Hezbollah

«la storia della resistenza nazionale contro Israele frutto dell’incontro di due giornalisti, uno francese e l’altro libanese»

Hezbollah

Storia del partito di Dio e geopolitica del Medio Oriente

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Nato nel 1982, dopo l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano, Hezbollah, letteralmente il Partito di Dio, è diventato nel corso degli anni il principale attore della resistenza nazionale contro Israele. Gli sviluppi intervenuti sul piano regionale (la fine della guerra civile libanese e del conflitto Iran-Iraq) hanno spinto Hezbollah a integrarsi nel sistema politico nazionale libanese, raccogliendo da più parti il consenso per la sua lotta all’occupazione israeliana. A poche settimane dalla fine dell’ennesima operazione militare scatenata da Israele contro “il paese dei cedri”, questo assunto è quanto mai evidente.
Questo libro è una storia politica di uno degli attori più rilevanti della scena mediorientale. Non è infatti possibile capire la nascita di Hezbollah, la sua attuale esistenza e il sostegno di cui gode anche presso fasce non musulmane della società libanese, senza ritornare alla guerra civile che ha sconvolto il Libano alla metà degli anni Ottanta. Senza ripercorrere gli ultimi cinquant’anni in una delle regioni più conflittuali del pianeta. Senza fare un’analisi economica e geopolitica che tenga insieme tanto le trasformazioni dei paesi arabo-musulmani vicini quanto il succedersi di nuovi protagonisti sulla scena politica internazionale.
A questo proposito, la guerra dichiarata da Washington a tutto il mondo non allineato alle sue posizioni fa assumere al recente conflitto risvolti completamente diversi. Il Libano, un paese martoriato da una terribile guerra civile, che nel corso degli anni è riuscito a ripristinare una pacata convivenza interetnica e interconfessionale, viene di nuovo precipitato nel baratro dalla guerra contro l’«asse del male» e il terrorismo. Secondo Washington, di questo «asse del male» il Partito di Dio è parte integrante.
Questo libro, scritto all’inizio del 2005 e aggiornato espressamente per l’edizione italiana fino allo scoppiare del recente conflitto, è insieme un’inchiesta giornalistica e un’analisi politica. Partendo dall’urgenza di capire il presente, cerca di contribuire a creare quelle condizioni comuni per un dialogo che renda possibile un’alternativa reale al conflitto e alle sue disastrose conseguenze.


