I giardini di Betz

«La democrazia dei giardini attraverso i versi di un rivoluzionario»

I giardini di Betz

Introduzione, traduzione e note di Enzo Cocco

I giardini di Betz
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«Del padre degli uomini Dio fece un giardiniere: Il mondo era allora un giardino primaverile: Il mondo, ahimè, non è più lo stesso! Fedele, tuttavia, al proprio primo istinto, Non v’è mortale che non ami Il fiore profumato e il frutto nutritivo». Compagni di un silenzio che non è l’assenza di parole, ma la possibilità di tutte le parole che il sentimento sa sentire e pronunciare, i jardins-vergers di Giuseppe Antonio Gioacchino Cerutti diventano spazi in cui si fa voce ed eco un mot che può diffondere una «leçon grande». Questa parola è libertà. Quella che spesso l’uomo occidentale ha cercato in giardini che, nella sua eutopia, egli ha opposto ai «castelli oppressori»,
ai «palazzi insolenti» e ai «muri della tirannia».


Un assaggio

Diverse sono le ragioni che hanno spinto il curatore a tradurre due poemi di Giuseppe Antonio Giocchino Cerutti sui giardini. La prima ragione. I due poemi richiamano l’attenzione sul giardino come spazio del tempo e della pazienza: della cura, cioè, che ogni giardino richiede se non lo si vuole condannare alla distruzione e alla scomparsa, ma restituirlo allo stupore dello sguardo e al fremito del sentimento. Cerutti osserva che camminare in un giardino è come passeggiare nel tempo, che porta con sé uomini e cose, idee e bellezza. È filosofare «sulla instabilità dell’architettura e dell’umanità», «sulle rovine del mondo e della razza umana». È comprendere che «ogni piacere porta in sé il lutto». È vedere (per un istante, fermo negli occhi e nella mente) ciò che è prossimo a trascorrere, e che, proprio per questa sua caducità, merita attenzione e premura. La seconda ragione. Quelli di Cerutti sono due poemi che pensano al giardino come a un meta-spazio che rende possibile rêver, termine considerevolmente euro polisemico. Come ricorda la quarta edizione del Dictionnaire de l’Académie Française, quando chiarisce che rêver significa «fare dei sogni», «essere distratto, lasciare andare la propria immaginazione su cose vane e vaghe, senza alcun oggetto fisso e certo», ma anche «pensare, meditare profondamente su qualche cosa». A indicare sia un pensiero profondo sulle cose, ma anche, e soprattutto, l’affiorare nell’io (nella sua coscienza) di quella parte che giace opaca, composta di attese e paure che si mescolano ai desideri e alle speranze.

ISBN: 9788865482629
PAGINE: 96
ANNO: 2018
COLLANA: Habitus
TEMA: Ambiente

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