Sul piacere che manca

«Contro l’asservimento del desiderio,
per una gioia dell’esistenza»

Sul piacere che manca

Etica del desiderio e spirito del capitalismo

Sul piacere che manca
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Lista dei desideri

Questo libro nasce dalla sensazione che noi, abitanti non pacificati delle società contemporanee, manchiamo di qualcosa di fondamentale: il piacere. Di un piacere che non ha niente a che fare con l’estasi sfrenata o con certe tristi feste dei nostri tempi, e molto invece con la fruizione gioiosa dell’esistenza. Questo piacere (di cui si dirà cercando di far risuonare le parole antiche del suo maestro, Epicuro) ci manca perché siamo assoggettati, forse come mai prima d’ora, a una macchina produttiva che fa del desiderio, dell’ambizione, dell’ansia di riconoscimento, il suo eterno motore. La distruzione di questa macchina sociale non avverrà certo in teoria, ma la teoria può contribuire a identificare almeno i dispositivi, al contempo psicologici e sociali, che ci tolgono la forza di resisterle. Il contributo che questo libro cerca di dare è duplice: innanzitutto, si tratterà di formulare una critica del desiderio e del suo uso politico; poi, di mostrare in quali modi il piacere possa risultare un antidoto potente contro l’asservimento al desiderio messo al lavoro.


Un assaggio

Questo libro nasce dalla sensazione che noi, abitanti non pacificati delle società contemporanee, manchiamo di qualcosa di fondamentale; e che questo qualcosa che ci manca in senso essenziale (ma di cui rischiamo di non sentire più nemmeno la mancanza) sia il piacere.

Non si agitino coloro che ritengono le nostre vite drogate di godimento, né si rallegrino troppo gli edonisti entusiasti. Parlo di un piacere che agli uni e agli altri apparirà modesto, senza pretese, un piacere che non ha niente a che vedere con la stasi sfrenata di certe tristi feste dei nostri tempi. Parlerò di un piacere che, d’altra parte, non ha niente a che fare neppure con l’affermazione intransigente del desiderio o con la sua liberazione, e che anzi acquista il suo senso e la sua forza solo se lo si osserva, per così dire, contro o senza il desiderio. Un piacere che non è dunque il languido scioglimento di una tensione nervosa, né il soddisfacimento di qualche voglia o aspirazione.

È questo piacere – di cui dirò cercando di far risuonare le parole antiche del suo maestro, Epicuro – che ci manca. E ci manca non tanto perché siamo sommersi di godimento, ma perché siamo assoggettati, forse come mai prima d’ora, a una macchina produttiva che fa del desiderio il suo eterno motore. Lo si è detto da tempo in ogni modo: la formazione sociale capitalistica, specie nella sua versione neoliberale, implica la messa al lavoro degli affetti e dei desideri. Ora forse iniziamo a sentire che cosa sia una vita assoggettata a una macchina di desiderio divenuta sistema produttivo generalizzato. Lo sentiamo perché vediamo crescere in noi una nuova forma di nevrosi costitutiva, quella che implica non più tanto la sottomissione dei desideri alla selezione di un’istanza autoritaria, ma l’assoggettamento della vita alle nostre stesse macchine desideranti. I corpi, prima ancora che le menti, non ne possono più di questo sforzo costante per la realizzazione delle nostre ambizioni, di questa ricerca senza sosta del riconoscimento, di questa intensificazione ossessiva delle esperienze e delle facoltà – in una parola, di tutto questo lavoro del desiderio.

Non ci si illuda. Avere la consapevolezza che le cose stanno in questo modo non ha letteralmente alcun effetto. Sappiamo fin troppo bene che dal disagio di questa società non si esce provandolo. Nessun malessere del genere ci impedisce di riprendere ogni giorno la medesima, forsennata routine che ci trascina esausti e insoddisfatti ogni volta sino a sera.

È dall’altra parte, semmai, che possiamo trovare la forza di una resistenza. Dalla parte del piacere, dalla parte dell’estasi. Succede così che a un certo momento – nel tempo sospeso che si spreca nell’amore, nello studio, nella rivolta – ci diciamo: ma a noi che importa tutto il resto?  È lo stesso momento in cui l’inno di Michaux contro l’ambizione ci rivela semplicemente la sua necessità. Come un giorno perfetto.

Ognuno lo impara come può che accanto al godimento virile per le conquiste, le soddisfazioni, le vittorie conseguite, accanto al lavoro intermittente del desiderio esiste un piacere senza pretese, che non manca di nulla, già sempre soddisfatto. Ma certo, semmai, lo si impara a tempo perso. Nel tempo che si perde sospesi alle cose dell’amore e dell’amicizia, dell’arte, del pensiero e della politica. Consacrare tutto il nostro tempo, qualunque cosa si faccia di volta in volta, a questa sua speciale perdizione è ciò che precisamente non succede oggi nelle nostre vite, ed è pertanto ciò a cui ho cercato di dedicate queste pagine.

In assenza di amici, di anime complici, questo tempo senza resto torna presto a svanire. Condividerlo è anche l’unico modo di conservarlo.

ISBN: 978-88-6548-277-3
PAGINE: 160
ANNO: 2019
COLLANA: OPERAVIVA
TEMA: Filosofia
Autore

Paolo Godani

Paolo Godani, ricercatore di Filosofia all’Università di Macerata, è autore di: Deleuze (Carocci 2009), Bergson e la filosofia (ETS 2008), L’informale. Arte e politica (ETS 2005), Estasi e divenire: un’estetica delle vie di scampo (Mimesis 2001).
RASSEGNA STAMPA

«Sul piacere che manca» su @OperaViva Magazine

Qui un'anticipazione del libro

«Sul piacere che manca» su @il manifesto

Qui la recensione di Giovanna Ferrara

«Sul piacere che manca» su @doppiozero

Qui la recensione di Franco Berardi Bifo.

«Sul piacere che manca» su @Fata Morgana Web

Qui la recensione di Alex Pagliardini.

«Sul piacere che manca» su @Nazione Indiana

Qui la recensione di David Watkins.

«Sul piacere che manca» su @La città invisibile

Qui la recensione di Gilberto Pierazzuoli.

«Sul piacere che manca» su@Archeologia Filosofica

Qui la recensione di Alessandro Baccarin.

«Sul piacere che manca» su @Argo

Qui la recensione di Chiara Mammarella.


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