Un assaggio

Dall’Introduzione degli autori
L’idea di questo libro è nata dall’incontro di due giornalisti, uno francese e l’altro libanese, la sera degli attentati dell’11 settembre. Quel pomeriggio, per il primo si conclude un anno di presenza a Beirut. Nel cuore dell’Oriente, l’estate non ha ancora detto addio quando il Boeing 737 di United Airlines percuote la torre sud del World Trade Center. In quel momento, stremato da un mattino trascorso nel caldo e nella polvere, si prepara a lasciare il più noto campo di rifugiati palestinesi del Libano, Chatila, dove si stanno ultimando i preparativi per la commemorazione del dramma che, diciannove anni prima, si è consumato nelle sue strade senza uscita. Sempre la stessa nausea nell’ascoltare i congiunti rimasti soli o gli orfani raccontare l’orrore di quelle ore, in quelle baracche fatiscenti in cui la miseria si espone alla luce del sole, quando le truppe ausiliarie dell’esercito israeliano si sono accanite contro di loro, civili senza difesa, dopo la partenza da Beirut delle forze dell’Olp e il ritiro, ancora oggi inspiegato, della forza multinazionale otto giorni prima della fine del suo mandato. Una forza che avrebbe dovuto proteggerli…
Quando squilla il telefono, i suoi pensieri si fondono con il dolore di queste persone, sopravvissuti di Chatila, fantasmi abbandonati al loro destino nel fortino della vergogna, superstiti tra i loro morti. La telefonata lo sollecita ad accendere il televisore per guardare quello che tutto il mondo ancora considera un incidente: un aereo di linea schiantato sul 79° piano di una delle due torri del World Trade Center. Commentando quest’incidente inaudito, il corrispondente della CNN indica col dito il denso fumo nero che sale dai piani superiori, quando sullo schermo compare il secondo aereo che va a piantarsi nella torre nord… Non c’è più spazio per i dubbi: l’America viene attaccata sul proprio suolo; il mito dell’inviolabilità del territorio statunitense va in frantumi per sempre. Mike Davis, nell’edizione francese del libro Les flammes de New York, vi vedrà la realizzazione di oscure previsioni da parte di “profeti della sfortuna” come H.G. Wells, Ernst Bloch, John Dos Passos o Sayyid Qutb. Colui che Davis definirà il “Nostradamus socialista”, H.G. Wells, nel 1907 ha descritto l’apocalisse di New York dopo una serie di attacchi aerei: “A terra restavano solo rovine, incendi, morti ammucchiati e sparpagliati; in un groviglio di corpi di uomini, donne e bambini, come se non fossero nulla di più di mori, zulù o cinesi”.
E’ di fronte a uno schermo televisivo che diffonde le immagini in loop di questo dramma che avviene l’incontro presso un comune amico tra i due autori
Dopo, quando lo smarrimento e la paura cedono il posto alla riflessione ad alta voce, l’evento scaraventa uno dei due, il secondo, tra i ricordi della guerra del Libano. Il terrore dipinto sul viso dei sopravvissuti. Il movimento di panico di una folla informe. I corpi carbonizzati e straziati tra le macerie e le schegge di vetro. Le grida e le urla. Le sirene delle ambulanze. Può immaginare, oltre le schermate asettiche del tubo catodico, l’odore insopportabile del sangue e della carne bruciata. Era lo stesso odore a infestare il quartiere Faqhani ai margini dei campi di Sabra e Chatila il 4 giugno 1982. L’aviazione israeliana aveva da poco iniziato i primi raid su Beirut, preambolo di un’invasione via terra due giorni dopo. Le bombe colpirono in pieno il mercato della frutta. È venerdì, e dopo la preghiera è pieno di gente. Una spaventosa carneficina. I cadaveri giacciono tra i pomodori schiacciati, l’insalata, i cocomeri…
Ma la morte, prodotta da azioni di terrore, di migliaia di innocenti sul suolo statunitense ha necessariamente un’altra portata e, soprattutto, altre implicazioni rispetto a quelle che si consumano sotto un altro cielo
Innanzitutto perché il gruppo responsabile di tali azioni ha scelto di colpire il simbolo della potenza economica e militare dell’impero americano. Secondo Osama Bin Laden, gli attentati dell’11 settembre sono stati l’atto fondatore del grande scontro tra le schiere del “bene” e quelle del “male”. Poi perché l’amministrazione americana, conquistata dalla tesi dello “scontro di civiltà”, vede in tali attentati la sua concretizzazione. Gli interessi petroliferi e finanziari, i vincoli della geopolitica la spingeranno a dichiarare una guerra globale al terrorismo. In realtà, per i neo-conservatori americani, terrorismo è il nome in codice dell’islam.
