Gli autonomi – volume VI

Finalmente la storia della mitica autonomia “padovana” raccontata dai suoi principali protagonisti

Gli autonomi – volume VI

Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio

Gli autonomi - volume VI
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A cura di Mimmo Sersante

La storia dei Collettivi politici veneti per il potere operaio narrata da due tra i suoi principali protagonisti. Una vicenda che prende avvio nell’autunno del 1974, dopo l’esaurimento dell’esperienza di Potere operaio. Un progetto fondato sui presupposti strategici di un forte radicamento territoriale, l’unità politico-militare della militanza e una direzione che poteva vantare una ricca e raffinata formazione teorico culturale di provenienza operaista. Infatti, in quel laboratorio, che si poteva avvalere di un forte presenza in ambito universitario, di una radio (Sherwood) e di un periodico (Autonomia), furono elaborate inchieste e analisi sui processi della ristrutturazione produttiva in atto che coniarono il concetto della «fabbrica diffusa» produttrice dell’«operaio sociale», la figura del moderno precario destinato a occupare un ruolo centrale nei conflitti politici di classe. I Collettivi organizzarono in vaste aree della loro regione azioni politico-militari di massa contro fascisti, responsabili della gerarchia di fabbrica e della repressione potendo contare su una serie di sigle, ognuna corrispondente a un determinato livello d’organizzazione.
L’accumularsi di quelle pratiche sfociò nelle famose «notti dei fuochi»: decine di attacchi in contemporanea in varie città della regione. L’operazione repressiva del 7 aprile 1979, e quelle degli anni successivi, ebbero a mira la distruzione anche di quella specifica rete organizzativa e del suo progetto rivoluzionario, tra i più forti, consolidati e intelligenti della galassia autonoma.


