Dollari e no

Un’acuta analisi della crisi di egemonia degli Stati Uniti d’America

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Gli Stati Uniti dopo la fine del Secolo Americano

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Per leggere gli Stati Uniti degli ultimi decenni, occorre capirne l’attuale fisionomia socioeconomica e politica, quella di un paese diviso e disuguale come mai prima. Occorre analizzare le dinamiche che hanno portato all’elezione di Donald Trump, ripercorrere le discussioni intorno sulla sua figura di autocrate e ricostruire tanto la
ripresa della partecipazione elettorale del 2018 che le risposte diffuse e di massa alla sua politica. Fino all’impeachment del 2020.
Per leggere l’America dopo la «fine del secolo americano», occorre tracciare le linee dell’evoluzione interna che hanno portato alla situazione attuale: dalle insorgenze sociali e la «crisi generale» degli anni Sessanta e Settanta alla svolta reazionaria veicolata dalla deindustrializzazione e la globalizzazione neoliberista. Una svolta in atto da oltre quarant’anni, iniziata sotto la presidenza Reagan negli anni Ottanta, che non ha mai smesso di rendere i ricchi più ricchi, i poveri più poveri e ridotto i ranghi della middle class. Occorre, dunque, capire che se il lavoro è cambiato con esso sono cambiate le geografie delle città: dalla Silicon Valley a San Francisco, da Manhattan a Seattle, le «classi creative» convivono con le degradate Detroit, Flint, Akron e Youngstown. Dei nuclei urbani protagonisti dell’American Century ciò che resta sono le rovine, tra le quali la fatica di resistere porta a riformare tessuti solidali e nuove esperienze di comunità di base.


Un assaggio

In chi aveva a cuore l’equilibrio delle istituzioni democratiche negli Stati Uniti, l’elezione e la presidenza di George W. Bush avevano suscitato non pochi allarmi per tutti gli otto anni tra il 2001 e il 2009. Poi era venuto il doppio mandato rassicurante di Barack Obama tra il 2009 e il 2017. Da allora, Trump ha dato pantagruelico alimento a nuove preoccupazioni. La sua stessa presenza sulla scena politica, prima nella campagna per le elezioni primarie dei repubblicani, poi nella corsa finale per la presidenza nel 2016 e infine negli anni di permanenza alla Casa Bianca, ha tenuto vive le discussioni intorno all’uomo e alla sua politica, al clima di instabilità creatosi intorno alla sua amministrazione e allo stato della democrazia negli Stati Uniti. E ha suscitato prese di posizione e proteste di massa che si sono ripetute a partire dalla grande manifestazione convocata dalle donne a Washington del 21 gennaio 2017, il giorno immediatamente successivo al suo giuramento come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Non è stata guerra di classe. È stata però una successione, per ora senza un nome o una strategia unificante, di risposte delle diverse componenti sociali a quello che lui è e che rappresenta.
Fino alla decisione del Partito democratico di avviare formalmente, nel dicembre 2019, il procedimento della sua messa in stato d’accusa.

