Elogio della militanza

Che fare? Una straordinaria sintesi del pensiero critico operaista e postoperaista

Elogio della militanza

Note su soggettività e composizione di classe

Elogio della militanza
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Il pensiero nasce sempre dalla contrapposizione. Non si inizia mai a pensare per, ma contro qualcosa. Questo è l’assunto di fondo di questo libro, che prende le mosse da una riflessione contro il capitalismo contemporaneo, con i suoi molteplici nomi e le tante retoriche che lo accompagnano. Nasce, allo stesso tempo, dall’insoddisfazione per gli strumenti concettuali di cui si è dotata la teoria critica a partire dagli anni Ottanta e Novanta, e dalla consapevolezza delle difficoltà delle lotte e dei movimenti e dell’agire militante nella fase attuale.
Per affrontare i problemi politici connessi a un progetto di trasformazione sociale, il libro pone al centro due concetti che vengono dalla tradizione dell’«operaismo» italiano: soggettività e composizione di classe. Ne ripercorre la genealogia, a partire da Marx fino ad arrivare agli anni Sessanta e Settanta. Ne propone nuovi modelli interpretativi dentro la crisi in corso e i mutamenti del lavoro di questi ultimi decenni, mettendo a critica e rivisitando le categorie teoriche del cosiddetto «post-operaismo» [capitalismo cognitivo, precariato, cooperazione sociale, comune (…) ].
Il libro coniuga lo sforzo di elaborazione di nuovi strumenti concettuali con l’analisi del loro sviluppo storico, fornendo una griglia di lettura utile sia in chiave formativa che di costruzione di inedite piste di ricerca teorica e politica.


Un assaggio

La conricerca nella lotta contro il lavoro

La definizione di organizzazione invisibile va in qualche modo intesa in senso letterale: si tratta di un’organizzazione non visibile attraverso le lenti delle istituzioni della rappresentanza politica e sindacale. Ed è invisibile per il padrone, dunque imprevedibile. Quando questa organizzazione invisibile emerge nelle lotte, gli operaisti ne hanno già colto su altri livelli i segnali di espressione e ne hanno anticipato la potenza. L’hanno fatto guardando sotto la coltre della pacificazione delle fabbriche, dell’opportunismo dei nuovi operai, della loro apparente passività. E così hanno trovato una molteplicità di comportamenti di resistenza che non avevano, ancora, una forma collettiva. Prima che il sabotaggio diventasse una minaccia esplicita, già esisteva – in modo invisibile, appunto – nella sottrazione operaia alla fatica e al lavoro. E anche il rifiuto della lotta, compresero gli operaisti, era in certe situazioni una forma di lotta. Era, ad esempio, il rifiuto di partecipare a scioperi inutili indetti da un sindacato che non si poneva il problema della rottura, per limitarsi a gestire il prezzo della compravendita di forza lavoro. Quando le lotte sono esplose, «la coscienza e la volontà rivoluzionaria degli operai trova espressione soprattutto nel rifiuto di rivolgere rivendicazioni positive al padrone»16, cioè nel rifiuto di rinunciare all’autonomia delle proprie forme di organizzazione del conflitto in cambio di qualche miglioramento compatibile con una gestione del potere concertata col sindacato. L’operaio della fabbrica taylorista, ridotto alla funzione «contemplativa», odiava il lavoro. A questa altezza dello sviluppo del capitale e della serializzazione industriale, si poteva così finalmente rompere con la tradizione lavorista del marxismo e del socialismo, che in modo contraddittorio trovava riscontro nello stesso Marx. Il rifiuto del lavoro, infatti, non è mai stato un postulato ideologico, ma una pratica che si incarnava in una figura operaia specifica. L’operaio di mestiere e specializzato era orgoglioso del proprio lavoro perché pensava di possedere un’abilità produttiva esclusiva, di riuscire a gestire la fabbrica meglio del padrone. La sua etica produttivistica è legata al particolare rapporto con la tecnologia: non è, infatti, ancora spogliato della sua capacità di controllo della macchina, è parzialmente inventore e artigiano, e pensa o si illude di poter difendere le proprie abilità dall’espropriazione capitalistica attraverso l’autogestione. L’operaio massa è invece completamente spossessato delle residue capacità artigianali, è posto di fronte all’alienazione della catena. Odia il lavoro e odia se stesso in quanto forza lavoro. Lottando contro il lavoro e contro se stesso come parte del capitale, dunque, può aprire la strada all’espressione della potenza collettiva.

ISBN: 978-88-6548-144-8
PAGINE: 208
ANNO: 2016
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Economia e lavoro, Immaginari, Movimenti
Autore

Gigi Roggero

(Casale Monferrato, 1973), conseguito, un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Scienze Politiche dell’Università della Calabria. Ha pubblicato: Intelligenze fuggitive (manifestolibri, 2005), La produzione del sapere vivo (ombre corte, 2009), e con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la storia (2017).
RASSEGNA STAMPA

Elogio della militanza («Pagina Uno»)

Una recensione a "Elogio della militanza" di Gigi Roggero sul bimestrale «Pagina Uno»

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