Figli dell’officina

«La straordinaria testimonianza di uno tra i massimi protagonisti delle vicende di Prima linea».

Figli dell’officina

Da Lotta continua a Prima linea: le origini e la nascita (1973-1976)

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Questa testimonianza è un documento fondamentale per la ricostruzione storica di una componente di quella conflittualità politica e sociale che ha infiammato il nostro paese negli anni Settanta dello scorso secolo.
Galmozzi apre la sua narrazione con un’affermazione perentoria: Prima linea ha le proprie radici in una storia operaia o, per meglio dire, nella storia di un estremismo operaio le cui lotte, iniziate nei reparti delle fabbriche, hanno prodotto una radicale e per lungo tempo indelebile trasformazione sociale.
La rivendicazione di una piena internità alle vicende della conflittualità operaia di quel decennio risulta ancora oggi scomoda alla ricostruzione storica operata dalla sinistra politica e sindacale ufficiale. Ma a quarant’anni da quegli accadimenti il confronto tra i diversi giudizi andrebbe comunque operato, e a tal fine questo libro contribuisce in modo fondamentale.


Un assaggio

La narrazione giornalistica, fatta propria anche da qualche storico che si è occupato delle vicende di Prima linea, rischia di consegnare alla storia un’immagine falsata a riguardo dell’origine politica e della composizione sociale del suo cosiddetto «gruppo fondatore». Con la riproposizione di questa immagine è divenuto luogo comune una ricostruzione che parla di «studenti e militanti provenienti dal servizio d’ordine di Lotta continua».
Si tratta di un equivoco che ha avuto una profonda influenza sull’interpretazione di tutta la vicenda di Prima linea e che ha contribuito a falsarne i caratteri politici. La stessa cosa si può dire della consolidata abitudine di far partire la storia di Prima linea dalla fine del ’76, quando questa denominazione viene usata per la prima volta, o addirittura dalla Conferenza d’organizzazione a San Michele a Torri, nei pressi di Firenze nell’aprile del ’77, cancellando o mettendo in ombra la storia precedente di Senza tregua da cui Prima linea prese le mosse.
Ma, forse, più che un equivoco si tratta di una concessione all’ipotesi posta a fondamento di tutte le ricostruzioni storiche basate sulla sostanziale estraneità delle origini della lotta armata alla classe operaia e la sua separatezza dai grandi movimenti sociali, in primo luogo le grandi lotte operaie che hanno scosso l’Italia a partire dal ’68. Se prendiamo in considerazione i profili di quella ventina di persone che nel ’74 escono dalla sezione di Sesto San Giovanni di Lotta continua si vedrà che solo uno proviene dal servizio d’ordine.
Ci sono io, che dopo aver fatto il contratto metalmeccanici del ’73 nel Consiglio di fabbrica della Sirti, sono tornato a fare l’operaio alla Breda. C’è Pietro Villa, del Consiglio di fabbrica della Sit Siemens; ci sono due compagne della Magneti Marelli, e molto forti sono i rapporti con tutto il Comitato operaio della Magneti, anche se il Comitato, con Baglioni in testa, si unirà a noi solo l’anno successivo. C’è una straordinaria figura di avanguardia operaia della Ercole Marelli, Claudio Pacchetti, che purtroppo morirà l’anno dopo per un aneurisma, e sempre alla Ercole Marelli c’è un altro operaio che avrà un’importanza decisiva sul piano operativo per la storia del gruppo. Ci sono due operai della Scaini di viale Monza, una compagna del Consiglio di fabbrica della Santagostino e altri operai delle piccole e medie fabbriche della zona di viale Monza – lo stesso Bruno Laronga che diverrà nel ’79 una figura di spicco di Prima linea a Torino, è operaio alla Black & Decker di viale Monza – e proprio l’esperienza in questo territorio delle ronde contro il lavoro nero e gli straordinari al sabato sarà una delle esperienze di lotta operaia più avanzata e originale di tutta la storia di cui ci stiamo occupando.
