Il mite migrante

«Un racconto ironico di una vita da migrante»

Il mite migrante

Il mite migrante
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Il protagonista di questo libro è un immigrato. Non un immigrato triste, depresso o bisognoso di aiuto. Un immigrato ironico, divertito, scanzonato, che sfotte non la propria ma la diversità altrui. Un siciliano emigrato a Bologna nel 1977. Dopo quasi trent’anni di permanenza nel capoluogo emiliano, Francesco Tripodi si vendica.
Il protagonista di questo libro è un immigrato. Non un immigrato triste, depresso o bisognoso di aiuto. Un immigrato ironico, divertito, scazonato, che sfotte non la propria ma la diversità altrui. Un siciliano emigrato a Bologna nel 1977. Dopo quasi trent’anni di permanenza nel capoluogo emiliano, Francesco Tripodi si vendica. E consuma la sua vendetta scrivendo. Ha così inizio la descrizione caustica e ironica di una vita da migrante, tra l’infanzia trascorsa in Sicilia e quella civiltà del prosciutto in cui si è trasferito che gli rinfaccia a ogni istante la propria diversità. Il mite migrante è il racconto di un viaggio in una realtà normale, scandita dal lavoro, gli amici, la famiglia, le vacanze. La narrazione si snoda per un centinaio di piccoli aneddoti. Scintille di realtà che esplodono come bolle. Uno sguardo obliquo sul mondo e sulla vita che spinge a prendere le distanze da se stessi e dai propri luoghi comuni. È l’impietosa descrizione della banalità del quotidiano di un personaggio spaesato, nella cui cattiveria è difficile non identificarsi.


Un assaggio

Dopo vent’anni di dura emigrazione, anch’io sono riuscito a riprodurmi con una settentrionale. Ora ho un figlio di 4 anni, nato al Sant’Orsola, bolognese a tutti gli effetti. È bello, castano, longilineo e sempre allegro, non come quel brutto marocchino nano e depresso di suo padre. Solo il cognome – Tripodi – tradisce ancora le sue lontane origini meridionali. Ma non c’è niente da fare: all’anagrafe mi hanno detto che per avere qualche possibilità di cambiarlo dovrei chiamarmi Troia o Pisciammocca. Comunque, da vero bolognese, mio figlio adora i tortellini, il prosciutto crudo e il parmigiano reggiano. Dice già «pissa» per dire pizza. Ogni tanto anche «che minchia vuoi?!», ma è solo perché mi sente dire le parolacce quando guido incazzato sui viali
Si chiama Diego. Come Zorro e come Maradona, i miei idoli. Conosce tutti i gol più belli del pibe de oro, di cui ho un’antologia in videocassetta. Purtroppo tira delle gran cannonate solo di destro, ma spero che con gli anni diventi mancino. Per affrettare i tempi, un mio amico che addestra cani mi ha spiegato che dovrei dargli delle bacchettate sulla gamba destra, ogni volta che accenna a calciare con quel piede. Io sono contrario a questi sistemi, e per colpirlo uso solo un giornale arrotolato
Ha una gran collezione di spade, che compro da Lupi o al Pianeta. Quest’anno a carnevale si è vestito da Zorro, naturalmente. Così conciato l’ho portato alla festa della sua scuola materna. C’erano un sacco di altri Zorri, identici a lui. Diego ci è rimasto male. Poi però mi ha detto sottovoce: «Papà, qui è pieno di falsi Zorri. L’unico vero sono io!»
Per ora gli sto dando delle basi, poi da grande deciderà lui, liberamente: farà lo spadaccino o il cocainomane, a sua scelta.
Come tutti i bambini della sua età, mio figlio ama i film di Walt Disney. Sono uno più bello dell’altro. Troppo violenti, però. Il re leone pare una tragedia di Shakespeare, precisamente l’Amleto. Ma Biancaneve e i sette nani è ancora peggio. I nani sono cattivissimi. Non perdono occasione per menare Cucciolo, che in quel gruppo di potenti handicappati è il più handicappato di tutti: oltre a essere nano, è anche muto e scemo
Ai nani, poi, Biancaneve piace tanto. Quando la scoprono addormentata nei loro lettini, la guardano allupatissimi. Al suo risveglio, diventano subito rossi dalla vergogna. Ma non per timidezza: il fatto è che stavano pensando tutti alla stessa cosa: scoparsela. E si capisce: sono lì nella foresta a fare i minatori da un sacco di tempo. Non trombano da una vita, è chiaro: nane in giro non ce ne sono, in quella selva, e chi altro si accoppierebbe mai con quei mostri? Neanche gli scoiattoli. Quello che avevano pensato è chiaro: volevano farsela. E come dargli torto? In fondo Biancaneve è in mezzo al bosco, a casa loro, da sola. E poi ha quella vocetta da zoccola: ma chi l’ha doppiata, Cicciolina
La matrigna è tremenda. Quando si trasforma in una vecchia strega bevendo la pozione magica, sembra una scena del Dottor Jekyll e mister Hyde. Diego si chiude gli occhi terrorizzato: «Manda avanti! Manda avanti!», mi dice
Alla fine, quando giunge il principe azzurro, è veramente il colmo. I nani vegliano il cadavere di Biancaneve piangendo da giorni e giorni. Non l’hanno neanche seppellita, da quanto l’amavano. E poi arriva ’sto fesso cantando, la bacia in bocca e se la porta subito nel suo castello a trombare. Biancaneve saluta i nanerottoli baciandoli sulla fronte, perché baciarli sulle guance o addirittura sulle labbra la stomaca. Ma come? Con quello che hanno fatto per lei?! Chiunque altro l’avrebbe sotterrata da un pezzo. Ma che razza di stronza ingrata!

ISBN: 88-88738-00-2
PAGINE: 160
ANNO: 2003
COLLANA: Narrativa
TEMA: Migranti e pensiero post-coloniale
Autore

Francesco Tripodi

Francesco Tripodi, nato a Roma nel 1957, ha vissuto a lungo in Sicilia, da dove è scappato a vent’anni. Da allora fa il maestro elementare a Bologna. Ha pubblicato alcuni racconti e tre romanzi per ragazzi: Il Barone e Caterina (1994); Il segreto dei tetti morti (1997); Il Pizzo di Caltabellotta (2001). Collabora con il quindicinale bolognese «Zero in condotta» e ha partecipato con un racconto inedito all'edizione 2002 del laboratorio di nuove scritture «Ricercare».

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