La popolarità di Trump nel suo ruolo di presidente, misurata nei sondaggi con la categoria dell’«approvazione», è stata sempre molto bassa. Superava di poco il 40% al momento dell’inaugurazione e, con qualche oscillazione verso l’alto e il basso, si è mantenuta intorno a quella soglia fino alle elezioni di midterm del 6 novembre 2018, quando l’esito del voto si è sostituito ai sondaggi.
Alcune informazioni e considerazioni in merito sono inevitabili. Sia Trump, sia i suoi avversari avevano chiesto un voto pro o contro di lui e gli elettori hanno accontentato entrambi. La partecipazione al voto è stata pressoché senza precedenti: 49,2% degli aventi diritto, la più alta in una midterm election dal 1914. È cresciuta di una decina di punti rispetto alle percentuali abituali per quel tipo di elezioni e di 12,5 punti rispetto alla precedente del 2014, rendendo così sostanziosa la vittoria dei democratici e confermando inoltre che il voto «per Trump» e per i candidati repubblicani al Congresso e ai governatorati è minoritario, per lo meno tra i votanti. Gli oltre quattro milioni di voti che i democratici hanno avuto più dei repubblicani a livello nazionale si sono tradotti nella loro riconquista della Camera dei Rappresentanti (grazie a 40 seggi conquistati); nell’elezione di 22 senatori (e 2 indipendenti, che fanno gruppo con i democratici, contro 10 repubblicani, sui 34 che erano in palio; ma i repubblicani mantengono la maggioranza in Senato); nella conquista di 7 governatorati prima repubblicani e, infine, nella conquista di 335 (o più) seggi nelle assemblee legislative statali (che hanno portato i democratici a guadagnare la maggioranza in otto di esse).
Una seconda prospettiva sul voto del 2018 è altrettanto significativa. L’incremento delle candidate (257) e delle elette (127, di cui 36 alla prima nomina) nei due rami del Congresso aggiunge dettagli di rilievo, pur senza smentire il persistere della sottorappresentanza politico-istituzionale delle donne. Le senatrici sono ora 25 su 100 (17 democratiche, 8 repubblicane) e le rappresentanti sono 102 su 435 (89 D, 13 R; pari al 23,4% nella Camera). Le governatrici sono 9 su 50 (6 D, 3 R). E nelle assemblee legislative statali il numero delle elette è passato da 1879 nell’anno dell’elezione di Trump, a 2112 nelle midterm del 2018, arrivando alla quota del 28,6%. Quale che sia il giudizio politico su Hillary Clinton, è indubbio che il suo protagonismo – contro Obama nelle primarie del 2008 e contro Trump nelle presidenziali del  novembre 2016 – ha avuto per molti, uomini e donne, un valore simbolico positivo analogo a quello che aveva avuto l’elezione dell’afroamericano Obama, catalizzando però anche l’antagonismo virulento di quanti continuano a ritenere il successo una prerogativa spettante solo ai maschi bianchi. Tra questi rientra Donald Trump, rispetto al quale va ribadito non soltanto che nel 2016 Clinton aveva comunque avuto quasi tre milioni di voti popolari più di lui, ma anche che la mobilitazione delle donne contro di lui nel 2018 è certamente responsabile dell’incremento delle candidate e delle elette, in grande maggioranza tra le file dei democratici sia nel Congresso (106 D a 21 R), sia nelle assemblee statali (1433 D, 658 R).
Trump si è impegnato molto in prima persona nelle campagne locali e, avendo conservato la maggioranza in Senato e avendo i suoi candidati vinto in alcune contese cruciali (in particolare Florida, Georgia e Texas), ha cantato vittoria («una grande vittoria»). È vero il contrario, anche se la vittoria dei democratici non è stata schiacciante. In ogni caso, sia durante la fase preelettorale, sia immediatamente dopo il voto le voci a sostegno della sua presidenza e poi della sua valutazione trionfalistica del voto non sono mancate. Come non erano mancate nei mesi di settembre e ottobre le manifestazioni di piazza organizzate da gruppi e organizzazioni di suoi sostenitori, in vari casi insieme alle destre più estreme, anche al di fuori di quelle inserite nelle campagne elettorali.
Ma le prese di posizione critiche e le mobilitazioni contro di lui e i «suoi» candidati sono state ben più numerose, frequenti e di massa, travasandosi infine nel successo delle candidature democratiche.
E non c’è dubbio che l’intensità della contrapposizione abbia contribuito a incentivare in modo anomalo anche la partecipazione al voto.

ISBN: 978-88-6548-316-9
PAGINE: 220
ANNO: 2020
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro
Autore

Bruno Cartosio

ha insegnato Storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo. È stato tra i fondatori delle riviste «Primo Maggio»,«Altreragioni» e «Acoma». Tra le sue pubblicazioni: New York e il moderno. Società, arte e architettura nella metropoli americana (1876-1917) (2007); Stati Uniti contemporanei. Dalla Guerra civile a oggi (2010); I lunghi anni sessanta. Movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti (2012); Verso Ovest. Storia e mitologia del Far West (2018).
RASSEGNA STAMPA

«Dollari e no» su @il venerdì di Repubblica

Qui la segnalazione di Massimiliano Panarari

«Dollari e no» su @il Fatto Quotidiano

Qui la recensione di Salvatore Cannavò


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