Faccia al muro

Una fuga, un amore, un carcere e uno struggente Brasile: l’ultimo romanzo di Cesare Battisti

Faccia al muro

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Cesare Battisti non è un uomo senza passato, diversamente dal protagonista del suo romanzo di cui mai si conosceranno le ragioni della fuga. Un uomo che dalla cella nella quale è recluso in un carcere brasiliano ripercorre la travagliata storia d’amore alla quale si è aggrappato, quasi fosse un ultimo lembo di vita, durante la propria latitanza in un paese sconosciuto. Un uomo che da quella stessa cella presta la propria voce ai suoi compagni di sventura in un viaggio dentro il Brasile che trascina il lettore dall’Amazzonia alle favelas di Rio, dalle bocas de fumo alle gendarmerie. Un uomo alla fine della sua corsa, una ciurma alla deriva. Una narrazione a cavallo tra autobiografia e romanzo noir.

«Sia racconto d’amore dalle tinte noir e melanconiche, sia viaggio interiore di un uomo alla ricerca della propria verità, Faccia al muro ci fa scoprire un Battisti commovente».
S. Quadruppani, «Le Monde»

«Attraverso il racconto dei prigionieri di un carcere brasiliano, Faccia al muro ci restituisce un ritratto appassionante, sanguinante e poetico del Brasile odierno. Quegli storici che oggi mettono in discussione le rappresentazioni dominanti dell’Italia degli anni Settanta, ci diranno un giorno quanto il racconto di Battisti corrisponda alla realtà. Ma una cosa è certa: di questa storia Battisti ne ha fatto letteratura, e di prim’ordine».
A. Schwartzbrod, «Libération»

«Peregrinazioni autobiografiche dell’ex attivista Battisti intorno al genere noir. Un racconto autobiografico, il bel racconto disincantato di un uomo che invecchia, sfaccendato e solo. Ma anche un’ode al Brasile, dove Battisti oggi vive».
G. Leménager, «Le Nouvel Observateur»


