacque il credito.
Secondo Graeber, i reperti storici indicano come già nell’antica Mesopotamia, intorno al 3200 a.C., fosse presente un sistema piuttosto elaborato di denaro di conto e un complesso sistema di credito.
Da un punto di vista storico – stiamo sempre seguendo il ragionamento di Graeber – sembrano esserci state due possibilità: una riguarda l’antico Egitto, con uno Stato fortemente centralizzato e un’amministrazione che riscuoteva le tasse da chiunque ne facesse parte; l’altra in Mesopotamia, dove lo Stato emerse in modo discontinuo e incompleto, con inizialmente grandi templi nei quali vigeva un controllo burocratico, e successivamente con sistemi di palazzo, sorta di grandi complessi industriali, con terre, bestiame e fattorie.
È dentro questo sistema che Graeber ipotizza la nascita dei primi prestiti a interesse, con gli accordi fra gli amministratori e i mercanti che trasportavano i manufatti prodotti nelle fattorie dei templi e commerciavano questi beni in terre lontane.
I mercati formatisi ai confini di questi complessi funzionavano in larga misura sulla base del credito, utilizzando le unità di conto introdotte nei templi.
Queste circostanze offrirono ai mercanti l’opportunità di offrire prestiti per il consumo ai contadini, i quali, quando il raccolto andava male, si trovarono invischiati nei debiti, dando inizio a quella che Graeber definisce «la grande sciagura sociale dell’antichità»: la trappola del debito, la cui rilevanza sociale costrinse periodicamente i governanti a «pulire le tavolette», ovvero a cancellare tutti i debiti per mantenere l’ordine sociale.
Non a caso la prima parola che ci è stata tramandata con il significato di «libertà» è il termine sumerico amargi, che significava «libertà dai debiti» e che, in senso letterale, significa «ritorno alla madre», ovvero il rientro a casa, una volta dichiarata bancarotta, di tutti i pegni (bestiame, terre, ma anche mogli e figli) offerti come garanzia del debito contratto.
In tutti gli scrittori classici si trovano riscontri di come già nell’antichità si provvedesse ai bisogni straordinari di risorse accumulando imponenti tesori in moneta metallica, che erano proprietà privata dei re e dei principi che li custodivano.
Si narra che il tesoro di Salomone raggiungesse la cifra di mille talenti d’oro e mille d’argento.
I re di Persia accumulavano grandi tesori per le guerre usando i proventi delle imposte. Ciro, a testimonianza di Plinio, aveva accumulato 34.000 libbre d’oro, e il tesoro che Alessandro il Grande trovò in Ecbatana, a quanto dice Strabone, raggiungeva i 380.000 talenti.
Anche la Grecia tesorizzava le sue ricchezze, custodendole nel tempio di Delo.
In Roma era famoso l’aurum vicesimarium (imposta di un ventesimo sulla manomissione degli schiavi) i cui proventi con i bottini di guerra venivano custoditi nel tempio di Saturno.

ISBN: 978-88-6548-187-5
PAGINE: 200
ANNO: 2017
COLLANA: Fuori Fuoco
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro
Autore

Marco Bersani

Fondatore di Attac Italia, è stato fra i promotori del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua e della Campagna «Stop TTIP Italia», è inoltre socio fondatore di Cadtm Italia. Tra le sue pubblicazioni: Nucleare: se lo conosci lo eviti (2009); CatasTroika – le privatizzazioni che hanno ucciso la società (2013).

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