Un assaggio

PIERO: «chi si conforma alla debolezza degli oppressi, ribadisce, in questa debolezza, la premessa del dominio, e contribuisce a sviluppare il grado di grossolanità, ottusità e violenza necessario per l’esercizio del dominio». Ce l’hai presente? È Adorno, Minima moralia; forse non lo sai, ma mi capitò tra le mani che avevo 16-17 anni e a colpirmi fu il sottotitolo, Meditazioni della vita offesa. Non sulla ma della vita offesa. Era la vita offesa che si rivoltava e prendeva la parola. Un’edizione del 1954 intercettata per caso nella biblioteca del Belzoni, l’ItG che allora frequentavo: intonsa e dimenticata nel suo cantuccio chissà da quanto tempo. Troppo per lasciarla marcire così. La Dialettica dell’illuminismo? No, per me arriva più tardi, quando incocciamo nel nucleare. Ricorderai la scelta scellerata dell’Enel alla fine degli anni settanta di costruire una centrale a Montalto di castro. Fino ad allora il nostro intervento aveva ignorato temi di questa portata; anche il disastro di seveso del ’76 non aveva determinato un cambiamento di rotta nella nostra strategia. Il nostro «ecologismo» non è stato mai quello dei verdi… è vero, forse non siamo mai stati ecologisti ma questo, paradossalmente, ci ha permesso di affrontare la questione del nucleare in termini secondo me più corretti rispetto a quanti si erano spesi allora a denunciare i rischi dell’inquinamento radioattivo.
Abbiamo preferito parlare sul momento di stato nucleare e di comando capitalistico, di lotte operaie e di ristrutturazione padronale e, soprattutto, di autovalorizzazione di classe.
A rileggere oggi quel bell’articolo di Ivo sul nucleare pubblicato su «Autonomia», a colpire è proprio la prospettiva non neutrale dell’analisi. Il nostro linguaggio restava marxista, ed era un vantaggio perché capivi di cosa si parlava e qual era la reale posta in gioco; insomma, la tecnologia come comando oggettivato
nelle macchine e la scienza dell’atomo al servizio del capitale, utile a estraniare i produttori dalla loro capacità di conoscere e controllare il ciclo di produzione. capisci allora la delusione provata leggendo la Dialettica dell’illuminismo. lì dentro non c’era il rapporto sociale di produzione e non c’era la lotta di classe operaia, l’industria culturale prendeva il posto della fabbrica fordista, la rivoluzione era sinonimo di progresso e il progresso l’espressione di una ragione prevaricatrice, da sempre fascista. tutta colpa dell’illuminismo che poi non comincerebbe col settecento ma con l’astuzia di Ulisse…
GIACOMO: Già, Ulisse. non ho mai condiviso questa tesi. Io guardo all’Ulisse di Omero e, concedimelo, a quello di Dante; sinceramente mi sembra una forzatura farne il campione della ragione calcolante, di chi pone di volta in volta determinati scopi giovandosi dei mezzi più adeguati per realizzarli. È il motivo per cui ho cercato di indossarne i panni, intendo del viaggiatore errante, per riflettere sulla questione internazionale. ricordo di averlo fatto in un momento particolarissimo: noi dei collettivi che cercavamo di riprenderci dalla mazzata dell’11 marzo 1980, io in galera. l’idea era quella di Ulisse che si mette in viaggio per andare a trovare lenin e cerca di darsi la rotta giusta seguendo in giro per il mondo «arterie e vene che legano le lotte proletarie italiane con quelle europee, fino all’estremo nord, con i Balcani e l’ovest dell’impero sovietico, con il Medio oriente, con punte che si confondono con l’Asia dei pakistani e deg i indiani, con un’enorme porzione di territorio africano» per approdare infine nel sahara del fronte Polisario, una scoperta che in verità risale al ’79. Perché proprio il Polisario? Beh, allora consideravo l’area del Mediterraneo un’enorme zona omogenea che andava conosciuta forzando politicamente il suo quadro d’assieme. Mi spiego; le sue aree nazionali avevano caratteristiche simili come simili erano i suoi elementi costitutivi.
In una parola si trattava di un’enorme area culturale, religiosa, etnica, economica, militare. Quando affronto il tema, per l’appunto alla fine degli anni settanta, quella situazione mi sembrava esemplare per noi dei collettivi impegnati in Veneto sul fronte della rivoluzione comunista. Pensavo ovviamente al problema tipicamente territoriale dei confini. A imporlo era il tema stesso dello stato nazionale, cruciale per chi ritiene doveroso farci i conti. E noi nel nostro piccolo avevamo cominciato a farlo ridisegnando politicamente quelli del nostro territorio veneto; così il collettivo Padova nord arrivava fino alla provincia di Venezia organizzando una propria zona omogenea. Non voglio dire che anticipassimo il disegno della liga Veneta, già presente in regione alla fine degli anni settanta, o quello delle macro regioni di Gianfranco Miglio ma con la nostra piccola strumentazione teorico-politica siamo stati tra i primi a porre il problema, anche se a modo nostro. Affronteremo in dettaglio questo tema quando col nostro racconto arriveremo agli anni ’78-79. Il Polisario, dunque, come i collettivi politici veneti per il potere operaio, perché attivo in quell’area omogenea, perché capace di costruirvi basi territoriali nuove e nuova organizzazione restando immune dal fondamentalismo islamico già presente in zona, perché laico e di sinistra. In più, dopo la lezione del Vietnam, eccone un’altra a disposizione perché il Polisario ci mostrava che la guerriglia di popolo si poteva praticare anche nel deserto, non solo nelle foreste tropicali del sud-est asiatico. Fin dai primi numeri di «Autonomia», a ridosso dunque del 7 aprile, noti che il tema, almeno tra le righe, era stato posto. Se in carcere torno sul tema è per riprendere il filo di questo ragionamento. Da noi, ai combattenti del Polisario erano stati preferiti i profughi palestinesi in attesa di rientrare in una casa che invece non rivedranno più.
Ma vorrei tornare all’Illuminismo che secondo me non è quello dei francofortesi. Frequentavo la seconda media quando nella piccola biblioteca di zio Frane a Zara ho trovato tutti gli scritti di Voltaire nella collana «Medusa » della Mondadori. Parlo di Zara perché è lì che siamo nati, ieri città della Repubblica federale
socialista di Jugoslavia, oggi della Repubblica di Croazia. Sì, siamo dalmati e personalmente sono ancora legato a quella terra che abbiamo lasciato nel ’56; a Zara abbiamo frequentato l’asilo e abbiamo cominciato a parlare in croato e di questa infanzia socialista ho solo un buon ricordo. È solo per motivi economici che i miei hanno lasciato la Dalmazia e come profughi economici abbiamo vissuto per circa tre anni nei campi profughi. Niente anticomunismo, anzi; mio padre in Italia votava Psiup mentre mia madre, casalinga, scoprirà la politica dopo il 7 aprile, con la storia dei suoi due figli. Le mie, le nostre credenziali? Dalmati e
comunisti, tutti e due! Sono anche convinto che questa storia ha avuto il suo peso nelle mie scelte. Tornando a Voltaire, a quell’età avevo capito poco del suo pensiero ma per la mia formazione è stato fondamentale. Da questo punto di vista non condivido la posizione di Toni Negri in proposito; nella sua analisi della modernità egli salta da Spinoza a Marx bypassando allegramente l’Illuminismo. La cosiddetta linea maledetta che traccia partendo da Machiavelli per arrivare a Marx attraverso il solo spinoza non mi convince; e non lo dico per partito preso perché ad esempio un altro che ha concorso alla mia formazione è stato proprio Machiavelli che mi sono ciucciato per tre anni nell’edizione economica della BUR facendo il pendolare da Padova a Mestre come studente di un istituto tecnico.
No, non vedo questa grossa distanza tra il rinascimentale Machiavelli e l’illuminista Voltaire. Aspetta, però; non è che con i francofortesi ti fermi qui? Mi aspettavo che mi tirassi fuori L’uomo a una dimensione, il più classico dei loro testi, quello per cui un’intera generazione di studenti ha smaniato… non io però, che ricordo di averlo letto solo per dovere d’ufficio.

