Il rito tra natura e cultura

«Cultura e ritualità a confronto»

Il rito tra natura e cultura

# 5

Brunella Antomarini, Felice Cimatti, Duilio D’Alfonso, Massimo De Carolis, Barbara Fiore, Remo Guidieri, Franco Lo Piparo, Valentina Martina, Marco Mazzeo, Francesca Piazza, Tommaso Russo, Gilbert Simondon, Elettra Stimilli, Paolo Virno

Il rito tra natura e cultura
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Benché i riti differiscano radicalmente da una cultura all’altra, non vi è cultura (né società, né vita umana) senza riti. La prassi rituale è un universale antropologico, un tratto distintivo della specie homo sapiens. I riti in genere, e quelli religiosi in particolare, esibiscono una zona di indistinzione tra biologia e cultura, rievocando così niente di meno che l’antropogenesi, ossia il processo di formazione della nostra specie. Per questo, una filosofia naturalistica non derisoria o velleitaria deve misurarsi a fondo con l’esperienza religiosa. Ben sapendo che l’attendono al varco un buon numero di paradossi. Come spiegare, per esempio, che nel rito la prassi e il linguaggio si scambino i ruoli, sicché ogni azione comunica come un simbolo e ogni discorso ha il valore performativo di un gesto? E come spiegare il fatto che, per dare forma a un mondo umano, il rito debba mettere regolarmente in scena la perdita di ogni forma, accentuando cioè quel caos che pure si propone di contenere? Queste domande, lungi dal rinviare a una situazione arcaica, riguardano da vicino il modo di essere permanente dell’«animale che ha linguaggio». Di più: l’indagine naturalistica sul rito concorre non poco a chiarire la crisi delle istituzioni contemporanee, insomma il dissesto e la riorganizzazione di ciò che chiamiamo sfera pubblica.
Il volume contiene un testo inedito di Gilbert Simondon sul rapporto tra tecnica e religione, nonché alcuni contributi che, a partire dalle analisi di Simondon, intendono affinare l’analisi degli aspetti «preindividuali» e «transindividuali» nell’esperienza umana.


Un assaggio

Qual è il lavoro di una precaria in un call center? Parlare, risolvere (raramente) i problemi del cliente, intrattenerlo («Sono Ines, in che posso aiutarla?»), pubblicizzare eventuali altri prodotti non richiesti e spesso affatto inutili, trasmettergli l’immagine di una azienda amichevole e anzi familiare. Il suo lavoro consiste, di fatto, nel parlare, oppure, come vuole un luogo comune che si spaccia per sapere tecnico, comunicare. Secondo lo stesso luogo comune la nostra è infatti la società della comunicazione. E comunicare significa, lo sanno tutti (è la banalità che anche il più sprovveduto studente di Scienze della Comunicazione sa ripetere con un’espressione compiaciuta), trasmettere informazioni. Qui è subito chiara la posta in gioco politica di un problema teorico: il passaggio da questa miserabile idea del linguaggio, e del parlare in generale, a un determinato tipo di organizzazione sociale e del lavoro è molto breve. Perché se vale la serie di equazioni linguaggio = comunicazione = trasmettere informazioni, allora si tratta di un lavoro per modo di dire, ché questa è anzi una tipica attività meccanica, e difatti a quella stessa addetta al call center viene richiesta una prestazione che di umano, a parte l’emettere suoni linguistici, non ha più nulla. Non a caso sono sempre più i call center in cui rispondono inumane voci registrate se non addirittura voci artificiali. La domanda teorica cos’è il linguaggio è, allora, una domanda intrinsecamente politica, perché da come si risponde a questa domanda discendono modi diversi, e spesso radicalmente diversi, di vivere.
In questo senso una questione apparentemente interna alla pratica scientifica, la scoperta dei cosiddetti geni della grammatica, di cui periodicamente si torna a parlare (anche sulla stampa quotidiana, non specialistica) svela subito il carattere non scientifico, ma anzi ideologico, del problema tutto teorico cos’è il linguaggio. La posta in gioco, appunto, non è se esista o no una base corporea e genetica per la capacità esclusivamente umana di intrecciare relazioni con gli altri e con sé in parole ed enunciati (la risposta è ovviamente positiva, almeno da Aristotele), quanto piuttosto: che significa essere un animale con questa esclusiva capacità? Quali sono le condizioni biologiche perché qualcuno parli a qualcun’altro, e perché questi possa comprendere quanto gli dice il primo, e magari dissentire in modo radicale? Il risvolto politico di questo problema, che ci riporta dritti al caso della lavoratrice  precaria del call center, è, al fondo, semplice: se linguaggio = comunicazione, allora il linguaggio è un mezzo di espressione per un pensiero solitario che si forma prima, e indipendentemente, da quello stesso strumento espressivo. Qui la mente è appunto un’entità individuale, e la relazione sociale è una aggiunta, importante, ma non necessaria: l’individuo, secondo questo modello, matura spontaneamente le proprie capacità innate, e questa maturazione non ha bisogno della relazione con l’altro, della relazione sociale, per dispiegarsi pienamente. Ognuno è delimitato nei confini della propria privata e inviolabile individualità, e il linguaggio serve proprio a mettere in comune ciò che ognuno altrimenti terrebbe soltanto per sé. Se, invece, il linguaggio non è comunicazione, se la mente individuale, in realtà, è il risultato di un processo di individuazione che prende le mosse da un originario fondo comune e indifferenziato, che non conosce né «io» né «tu», allora il nesso fra lingua (linguaggio) e società diventa inestricabile. Allora parlare non è più un problema individuale, allora anche l’atto privatissimo con cui quella precaria al call center prende la parola, e ci dice «Buon giorno, sono Ines, in che posso esserle utile?», anche quest’atto, in quanto intrinsecamente sociale, pubblico, ci riguarda da vicino, molto da vicino. Ines non potrebbe parlare, e noi comprenderla, se anche noi non parlassimo la sua lingua, e viceversa; ma questo significa che il parlare e il comprendere sono atti mai individuali, presuppongono sempre una società. Il suo parlare corrisponde al nostro poter parlare, e, appunto, viceversa. C’è qui un nesso fra individuale e pubblico che trasforma la questione del linguaggio in una questione politica, ché lo spazio politico si apre quando le scelte individuali si ripercuotono su quelle collettive, quando l’«io» è inseparabile dal «tu», e insieme dal «noi» (e non perché «io» e «tu» siano legati da un qualche vincolo psicologico, amore o odio, ad esempio; il vincolo che li unisce è logico, intrinseco nel meccanismo stesso del linguaggio) [dall’editoriale di Felice Cimatti: Genetica e ideologia, il caso Foxp2].

ISBN: 978-88-88738-99-4
PAGINE: 224
ANNO: 2006
COLLANA: -
TEMA: Antropologia ed etnografia, Filosofia

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