Ad avvicinarci è stata la comune preoccupazione per i rischi impliciti in simili interpretazioni dell’evento. Ben presto i commenti confermeranno le nostre paure. Per spiegare lo scontro che si prepara, un esercito di supposti specialisti, nutriti da un orientalismo da supermercato e supportati da un’abbondante pubblicistica, occuperà fino a saturarlo lo spazio mediatico internazionale…
Gli sviluppi ulteriori, politici, miltari e giuridici, riveleranno l’intenzione dell’amministrazione Bush di mettere in campo ciò che Giorgio Agamben chiama uno “stato di eccezione” planetario. All’orizzonte si profila il rischio di una deriva autoritaria su scala mondiale che conduce alla criminalizazione dei movimenti socio-politici di contestazione i cui interessi divergono da quelli di Washington
Da parte sua Alain Bertho sottolinea che “l’11 settembre presiede all’ufficializzazione della scelta americana della guerra come forma di governo mondiale. Questa svolta è determinante. Difatti, se il discorso ufficiale del mondo civilizzato sulla guerra al terrorismo fosse preso sul serio da quegli stessi che lo proferiscono, potremmo assistere all’istituzione di una logica politica internazionale coerente: rafforzamento dello spazio del diritto internazionale, consolidamento delle alleanze, azione di regolazione dei conflitti in corso, unitamente a misure politiche, economiche e sociali che tendano ad affievolire le tensioni, in particolare anti-americane, e a prosciugare la sorgente del terrorismo. Sta accadendo il contrario… Non ci sono segni d’incoerenza, ma di una coerenza diversa. La guerra non è al servizio della politica. È la politica che viene messa al servizio di una logica di guerra. È la guerra a diventare essa stessa una politica… Ha come sola ambizione quella di essere una crociata senza fine, criminalizzando la miseria del mondo e diabolizzando le differenze”
L’antiterrorismo, promosso a dottrina ufficiale della politica estera americana, ha in realtà la stessa funzione ideologica e politica dell’anticomunismo durante la Guerra fredda. All’epoca, quei paesi, movimenti e partiti politici che si opponevano all’egemonia di Washington erano ritenuti comunisti o agenti del comunismo internazionale. Il terrorismo con la “t” maiuscola è oggi il nemico globale tanto agognato dai “falchi”, contro il quale gli Stati Uniti imperversano dispiegando su scala planetaria il loro dispositivo militare e strategico che vincola ogni paese del mondo a scegliere il proprio campo: “con noi o contro di noi”. Viene così inaugurata la strada della supremazia mondiale e del “XXI secolo americano”…
In questa prospettiva, la guerra antiterrorista degli Stati Uniti si rivela una vasta operazione di mantenimento dell’ordine, pacificazione e pulizia sociale nell’area arabo-musulmana, definita da alcuni l'”asse dei massacri”, e a questo fine si serve strumentalmente dell’azione della rete di Al-Qaeda e delle sue conseguenze. Quest’ultima ha fornito ai “falchi” dell’amministrazione Bush il miglior pretesto per definire il mondo dell’islam il principale nemico: “Dietro il nemico-spaventapasseri, e in questo sta la tragedia, e al riparo della funesta confusione di cui sono responsabili tanto la fobia anti-islamica occidentale quanto il conservatorismo autoritario e demagogico dei regimi, dei partiti e della intelligenzia araba, dietro questo schermo, questa nebbia e questa coltre di fumo, è l’islam in quanto civiltà, in quanto mondo, e le popolazioni che vi abitano, ma in particolare quelle del mondo arabo, a essere colpite e minacciate di morte, obbligate a sottomettersi o ancor peggio a riconoscersi in Saddam Hussein, Gheddafi, Osama Bin Laden, e a perire sotto le loro bandiere”, scrive lucidamente Ilan Halevy.
Non serve aggiungere che la messa in pratica di questa strategia necessita del mantenimento di quella confusione che fa un miscuglio dei partiti, delle organizzazioni e delle correnti che compongono la galassia eterogenea di ciò che comunemente viene chiamato islamismo…
