Gabbie metropolitane

«Con un lavoro etnografico di ricerca sul campo, un’analisi sulla progressiva trasformazione del modello disciplinare»

Gabbie metropolitane

Modelli disciplinari e strategie di resistenza

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Gabbie metropolitane è un libro sui modelli disciplinari, le forme del controllo e le pratiche militari che, a partire dal carcere, si sono adeguate alle trasformazioni sociali ed economiche dell’ultimo ventennio. Dalla fine della centralità del lavoro di fabbrica e del relativo modello punitivo basato sulla «grande reclusione», molte sono le novità introdotte nel sistema di sorveglianza. Dalla riforma penitenziaria del 1975 alle trasformazioni che l’universo carcerario ha subito nel corso degli anni Ottanta, questo libro rappresenta un excursus su trent’anni di reclusione, punizione e rivolta.
Attraverso un lavoro etnografico di ricerca sul campo, essenzialmente basato su interviste e racconti orali, l’autore mostra la progressiva trasformazione del modello disciplinare. Un modello che oggi, lungi dall’essere meramente repressivo, si rivela produttivo e appetibile per i dispositivi di «governo della società» nonché estendibile a tutte le forme di vita e di lavoro. Ma scopo del libro è anche mettere in luce le nascenti resistenze al modello di società dominante e al ruolo politico che il carcere torna ad assumere. In questo senso la ricerca di Quadrelli è fedele, nel metodo, a quella del suo ispiratore Michel Foucault per il quale «non vi è potere senza resistenza».