Un assaggio

La privazione della libertà è il mezzo più efficace per prendere coscienza dell’importanza di certi momenti di piacere, per banalizzati che siano dalla routine. Da questo blocco, non c’è giorno che non ripensi con una stretta al cuore alle mie uscite mattiniere a Rio: il giornale e un caffè. La gente in ritardo che s’affretta alla fermata dell’autobus, i carretti traboccanti di frutta spinti da forti braccia nere che serpeggiano tra le file di macchine, gli spazzini appoggiati ai manici delle scope, gli occhi brillanti degli studenti, la vita frenetica della vera Rio. Quella che si agitava sotto i miei occhi ogni mattina, dopo la chiusura dei locali notturni e subito prima del risveglio dei turisti. Era quella la città che amavo. Una Rio autentica, popolata di cariocas e d’immigranti del Nord-Est, quelli del cafezinho nero a pochi centesimi, senza cui Rio la maravilhosa sarebbe solo un centro commerciale per turisti dai gusti omologati. Mi piacevano tanto i miei piccoli rituali a Rio. Anche se mi capitava a volte di domandarmi, tra due cafezinhos, perché non fossi nato e non avessi vissuto in circostanze meno complicate. Forse perché era quella la decisione del destino, e basta. Ma il destino può anche assegnare una vita tranquilla, e perché non a me, magari nel posto in cui avevo aperto gli occhi la prima volta per poi tenerli fissi sullo stesso orizzonte fino al giorno morente che non tornerà più. In quel mattino soleggiato, nel caffè di fronte al Real, mi dicevo che la mia vita sarebbe stata un po’ più rilassata se, per esempio, non avessi sentito il bisogno di starmene seduto là, a spiare l’amante di una notte. Erano le nove e quarantacinque quando vidi Janaïna uscire dal Real e allontanarsi in direzione della spiaggia. Aveva i capelli bagnati, un viso opaco. Mi preparai a seguirla, ma lei si infilò tra le persone che aspettavano alla fermata del bus. La vidi estrarre un MP3 dalla borsettina rosa e, prima di sistemarsi le cuffie sulle orecchie, gettare un’occhiata intorno. Provai un senso di colpa perché durante la notte, con la complicità della birra, l’avevo invitata a pranzo. Ma l’attimo dopo, vedendola ridere con un tipo dai muscoli d’acciaio, riconsiderai il valore di tale promessa. L’uomo le passò una mano sulla spalla con aria disinvolta, dicendole qualcosa che lei trovò divertente. A vederli così, si sarebbe detto fossero vecchi amici che s’incontravano per caso e non possibili amanti. In ogni caso è quello che avrebbe pensato un europeo, non ancora abituato all’anima di un paese in cui il contatto fisico non implica necessariamente una relazione particolare, un paese in cui si tocca l’altro come si toccherebbe un santo, sperando di riceverne la grazia. Janaïna sembrava contrariata mentre usciva dal Real. Ora sprizzava gioia di vivere, di essere ammirata. Il muscoloso le aveva comunicato allegria e lei si era lasciata imbarcare nel mondo a cui appartenevano. Quello che mi ostinavo a rifiutare per paura di perdermici. Un’esclusione che mi gettava in una malinconia dolorosa. Conoscevo abbastanza questo stato d’animo da sapere in anticipo che non se ne usciva facilmente. Era l’intrico pesante di sensazioni che si provano dopo una delusione o un’angoscia spirituale. Non tanto una percezione negativa del mondo, ma piuttosto del lato oscuro che è in noi e che il mondo esterno si diverte a volte a risvegliare per ricordarci la nostra vulnerabilità davanti all’ignoto. È una febbre nera maligna, che ci annuncia un male peggiore. Succede pure che si soffra dello stesso dolore diffuso provocato non dalla malinconia ma dalla sua assenza. Si chiama «passione oscura». Come quella che assale periodicamente i miei compagni di blocco. Ed è a causa sua che dicono, per essere lasciati in pace in quei momenti di blues, Pode deixar irmão, vou dicar com ela. La si rispetta, in prigione, la passione oscura. A volte qui è così densa da poterla toccare. Parlo di quel recluso che fissa il soffitto nell’attesa che il rumore secco dell’acciaio contro l’acciaio arrivi ad annunciargli una visita, gli dia un segno di vita. Parlo anche del fischiettio ripetuto, ritornello incessante di una canzone; della foto di una donna incollata vicino al cuscino, del gettarsi voraci sul cibo, tanto per riempire il vuoto con qualcosa di concreto; di occhi senza sguardo; di parole evase e immediatamente riprese con un sospiro; di lei che viene al colloquio in compagnia di un altro e di me che sorrido a entrambi; del gatto che ormai fa le fusa su ginocchia altrui; e ancora di me, che mi rifletto in tutto questo; di una domanda sospesa nell’aria e della sua risposta idiota; dell’ennesima richiesta rifiutata; del sorriso dimenticato di una moglie; di una rabbia esibita e di un pianto dissimulato male; di una lettera riletta al contrario; di un tatuaggio bruciato con la sigaretta; di un dolce che passa da una cella all’altra e delle mani avide che lo aspettano al varco; di una discussione violenta che finisce in una risata; di un sussurro che odora di morte; di uno spazzolino da denti a cui le guardie hanno rasato le setole e di Zeca che ne ha ricostituito il manico con della plastica fusa; della gloria di essere infelice come nessun altro; dei giorni senza rumore; dell’urlo osceno che lacera la notte; del sonno, elemento prezioso; di tutto quello che è sempre altrove; delle storie di libertà mai vissute; delle lacrime d’onore e delle preghiere codarde; di quelli che vengono; di quelli che partono con le loro risoluzioni riconfortanti; del nostro compagno Maguila che andrà ad ammazzare il suo avvocato perché ha portato via la televisione ai suoi figli per pagarsi l’onorario; del silenzio che ci lecca le ferite.

ISBN: 978-88-6548-054-0
PAGINE: 276
ANNO: 2012
COLLANA: Narrativa
TEMA: Carcere e nuove punitività
Autore

Cesare Battisti

Cesare Battisti nasce nel 1954 a Latina. Viene arrestato per la prima volta nel 1974. Nel 1976 contribuisce a dar vita all’organizzazione Proletari armati per il comunismo. Nel 1979 viene nuovamente arrestato. Nel 1981 evade dal carcere. Ripara in Francia, poi a Puerto Escondido, in Messico. Ha successivamente vissuto in Francia fino al 2004. Oggetto di una richiesta di estradizione dello Stato italiano, è riparato in Brasile, dove dopo un lungo periodo detentivo gli è stato di fatto concesso un «asilo politico». Ha pubblicato in lingua francese diversi libri noir che hanno ricosso molti consensi. In lingua italiana sono stati tradotti: Travestito da uomo (Granata Press, 1992), L’orma rossa (Einaudi, 1999), Avenida Revolucion (Nuovi Mondi Edizioni, 2003). Alle sue vicende politiche e giudiziarie è dedicato il volume di autori vari: Il caso Battisti (NdA Press, 2004).
RASSEGNA STAMPA

"Faccia al muro" da Sololibri.net

Recensione di Mario Bonanno a "Faccia al muro" di Cesare Battisti - da Sololibri.net, 16 novembre 2012

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Booktrailer di "Faccia al muro"

Booktrailer realizzato da Osvaldo Verri a "Faccia al muro" di Cesare Battisti - da NomadeTv, 21 marzo 2013

 



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