Ma il discorso non si esaurisce nel rilevamento del profilo sociale dei suoi militanti: la storia di Senza tregua è una storia delle lotte operaie e proletarie.
Quando si parla di internità non ci si riferisce alla facile e lampante constatazione che Senza tregua aveva (degli) operai ma al fatto, altrettanto evidente che, dove il radicamento e i rapporti politici di forza glielo consentivano, essa promuoveva e dirigeva le lotte operaie e proletarie e le stesse manifestazioni di piazza e, in tutti gli altri casi, i suoi militanti in ogni caso partecipavano e contribuivano alle lotte.
Questo è particolarmente vero per i suoi punti di maggiore insediamento, come Milano, Torino e Firenze, ma anche a Bergamo, Bologna, Napoli, Brescia questo era il principio ispiratore della sua pratica politica.
Nella maggioranza dei casi non si trattava nemmeno dell’elaborazione di una linea di massa; non si trattava cioè di fare lavoro di massa: i suoi militanti scaturivano direttamente dalle lotte di massa e si può dire che per una stagione breve ma intensa la lotta di massa produceva direttamente l’organizzazione e non viceversa. Anche la questione della violenza va inquadrata alla luce di questa evidenza: si trattava di pratiche e tendenze suggerite direttamente dai punti più alti dello scontro operaio e proletario, rispetto ai quali l’attività dell’organizzazione consisteva nel lavoro applicato al tentativo di dare a queste pratiche caratteri di stabilità e strumentazione adeguata.
Anche il ricorso direttamente alle armi, in questo senso, era un valore aggiunto che corrispondeva a una domanda operaia di organizzazione e di forme di lotta adeguate al radicalizzarsi dei conflitti.
Ovviamente Senza tregua non si limitava alla mera registrazione di quanto messo in opera dalle lotte di massa, e non appiattiva su di esse la propria iniziativa politica: la sua proposta fondamentale, dalla quale prendeva persino la denominazione, cioè la costruzione dei Comitati comunisti per il potere operaio e proletario, corrispondeva perfettamente all’auto rappresentazione e alla definizione del proprio ruolo: essere lo strumento attraverso il quale si promuoveva o si favoriva il passaggio dalla forza operaia al potere operaio.
In questo senso, l’azione armata non corrispondeva a nulla di strategico: la strategia apparteneva alle lotte di massa e alle sue forme autonome di organizzazione, ed erano loro stesse a formulare gli obiettivi in maniera congrua allo stato delle mobilitazioni e ai rapporti di forza reali che dentro queste si esprimevano.
L’azione armata doveva sempre essere ispirata al principio della sua legittimazione, e il lavoro di inchiesta sugli obiettivi era inchiesta politica: il suo principio ispiratore doveva essere sempre la risposta affermativa al quesito se l’azione fosse funzionale, se corrispondesse a un bisogno espresso da una lotta e se fosse utile ai rapporti di forza interni e se favorisse, o minasse, la tendenza alla costituzione degli istituti di potere di parte operaia e proletaria.
Questa impostazione sarà vera e praticata fino a tutto il 1977, cioè fino a quando anche Prima linea sarà coerente e conseguente con il progetto e la tradizione politica di Senza tregua.

ISBN: 978-88-6548-293-3
PAGINE: 240
ANNO: 2019
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Anni Settanta, Movimenti, Violenza rivoluzionaria
Autore

Chicco Galmozzi

operaio, militante di Lotta continua, nel ’74 partecipa alla costituzione dei Comitati comunisti per il potere operaio legati al giornale Senza tregua e nel ’76 è tra i fondatori di Prima linea. Arrestato nel maggio del ’77, consegue maturità e laurea durante i dodici anni di detenzione.
RASSEGNA STAMPA

«Figli dell'officina» su @il manifesto

Qui la recensione di Andrea Colombo.

«Figli dell'officina» su @Carmilla

Qui la segnalazione di Sandro Moiso.

«Figli dell'officina» su @Effimera

Qui la recensione di Alberto Pantaloni.

«Figli dell'officina» su @Barricate di Carta

Qui la recensione di Francesco Filippini


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