Nel corso della sua ventennale esistenza l’Hezbollah libanese si è rivelato un’illustrazione pratica dell’emergere e dell’evolversi di un movimento islamico nazionalista. Nato dopo l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano nel 1982, nell’arco di qualche anno questo partito diventa il principale vettore della resistenza nazionale contro Israele. Gli sviluppi intervenuti sul piano locale e regionale – la fine della guerra civile libanese e del conflitto tra Iran e Iraq – spingeranno Hezbollah ad adattare la propria strategia al nuovo contesto. La sua integrazione nel sistema politico nazionale, la sua apertura verso le altre componenti politiche libanesi contribuiscono alla costruzione di un vero e proprio consenso libanese nei confronti della sua lotta contro l’occupazione. Come osserva Fawaz Gerges “laddove negli anni Ottanta e Novanta, negli altri paesi arabi, gli islamisti si sono impegnati in sanguinose battaglie contro i rispettivi regimi, Hezbollah ha applicato e perfezionato il proprio talento contro le truppe israeliane e i loro ausiliari nel Sud del Libano. Laddove gli altri islamisti del mondo arabo hanno fallito nel consolidamento di una forte base sociale, Hezbollah ha stretto una solida alleanza con lo Stato libanese e importanti settori sociali. Diversamente da altri gruppi, che si sono alienati una parte significativa della popolazione accusando scrittori e artisti di blasfemia e trascinandoli di fronte ai tribunali, Hezbollah ha mostrato notevole rispetto per la libertà di espressione… Con la fine degli anni Novanta, mentre i militanti islamisti perdevano la guerra sul campo nella quasi totalità dei paesi arabi, in particolare in Algeria ed Egitto, perdendo così credito agli occhi della loro base e del mondo intero, Hezbollah è riuscito a mettere a segno colpi incredibili contro l’esercito israeliano, guadagnandosi il rispetto del Libano e dell’intera area geografica”. L’efficacia militare e il realismo politico ne faranno un alleato obbligato per Damasco e Teheran e persino, in un certo senso, per il Cairo e Riyad, in opposizione a ciò che queste stesse capitali chiamano “gli intenti egemonici di Israele”. Allo stesso tempo diventerà un interlocutore riconosciuto per le diplomazie europee, russa e cinese.
Al contrario, per Washington, impegnato in una campagna mondiale contro il terrorismo, Hezbollah rappresenta, stando alle parole del sottosegretario di Stato Richard Armitage “la prima squadra del campionato di terrorismo, laddove Al-Qaeda è oggi solo la seconda”. Dopo la seconda guerra in Iraq, numerosi collaboratori, esperti e analisti americani inviteranno l’amministrazione Bush a sradicarlo. La sua neutralizzazione è una delle richieste più spesso formulate dai diversi emissari americani nei confronti del Libano e della Siria. Il rifiuto, da parte statunitense, di riconoscere Hezbollah come una delle componenti politiche fondamentali del Libano, rivela la natura e l’ampiezza degli sconvolgimenti che Washington intende provocare nel contesto del suo progetto di “rimodellamento del Medio Oriente”.
Su questo Condoleeza Rice ha gettato una nuova luce quando, a margine della visita londinese del presidente Bush il 30 novembre 2003, ha presentato ai partner europei degli Stati Uniti un piano di avvio del processo di rimodellamento del Medio Oriente e del Maghreb. Una sorta di foglio di via regionale per democratizzare i sistemi politici e perfezionare la liberalizzazione delle economie. Quale novità! La Nato sarebbe stata incaricata di sopravedere, per ogni paese della regione, la messa in pratica delle riforme previste. Il ruolo riservato all’alleanza militare Nord-Atlantica rivela la particolare concezione della democratizzazione prevalente a Washington. Tale approccio annuncia una esacerbazione delle tensioni e delle violenze, se non addirittura dei conflitti, le cui conseguenze non sono affatto prevedibili. È evidente che la risultante radicalizzazione dell’opinione pubblica nel mondo arabo rafforzerà ancor di più le frange estreme della nebulosa islamista a svantaggio delle sue correnti politiche. La necessità di andare oltre i discorsi semplicisti e globalizzanti derivati da un’immaginaria frattura tra Oriente e Occidente ci spinge allo studio del caso di Hezbollah. Ci auguriamo che una conoscenza più estesa di uno dei principali attori politico-militari della scena mediorientale consentirà una maggiore comprensione della complessità di quest’ultima. D’altra parte ci auguriamo che, per quel poco che sia, contribuisca a creare le condizioni di un vero e proprio dialogo, rendendo possibile una comune alternativa agli scontri apocalittici e alle loro disastrose conseguenze.

ISBN: 88-89969-19-9
PAGINE: 160
ANNO: 2006
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Guerra e geopolitica
Autori

Walid Charara

Walid Charara, giornalista libanese, si è laureato presso l'Università americana di Beirut. Svolge attività di ricerca in relazioni internazionali. Vive tra Beirut e Parigi.

Frédéric Domont

Frédéric Domont è corrispondente dal Libano per Radio France Internationale. Da quindici anni lavora in Medio Oriente.

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