ISBN: 978-88-6548-313-8
PAGINE: 260
ANNO: 2020
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Anni Settanta, Movimenti, Violenza rivoluzionaria
Autore

Giacomo e Piero Despali

Giacomo Despali (Zara, 1951) e Pietro (Piero) Despali (Zara, 1953) hanno entrambi militato nei Collettivi politici veneti per il potere operaio. Coinvolti nell’inchiesta «7 Aprile-troncone veneto» il primo venne arrestato e scontò 6 anni e 6 mesi di carcere, il secondo, condannato a 5 anni e 5 mesi visse una lunga latitanza.
RASSEGNA STAMPA

«Gli autonomi. Vol. VI» su @PadovaOggi

Qui la prima parte dell'intervista di Ivan Grozny Compasso agli autori Giacomo e Piero Despali.

«Gli autonomi. Vol VI» su @PadovaOggi

Qui la seconda parte dell'intervista di Ivan Grozny Compasso agli autori Giacomo e Piero Despali.
 

«Gli autonomi. Vol. VI» su @il venerdì di repubblica

Qui la segnalazione di Matteo Tonelli.

«Gli Autonomi. Vol. VI» su @Sololibri.net

Qui la recensione su Mario Bonnano.

«Gli Autonomi. Vol. VI» su @Commonware

Qui la recensione di Gigi Roggero.

«Gli autonomi. Vol. VI» su @Carmilla

Qui la recensione di Giovanni Iozzoli.

«Gli autonomi. Vol. VI» su @il manifesto

Qui la recensione di Andrea Colombo.

«Gli autonomi. Vol. VI» su @DINAMOpress

Qui la recensione di Francesco Raparelli.

«Gli autonomi. Vol. VI» su @ytali.

Qui la recensione di Gianluca Schiavon

«Gli autonomi. Vol. VI» su @CHRONOPOLIS

Qui la recensione di Aldo Musci

«Gli autonomi. Vol. VI» su @Dalla parte del torto

Qui la recensione di Diego Giachetti

«Gli autonomi. Vol. VI» su @Pulp Libri

Qui la recensione di Giuseppe Costigliola


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