Il capitalismo odia tutti

La crisi delle teorie rivoluzionarie della sinistra di fronte ai nuovi fascismi.

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Fascismo o rivoluzione

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Qual è la lezione politica del ciclo di lotte apertosi nel 2011 in molti paesi tra i quali l’Egitto, Spagna, Stati Uniti, Brasile e che oggi si prolunga nel movimento dei «gilets jaunes» in Francia? Quali sono le cause che hanno determinato la sconfitta della «rivoluzione mondiale» negli anni Sessanta e Settanta e in particolare dei nuovi soggetti sociali irriducibili alla classe operaia (il movimento femminista e i movimenti dei popoli colonizzati)? Come interpretare il successo delle irruzioni dell’estrema destra a livello mondiale dopo la crisi finanziaria del 2008? Dalla vittoria elettorale di Bolsonaro in Brasile ciò che abbiamo di fronte non è più solo «populismo» o un «liberismo autoritario», ma un nuovo tipo di fascismo che ci ricorda gli albori delle politiche neoliberali. Per Maurizio Lazzarato le nuove tipologie di fascismo mettono in evidenza i limiti delle definizioni di «potere» elaborate dal pensiero politico-filosofico post ’68, che non ha considerato la valenza strategica della funzione della guerra e della guerra civile nel suo funzionamento. Ed è proprio questa gravissima omissione a impedire la possibilità di reinventare un immaginario e una strategia rivoluzionaria all’altezza del tempo che stiamo vivendo.


Un assaggio

Il potere contemporaneo

Anche se il tentativo di ristabilire la linea del colore è destinato a fallire, esso ci permette comunque di comprendere il funzionamento del potere contemporaneo, perché i termini che vorrebbe separare – ordine e disordine, guerra e diritto, illimitato e limitato – sono ormai indissolubilmente legati.
La natura del potere contemporaneo si manifesta in maniera evidente nella gestione dei flussi migratori, in cui agisce una nuova versione del concatenamento di civile e militare. Nelle acque del Mediterraneo, il «civile» agisce in stretta collaborazione con il «militare», ed entrambi collaborano con bande armate, eserciti privati, criminali organizzati, trafficanti di droga, trafficanti di esseri umani e di organi. La logistica aveva largamente anticipato questa situazione, ma il legame con la corruzione e la criminalità è una specificità del neoliberismo.
È molto significativo che le cristallizzazioni politiche in Occidente si basino su questa linea neocoloniale e che il «nemico» sia una trasformazione del colonizzato. Il legame tra civile e militare cerca di ricostituire questa linea, pur sapendo che è sempre sfuggente, perché i movimenti di popolazioni non sono determinati solo da ragioni contingenti (povertà, guerre ecc., alimentate dagli occidentali per ragioni strategiche ed economiche: saccheggio delle materie prime, acquisto di terre, vendita d’armi), ma, più in profondità, dalle rivoluzioni anticoloniali che hanno sedimentato soggettività resistenti all’ordine neocoloniale. La volontà di autonomia e indipendenza delle lotte contro l’imperialismo si è incarnata in comportamenti, attitudini, modi di vivere che la repressione militare del Nord avrà problemi a bloccare alle frontiere.
La frontiera che attraversa il Mediterraneo è innanzitutto fantasmatica. Le frontiere si sono moltiplicate e frammentate, sono penetrate in profondità nei territori occidentali, seguendo i movimenti migratori che esse cercano di controllare e ostacolare (centri di detenzione). Le frontiere si manifestano attraverso tutte le tecniche di segregazione spaziale, che si applicano non solo agli immigrati, ma anche a crescenti fette di popolazione locale (periferie, ghetti, favelas ecc.). La frontiera ufficiale, incapace di trattenere i movimenti delle popolazioni, ha però una funzione ben precisa, in quanto costituisce il luogo di soggettivazione per i nuovi fascismi.
Il controllo dei flussi e la gerarchizzazione delle popolazioni non si fa con il biopotere, così come descritto da Foucault, né con il suo opposto, la tanatopolitica – termine troppo generico e con connotazioni quasi metafisiche – ma si fa con la guerra contro le popolazioni. Questo termine sembra più appropriato, perché traccia una continuità tra la soppressione fisica (dei migranti), le nuove modalità di sfruttamento della forza-lavoro, le politiche segregazioniste, la privatizzazione del welfare, la repressione delle minoranze sessuali ecc. La tanatopolitica contiene l’idea di una potenza unilaterale, di un potere esclusivo del capitale, mentre il concetto di guerra porta con sé la relazione tra nemici (potenziali  o reali).
Il potere sovrano («far morire e lasciar vivere») e la biopolitica («far vivere e lasciar morire»); coesistono, come si vede oggi, quando il «far morire» (migranti) viene praticato proprio da chi organizza il «lasciar vivere» (sarebbe più opportuno dire «lasciar sopravvivere») dei nazionali. Civile e militare, guerra e governamentalità sono tecniche che funzionano insieme, senza passare dalla pace.
La concezione foucaultiana del potere è un buon esempio dei limiti che influenzano tutto il pensiero del ’68. Pur rappresentando una rottura con le teorie classiche e anche marxiste, condivide con esse una visione del funzionamento dei dispositivi di potere centrata sul Nord. In Foucault, manca metà della «storia» genealogia di «poteri», «soggetti» politici e istituzioni, poiché l’analisi si limita all’Europa. Il biopotere rappresenta un punto di vista eurocentrico sui dispositivi di potere, che sono invece globalizzati dal 1492. Se si analizza la regolazione e il controllo delle popolazioni dal punto di vista dell’economia-mondo, si può affermare che la guerra di conquista, la vittoria «militare» contro le «popolazioni», precede e fonda la regolazione governamentale di queste stesse popolazioni, anche in Europa.
L’affermazione di Foucault, secondo la quale «la vecchia potenza di morte nella quale si simbolizzava il potere sovrano è ora attentamente coperta dall’amministrazione dei corpi e dalla gestione calcolatrice della vita» è chiaramente falsa, o almeno di portata limitata. Dal punto di vista del «mercato mondiale», questa potenza di morte non ha mai smesso di esercitarsi, anche in Europa, dove ha prodotto massacri efferati nella prima metà del XX secolo, e sta riacquistando forze.

ISBN: 978-88-6548-298-8
PAGINE: 144
ANNO: 2019
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Debito e crisi, Movimenti, Resistenza e antifascismo
Autore

Maurizio Lazzarato

Maurizio Lazzarato
sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. Tra le sue pubblicazioni in lingua italiana: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012) e Il governo dell’uomo indebitato (2013), entrambi pubblicati con successo presso DeriveApprodi.
RASSEGNA STAMPA

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Qui la recensione di Giorgio Griziotti.

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Qui le recensioni di Benedetto Vecchi e Giorgio Griziotti.

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Qui la recensione di Fabio Malagnini.


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