I cacciatori di piante

La corsa all’oro verde tra romanzo d’avventura e botanica

I cacciatori di piante

Delle avventure di piante, botanici ed esploratori che hanno arricchito i nostri giardini

Prefazione di Andrea Di Salvo

I cacciatori di piante
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Cacciatori o raccoglitori? Di certo vanno in cerca di piante i protagonisti di questo libro, in diversi secoli di storia e molti anfratti del globo terrestre. Nelle loro rispettive epoche, di piante rare o magiche, eclettiche o nuove, ornamentali o estrose. Da consegnare a mercanti, negozi, conventi, università. Per ingrandire collezioni, erbari, orti botanici. Per accrescere la gloria di nazioni intere o di accademie universitarie. Ma l’accanimento, di cui le avventure di questi cercatori testimonia, più s’avvicina a quello di cacciatori ostinati.
Uomini spesso disposti a sopportare disagio, malattie e lunghi viaggi, a rischiare la pelle pur di scoprire e dare un nome a nuovi vegetali disseminati per l’intera geografia. Molte le vocazioni che li hanno spinti a cacciare: dalla filantropia all’ossessione per singole specie, dall’amore disinteressato per il sapere botanico alla prospettiva di arricchirsi, dal desiderio di denaro a quello per la gloria di una pianta col proprio nome.
Un «saggio» di botanica, giardinaggio, storia e avventure, tra invenzioni di cassette per il trasporto e ardite arrampicate di montagna, attacchi di pirati e frecce avvelenate. A questo vanno incontro i cacciatori di piante qui raccontati, singolari biografie che nei secoli hanno arricchito i nostri giardini e pure qualche tasca.


Un assaggio

Vista la situazione, Wallich intervenne tempestivamente in soccorso. Fece finta di non accorgersi della gaucherie e dei lunghi silenzi del giovane giardiniere, e riuscì in qualche modo a dissipare le sue paure e a dargli la sicurezza di cui aveva bisogno. Lo confortò dicendo che, per quanto il Bengala potesse essere soffocante e infuocato come una fonderia, e l’Assam fradicio d’acqua come una spugna, tali sarebbero stati il piacere e la soddisfazione di scoprire i tesori di piante nascosti in quelle regioni, che avrebbe sicuramente dimenticato tutti i disagi e le scomodità. E aveva proprio ragione. Spostandosi in barca, o via terra su carri e poi in un palkee trasportato da uomini che chiamava i suoi dawk, Gibson si diresse a tappe verso il nord, attraversando il Bengala orientale e la valle del Brahmaputra. Stando adagiato nel palkee, tutto chiuso all’esterno da un sistema di tende, scoprì ben presto di soffrire ancora di più per il clima e decise di proseguire a piedi. Per quanto arroventati i percorsi, per quanto umide all’inverosimile le foreste, lo spettacolo era così straordinario che Gibson non si accorse più dei disagi e rimase letteralmente ipnotizzato dalla meraviglia della vegetazione. Anche nei luoghi dove non era particolarmente fitta essa riusciva a superare, per l’intensità dei colori, qualunque cosa avesse mai visto nella dolce campagna dai tenui colori acquarello intorno a Chatsworth. Dove invece la natura era più lussureggiante Gibson si trovò di fronte a una densità straordinaria: masse compatte di felci e muschi, licheni e funghi, bambù giganteschi, alti trenta metri e anche più, svettanti come campanili di chiesa; alberi che sembravano navi, con vele e stragli di piante rampicanti, e grandi epifite sfolgoranti qua e là dai tronchi e dai rami; una natura così tumida e palpitante che nei rari momenti di silenzio, in cui per un attimo si interrompevano gli squittii, i lamenti, gli strilli, insomma le mille voci della foresta, sembrava quasi di sentire, impercettibilmente, crescere le piante, maturare e gonfiarsi le cellule di quella ricca vegetazione.
La sfiducia in se stesso di Gibson svanì come per incanto. Trovò l’Amherstia, e si mise a caccia di piante con tale impegno e successo che quando alla fine ripartì da Calcutta tutte e tredici le cassette del dottor Ward erano colme di esemplari esotici. Il buon Nathaniel Wallich, instancabile ispiratore di questo ottimo lavoro, lo andò a salutare a bordo, lo aiutò a sistemare le orchidee epifite, ancora attaccate ai tronchi che le ospitavano, che vennero appese al soffitto della cabina di Gibson, e si dette la pena di scrivere al duca del Devonshire dicendogli che il tesoro di piante indiane raccolto dal suo giardiniere era «veramente degno di un principe». E aveva ragione. L’efficientissimo Paxton, avvertito in tempo da Calcutta, fece trovare un’imbarcazione del duca pronta nel bacino accanto ai docks dove era stato sbarcato il prezioso carico di Gibson, che fu velocemente trasportato da una pariglia di cavalli a Cromford, il canale più vicino a Chatsworth, e da lì continuò il viaggio in una carrozza molleggiata. In tempo di record la nuova Amherstia House del duca del Devonshire poté ospitare il suo primo inquilino. Ma oltre a questo trionfo, che «arrecò al duca grande soddisfazione», Chatsworth si trovò arricchita di più di un centinaio di nuove specie di orchidee, e come lo stesso Gibson riferì a Paxton «altre belle piante che erano ancora sconosciute in Inghilterra quando partii per l’India».

ISBN: 978-88-6548-140-0
PAGINE: 328
ANNO: 2015
COLLANA: Habitus
TEMA: Ambiente, Cultura materiale
Autore

Michael Tyler Whittle

Michael Tyler Whittle (1927-1994), storico inglese appassionato di botanica e giardinaggio, ha scritto volumi sulla Grecia classica, l’età degli Imperi e la storia inglese.
RASSEGNA STAMPA

I cacciatori di piante nel libro di Michael Tyler Whittle («Elle»)

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