Gli sbirri alla lanterna

Gli sbirri alla lanterna

La plebe giacobina bolognese (1792-1797)

Gli sbirri alla lanterna
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Nella Bologna di fine Settecento, popolata di mendicanti, furfanti e banditi, con i primi riflessi locali della Rivoluzione francese si fa spazio presso le classi subalterne una chiara percezione di sé come soggetto politico e sociale autonomo. In un sistema economico chiuso, che costringe la popolazione a condizioni di vita intollerabili, fanno la loro comparsa congiure, complotti e rivolte. Una sorta di «giacobinismo» plebeo, rudimentale, violento, che ha il merito di strappare la politica al Palazzo e di radicarla nella quotidianità popolare.
E ciò che distingue i giacobini bolognesi da quelli del resto d’Italia è il loro essere perennemente circondati da una folla di plebei entusiasti, che li difende e li segue nelle loro iniziative, ovunque brutalmente represse dalle armate francesi discese in Italia sotto la guida di Napoleone. Lo spartiacque tra due secoli scandisce l’emergere di una nuova soggettività: va infatti in frantumi l’iconografia settecentesca di una plebe sottomessa, acquiescente alle ingiustizie e ossequiosa dell’autorità
La narrazione di Valerio Evangelisti, in cui compaiono icastiche figure di popolani ribelli e scorrono spettacolari scene di sommosse, incendi, impiccagioni, è sostenuta da un poderoso impianto di fonti documentarie reperite negli archivi giudiziari e negli atti processuali del tempo, cercando soprattutto di riportare in presa diretta le voci della plebe bolognese così come si esprimono negli interrogatori davanti a giudici e cancellieri
In questo libro Valerio Evangelisti mette al servizio del lavoro storico il proprio talento narrativo e letterario, nel tentativo di riportare la plebe sul palcoscenico della storia


Un assaggio

È solo nel settembre 1796 che, nella Bologna governata con durezza dal Senato e sottoposta alla tutela delle baionette francesi, il «partito giacobino», che aveva sino ad allora manifestato la propria esistenza con sporadiche e insignificanti sortite, esce spavaldamente allo scoperto. Partito di entità limitata, diretto da un pugno di giovani dotati di cultura sommaria, di eloquio sproporzionato alla profondità delle idee, di biografie curiose e contraddittorie, di convinzioni la cui fermezza appare sovente vacillante. Partito, tuttavia, sufficientemente attivo e incline alla violenza verbale da incutere timore ai ceti dominanti, forzando situazioni statiche e fungendo da catalizzatore di ben più ampie tensioni politiche e sociali
Il più noto e loquace esponente del giacobinismo bolognese, Giuseppe Gioannetti, riassume bene i casuali pregi e i necessari limiti del movimento. Nato da famiglia aristocratica e nipote di un cardinale, manifesta fin dall’adolescenza – secondo quanto narra egli stesso in una pagina autobiografica – un’impellente vocazione di riformatore e di studioso dei pubblici costumi, unita a un’altrettanto prorompente inclinazione pedagogica. Concepisce infatti fin da allora, sempre se si presta fede alle sue parole, un «vastissimo piano» educativo, che tenta di perfezionare e verificare introducendosi nei salotti delle famiglie nobili di tutt’Italia, onde formulare «le più sicure osservazioni sull’indole generale dei privati costumi e sulla natura del cuore umano»
Le credenziali fornitegli dallo zio cardinale e i finanziamenti paterni gli sono di grande aiuto nel compito che si è prefisso. Tuttavia Gioannetti scopre la chiave per intrufolarsi nei salotti aristocratici in un’altra dote naturale, che gli sarà di non poco ausilio quando si convertirà in rivoluzionario e che, in qualche misura, rende ragione del suo quasi irrefrenabile esibizionismo:
Deciso finalmente di voler eseguire a qualunque rischio il mio disegno, calcolando sulla naturale mia abilità nel canto […] mi portai a Firenze ed ivi diedi, con fortuna e grande strepito, la prima accademia, sotto nome di Virgilio Pannolini. Incoraggiato dal primo successo, proseguii coi proventi della mia voce il viaggio di tutta l’Italia, insinuandomi con detto mezzo nel seno delle più rispettabili famiglie, dove ebbi tutto l’agio di fare le mie più sicure politico-filosofiche osservazioni per esservi ammesso colla maggior confidenza, in causa de’ miei non oscuri natali

Nessuno dei suoi ammiratori sospetterebbe nel cantante Pannolini il futuro flagello degli aristocratici. La trasformazione si produce repentinamente, allorché Gioannetti, nel corso del suo giro di concerti, viene scosso da un inatteso evento:
Era io in Milano (dove molti non hanno peranco dimenticato la mia voce e la strepitosa accademia, che diedi in casa del sig. Imbonati) sul procinto di partire per la Spagna, quando giunsero i francesi in Italia, e ne acclamarono la libertà.
Subito Gioannetti volge le spalle al canto e rientra a Bologna. Poche settimane dopo lo ritroviamo, all’età di 27 anni, incontrastato capo dell’effervescenza giacobina, pur senza aver mai professato in precedenza idee repubblicane, senza avere mai coltivato amicizie sovversive, senza avere mai preso parte a cospirazioni o tumulti di alcuna sorta
Né maggiore dimestichezza con gli ideali o le vicende della Rivoluzione francese, e ancor meno con gli scritti dei pensatori democratici, manifestano i suoi primi adepti e luogotenenti. Spiccano tra questi il fratello minore Rodolfo, il ventiduenne laureato in legge Giacomo Greppi (di tutti il più colto e sottile), il contabile Giovanni Battista Pelagalli, i fratelli Luigi e Giuseppe Ceschi, il pittore Mauro Gandolfi, cui presto si aggiungono il ventinovenne Gabriele Riario, appartenente a una delle casate di più antico e nobile lignaggio, e il conte Cesare Massimiliano Cini. A parte Pelagalli e i due Ceschi, di condizione non eccelsa e votati a un futuro di «rivoluzionari professionali», si tratta di giovani di famiglia aristocratica o borghese, privi ancora di qualsiasi contatto con i nuclei democratici di altre città e trascinati all’azione più dall’istinto o dall’ambizione che da convinzione intima – quando non plagiati, come nel caso di Riario, dal carisma e dall’esuberanza di Gioannetti.

ISBN: 88-88738-78-9
PAGINE: 160
ANNO: 2005
COLLANA: Fuori Fuoco
TEMA: Plebi e moltitudini
Autore

Valerio Evangelisti

Valerio Evangelisti (Bologna, 1952) si è laureato in Scienze politiche e ha intrapreso una carriera accademica interrotta verso il 1990. Dopo avere pubblicato alcuni saggi di argomento storico, si è dedicato interamente alla narrativa. Tra le sue opere più note: Il corpo e il sangue di Eymerich (1996), Il mistero dell'inquisitore Eymerich (1996), Cherudek (1997), Picatrix, la scala per l'inferno (1998), Black Flag (2002), Antracite (2003), Noi saremo tutto (2004).

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