Un assaggio

Marginale, deviante, escluso sono parole entrate da tempo nel lessico comune, dando origine alla produzione di volumi, saggi, articoli o più modesti rapporti di ricerca, focalizzati sul tema della marginalità e degli inevitabili corollari che si porta appresso. Tra ministeri e assessorati vari, per arrivare alla serie infinita di associazioni di volontariato e altro, non vi è ambito istituzionale o vagamente tale che non si sia sentito in dovere di effettuare, e quindi mettere in cantiere o commissionare, una qualche ricerca sui temi della marginalità, devianza, esclusione sociale ecc. Una realtà talmente diffusa e ovvia che nei discorsi di senso comune assume tratti al limite del «naturalistico»; tuttavia la ricerca sociale, indipendentemente dalle diverse scuole di pensiero e contrariamente alla vulgata comune, non considera i «fatti sociali» dati oggettivi ma «costruzioni sociali» (Berger, Luckmann 1997)
La prima domanda che pertanto viene da porsi è: attraverso quali operazioni, procedure e soprattutto dispositivi (Deleuze 1997) i marginali sono resi tali? Ma a questa ne consegue una seconda, il vero nocciolo del problema: qual è la posta in palio a cui è sottesa la messa in atto dei dispositivi? Qual è l’obiettivo strategico di queste procedure? Una prima facile e scontata risposta è che in fondo a tutto questo non vi siano altro che delle pratiche di potere, il che è indubbiamente vero, anche se è una risposta per lo meno parziale e, se ci fermiamo qui, foriera di diverse interpretazioni, la prima delle quali conduce immancabilmente a una visione del potere in chiave repressiva. Tale interpretazione potrebbe anche apparire sensata ma, se le volgiamo uno sguardo più attento e disincantato, suscita non pochi dubbi. A essi il lavoro qui presentato ha cercato di fornire, attraverso una ricerca empirica, qualche risposta. Poco propenso ad accettare l’ipotesi potere/repressione, ho indirizzato lo sguardo verso la relazione, a mio avviso centrale, tra potere e produzione. Le domande alle quali mi è sembrato sensato provare a rispondere sono state: che effetti hanno sulla produzione i processi di marginalizzazione? Cosa ricava il potere da essi? Perché questi, estendendosi progressivamente, hanno via via catturato gran parte dei mondi sociali fino a contrassegnare le esistenze di rilevanti quote di popolazione? Nei primi due capitoli mi sono soffermato sul mondo della prigione che, a rigor di logica, sembra il luogo più idoneo per osservare la marginalità e le strategie di contenimento e confinamento di essa. Ho preso in considerazione gli anni che, almeno in questo paese, sembravano degni di maggiore attenzione e interesse (l’epoca che, all’incirca, va dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta), dato che proprio in quel frangente era in corso d’opera un radicale progetto di riforma della prigione che, con tonalità in apparenza utopiche, si poneva il non facile compito di decarcerizzare la società. Un progetto che, osservato e analizzato con un minimo di attenzione, rivelava la messa in forma di un’ipotesi di «governo dei viventi» che non poteva essere ricondotto e utilizzato soltanto all’interno dei ristretti limiti della prigione. Abbandonando le anguste mura del carcere e volgendo lo sguardo ai restanti e numerosi mondi sociali circostanti, ho potuto constatare come le retoriche attraverso le quali la riforma del carcere stava prendendo forma fossero parte di un ordine discorsivo che, anonimo e silenzioso, stava gradatamente facendo presa sull’intera società, per diventare il discorso che le classi sociali dominanti iniziavano a pronunciare nei confronti dei mondi subalterni. Su questi dunque era necessario concentrare l’attenzione. Nel terzo capitolo e nel quarto ho così cercato di descrivere e analizzare quello che, tra gli anni Settanta e Ottanta, avviene dentro i mondi operai, proletari e più in generale subalterni. Una partita decisiva che, nonostante le resistenze dei subordinati, spianerà la strada alla moderna «società disciplinare». Il libro chiude con un quinto capitolo in cui si mostra, attraverso una rapida e sicuramente incompleta descrizione dei mondi della produzione attuale, come il «modello disciplinare» che iniziava a imporsi intorno alla metà degli anni Settanta sembri aver raggiunto la sua forma compiuta. Un processo non lineare, che inevitabilmente ha dovuto modellarsi sulle trasformazioni che la cosiddetta era globale ha apportato e di cui si è provato a tracciare alcune peculiarità. Il libro è interamente costruito sulla base di interviste e storie di vita (Demazière, Dubar 2000) e può annoverarsi all’interno di quella ricerca etnografica che, anche nel nostro paese, sembra conoscere un riconoscimento che non la limita, come fino a un recente passato, tra gli stili sociologici loose (Dal Lago, De Biasi 2002). Una scelta che presenta problemi non riconducibili solo agli ambiti della metodologia, anzi, a dire il vero, sono proprio gli aspetti non metodologici a rappresentare il vero nocciolo della questione. Nel testo, a parlare, insieme ad attori sociali investiti di un qualche ruolo istituzionale, sono in maggioranza personaggi ascrivibili al mondo dell’infamia, termine con il quale, a partire da Foucault, sono stati convenzionalmente intesi la storia, la vita e le gesta del popolo minuto. Questo è stato lo sforzo al quale Foucault stesso ha dedicato gran parte delle sue energie da quando, nel 1970, ha iniziato a tenere i corsi presso il Collège de France. Il capostipite di questi lavori, com’è noto, è stata La vita degli uomini infami (Foucault 1997a)
Ora, Foucault non è stato certo il primo a guardare a quei mondi che, quasi per «naturalismo», sono sempre stati considerati privi di linguaggio. La sua rottura non sta in questo. Centrale nel suo discorso è stata piuttosto la scelta di assumere le parole degli uomini infami come testo in quanto tale e di considerare il brusio anonimo che anima il mondo sociale uno dei possibili ordini discorsivi della narrazione storica. Le ricadute di un simile approccio rimandano a quello che, con ogni probabilità, nella ricerca foucaultiana ha giocato un ruolo da protagonista: il discorso sulla verità o, più sensatamente, sulle verità. Per Foucault, sulla scia di Nietzsche, la verità è sempre l’effetto di un rapporto di forza e di potere, non una realtà autentica e immutabile che per essere colta necessita unicamente dell’acume del sapere (e del filosofo, verrebbe da dire, che questa conoscenza incarna), se non altro perché la stessa conoscenza è ben lontana dall’essere oggettiva e in fondo neutrale (Foucault 1997b). La conoscenza non è altro che un effetto di potere, il risultato di lotte e battaglie reali e non di anodini scambi di opinioni (Nietzsche 1968) che i custodi delle cittadelle del sapere mettono in campo. Il nocciolo della questione è questo.

ISBN: 88-88738-63-0
PAGINE: 304
ANNO: 2005
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Carcere e nuove punitività
Autore

Emilio Quadrelli

Emilio Quadrelli (Genova 1956) lavora come ricercatore al Dipartimento di Scienze Antropologiche dell'Università di Genova e si occupa di tematiche relative alla criminalità e all'immigrazione. Ha pubblicato con Alessandro Dal Lago La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (Feltrinelli 2003) e per le nostre edizioni Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza.

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