Filosofia esistenziale della canapa indiana

«Il futuro sarà il passaggio dall’homo oeconomicus all’homo jucundus?»

Filosofia esistenziale della canapa indiana

Filosofia esistenziale della canapa indiana
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Questo libro, scritto di getto in uno stato di leggera trance mnemonica, è il resoconto di uno “psicodramma domestico”. La repressione nei confronti del consumo di canapa indiana, diviene, nello psicodramma, un presupposto: la trasfigurazione di tutti gli attacchi verso il libero arbitrio, le libertà individuali e i diritti civili acquisiti. Il pensiero proibizionista è una restaurazione di modelli punitivi messi in atto contro le libere scelte dell’individuo.
Il modello inquisitorio di totale controllo sociale di questa astorica restaurazione è una delle massime oppressioni verso l’umanità. Una oppressione suggellata da falsità mediatiche prodotte da un pensiero fondamentalista, ottuso e quindi incapace di interpretare la gioia delle tolleranze civili. È la morte contro la vita, e contro questa morte è necessario contrapporsi con l’immaginazione filosofica della vita quotidiana. Dalle lotte, dai mille ricordi, dalle esperienze di tutti i giorni scaturisce il seme di una visione del mondo che vuole sperimentare infiniti stati di coscienza. Una naturale filosofia del dissenso intrisa di una psicoanalisi della sopravvivenza, giocosa, sintetica e largamente condivisa da differenti generazioni di uomini e di donne, oltre il tempo e oltre i luoghi.
Questo contributo di scrittura psicodrammatica è una piccola onda comunicativa che si esprime con il movimento del sorriso, al di là dei ceti, al di là dell’arroganza, del danaro e del senso del potere, oltre la manipolazione informativa e comunicativa.
Questo piccolo seme piantato si chiama filosofia esistenziale della canapa indiana. Diventerà un albero sempre più genealogico che aiuterà il passaggio a una nuova specie, quella che già si profila dietro la fine evolutiva dell’homo oeconomicus e si apre al futuro dell’homo jucundus.


Un assaggio

Caro Guido, qualche mese fa a Zurigo, in occasione di un incontro antiproibizionista, hanno proiettato alcuni vecchi filmati americani di propaganda, utilizzati negli anni Sessanta nella campagna di criminalizzazione della canapa. In quella circostanza ho incontrato Stefano, un artista svizzero di origini ticinesi, una sorta di enciclopedia delle realtà ticinese e italiana nel campo delle dipendenze. La vita di artista gli ha fatto trovare sulla sua strada storie crude, estreme, a volte ingiuste. Questo lo ha reso critico, quasi ostile, nei confronti della vita stessa. Ma non manca mai di lucidità. Dopo il dibattito, che purtroppo era in tedesco, abbiamo sentito l’esigenza di confrontare le nostre opinioni, di fare il punto sulla situazione. Stefano mi ha pazientemente riassunto le parti salienti del dibattito, che mi sembra importante riproporti qui, con alcuni sprazzi di dialogo: «In parole povere, si è messo in evidenza che da trent’anni i proibizionisti sostengono che non si può attuare nessuna legalizzazione, perché la Svizzera ha firmato convenzioni e trattati internazionali, che non permetterebbero una scelta autonoma rispetto agli altri Stati»
«Li hanno letti questi trattati, è possibile sapere qualcosa di più preciso?», chiesi
«Le tue stesse domande se le sono poste dal palco gli oratori, hanno espresso gli stessi dubbi, le stesse incertezze. Hanno ribadito che i personaggi che gridano e arrestano, con il pretesto dei trattati, non hanno argomenti, e che una analisi precisa dei trattati dimostra che ci sono spazi per importanti modifiche. L’ambiguità, il clima repressivo, il giudizio morale, sembrano essere le uniche armi di questi signori. Gli antiproibizionisti, dal palco, hanno avvalorato il loro pensiero, ribadendo che un paese civile è tenuto a fare scelte coraggiose, proprio come l’Olanda trent’anni fa»
«Anche se capisco poco il tedesco, ho sentito che spesso ci si è riferiti al modello olandese. Mi dai qualche indicazione in più su quanto è stato detto, Stefano?»
«I discorsi ruotavano attorno alle misure che il board dell’Onu ha assunto nei confronti dell’Olanda in questi trent’anni. Nessuna sanzione, nulla, neanche una multa; anzi tanti encomi dalle commissioni antimafia. Hanno poi proseguito con le esposizioni dei membri della Commissione federale svizzera istituita per studiare come affrontare al meglio la situazione delle droghe leggere. Gli esperti che hanno verificato e accertato con precisione come era avvenuto l’inserimento della cannabis nella convenzione Onu del 1961 si sono messi le mani nei capelli»
«Si sono chiesti se prima di inserire la canapa nella convenzione – che comprende le sostanze stupefacenti e gli oppiacei – sono stati prodotti dei documenti scientifici? È così? Ho capito male?»
«No, no, hai capito benissimo», mi rispondeva prontamente Stefano, «questi addetti ai lavori sostengono che non è stato prodotto nulla di serio, che sono state fatte montagne di cazzate e nient’altro: film di propaganda, invenzioni giornalistiche, dichiarazioni campate in aria, nulla di scientifico, nessuno studio nemmeno sociologico»
Il mio sguardo ha incontrato lo sguardo di Stefano, l’espressione del suo volto si è fatta cupa. Ha aggiunto: «Qualcuno ha sollevato la preoccupazione che in quel momento, in quel preciso istante, mentre noi discutevamo, migliaia di giovani nelle città e nelle strade di tutto il mondo stavano acquistando gli stupefacenti del mercato nero, sostanze vendute quasi liberamente dalle mafie, senza controllo, in mano a persone senza scrupoli che le possono rendere ancor più tossiche».

ISBN: 88-88738-54-1
PAGINE: 96
ANNO: 2004
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Contro-culture, Filosofia
Autore

Fosco Valentini

Fosco Valentini (Roma 1954) è artista visivo. Negli anni Settanta e Ottanta ha collaborato con il teatro di Aldo Braibanti e con l’artista Alighiero Boetti. Nel 1989 si trasferisce in Svizzera. È presente con le sue performances visive nella scena dell’arte contemporanea italiana e svizzera.

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