Globalizzazione e nuovi conflitti

«Una testimonianza che un’altra globalizzazione è possibile»

Globalizzazione e nuovi conflitti

34 visioni di un futuro possibile

Globalizzazione e nuovi conflitti
€11,05
€13,00
Lista dei desideri

La settimana precedente il summit del G8 di Genova vedeva, in quella stesssa città, svolgersi un seminario organizzato dalla Biennale Europea delle Riviste Culturali. Vi si riunivano numerosi esponenti del mondo della cultura internazionale. Architetti, poeti, scrittori, giornalisti, economisti, sociologi, filosofi, giuristi, scienziati, provenienti da tutto il globo si trovavano per discutere, proprio come i grandi, di globalizzazione.
Ma il punto di vista era ben diverso: flussi finanziari internazionali; scambiare informazioni su multinazionali farmaceutiche, organismi geneticamente modificati e biotecnologie; trovare le condizioni per una ben diversa qualità della vita nelle metropoli del primo e del terzo mondo; riflettere sul rapporto tra gli ambienti dell’informazione e della cultura e i governi e tutte quelle organizzazioni internazionali che sembrano decidere della sorte di milioni di persone. Gli atti di quel seminario, durato 10 giorni, sono contenuti in questo libro. Un testo che testimonia che un’altra globalizzazione è davvero possibile.
Interventi di oltre 40 autori. Tra i più rilevanti: Naom Chomsky (filosofo), Jeremy Brecher (economista), Vandana Shiva (fisica), Mae Wan-Ho (biologa), Stephen Rose (genetista), Frei Betto (sociologo), Gianni Minà (giornalista), Giulietto Chiesa (giornalista), Edoardo Sanguineti (poeta), Enrico Baj (pittore), Mario Botta (architetto).


Un assaggio

La globalizzazione non è propriamente una cosa nuova: esiste, in un certo senso, da cinquecento anni, quando un cittadino genovese tornò dal suo viaggio. Ma come abbiamo sentito da Noam Chomsky stamattina, negli ultimi vent’anni si sono verificati cambiamenti sostanziali che hanno prodotto un’economia globale diversa da quella che abbiamo sempre conosciuto. Cinquecento anni fa Colombo scopriva l’America, circa vent’anni fa io ho scoperto la globalizzazione per errore. Ero impegnato in uno studio sulla storia dei lavoratori locali di Waterberry, nel Connecticut, in una cittadina di immigrati da diverse parti del mondo, inclusi migliaia e migliaia di italiani. Scoprii che il primo immigrato italiano a Waterberry fu un signore di nome Balbi, anche lui originario di Genova. La città è stata per 150 anni il cuore dell’industria dell’ottone degli Stati Uniti, ma all’epoca della mia indagine, i primi anni Ottanta, l’industria stava fallendo e la città era in rapido declino. La mia collega in questo progetto di ricerca mi disse che avremmo dovuto studiare come l’economia globale avesse dato forma a questa società e ne stesse ora determinando il declino. Io risposi che mi sembrava ridicolo, l’economia globale non aveva niente a che fare con la nostra ricerca, il nostro era uno studio storico relativo a una realtà locale, la cosa ci avrebbe distolto dal nostro progetto. A poco a poco però, mi convinse che sbagliavo. Cominciammo a osservare ciò che stava accadendo in quella città industriale in declino e ci accorgemmo, per prima cosa, che le fabbriche e le piccole aziende locali erano state comprate e rilevate non solo da grandi società americane, ma anche da multinazionali che decidevano sugli investimenti da fare e da portare a termine sulla base di un piano globale per la crescita e lo sviluppo aziendale. Avendo deciso di investire nel metallo, avevano comprato le fabbriche d’ottone, ma alcuni anni dopo si dedicarono alle risorse in Arabia Saudita e in altre parti del mondo, ritirarando dunque gli investimenti dall’industria del metallo. Schiacciando qualche tasto di computer, hanno segnato il destino economico di questa regione. Waterberry è stata citata da una rivista americana per la qualità della vita più bassa tra altre trecento regioni metropolitane degli Stati Uniti
Un secondo aspetto della globalizzazione che abbiamo scoperto per errore è la globalizzazione finanziaria. Ci stavamo impegnando a trovare fondi e prestiti per aziende locali in un momento di stretta dei crediti. A metà degli anni Ottanta non c’erano fondi per le aziende che volessero espandersi o addirittura sopravvivere in alcune zone degli Stati Uniti. Noi scoprimmo proprio in quegli stessi anni che enormi somme di denaro venivano trasferite in quelli che chiamavano “mercati emergenti”, nazioni del Terzo mondo che si supponeva potessero offrire alle aziende grandi opportunità di crescita. Naturalmente tutti quei soldi ritornarono indietro dopo alcuni anni, provocando la crisi economica e finanziaria degli ultimi anni Novanta. Ci accorgemmo che la nostra piccola comunità negli Stati Uniti veniva colpita dai flussi finanziari globali e che le persone non ne erano quasi coscienti. Un’altra cosa che scoprimmo fu che alla gente e alla forza lavoro nella nostra comunità si diceva: dovete accettare i salari più bassi, dovete accettare i limiti sulla qualità del lavoro e sulle garanzie dei contratti sindacali, se non lo fate non saremo competitivi e dovremo spostare la produzione altrove negli Stati Uniti, se non addirittura all’estero. In questo modo i nostri lavoratori e la nostra comunità venivano messi in competizione con lavoratori e comunità di tutto il resto del mondo (dal saggio di Jeremy Brecher, «Nuove forme di democrazia nell’era della globalizzazione»).

ISBN: 88-87423-42-3
PAGINE: 224
ANNO: 2002
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Beni comuni, Immaginari
Autore

Biennale Europea Riviste Culturali


STESSO TEMA