Il sapiente, il mercante, il guerriero

«un movimento autonomo del lavoro cognitivo può bloccare la dittatura dell’economia sul sapere?»

Il sapiente, il mercante, il guerriero

Dal rifiuto del lavoro all'emergere del cognitariato

Il sapiente, il mercante, il guerriero
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La storia del XX secolo è la storia del conflitto e dell’alleanza di tre figure. Il sapiente è il portatore dell’intelligenza accumulata nei gesti di produzione e di creazione e nell’infinita successione di atti di rifiuto del lavoro, che inducono il moto evolutivo dell’intelligenza e della scienza. Il mercante, colui che trasforma i prodotti del lavoro e dell’intelligenza in merce, e vuole sottomettere le leggi del sapere ai soli criteri dell’economia. E il guerriero, espressione della violenza che regola i rapporti tra intelligenza e merce, tra tecnica e capitale.
Conoscere è potenza: il mercante e il guerriero vogliono fare della conoscenza strumento di potere e a questo scopo debbono sottomettere il sapiente. Ma non riescono a farlo facilimente, perché la conoscenza non tollera dominio. Perciò il guerriero e il mercante ricorrono ad astuzie e a trappole, per sottomettere la potenza del pensiero al potere del danaro e della violenza. Attraverso la storia dei rapporti tra queste tre figure, il libro ricostruisce la genesi del capitalismo digitale, la diffusione delle psicopatologie identitarie che portano alla guerra permanente, e l’emergere del cognitariato all’interno dei movimenti sociali che si oppongono al predominio dispotico del capitalismo di guerra. Perché questa è la grande novità. Soltanto un movimento del lavoro cognitivo che si organizza in forma autonoma può bloccare la dittatura dell’economia sul sapere. Non ha senso alcun progetto di riforma o di cambiamento se non si è capaci di ridefinire radicalmente la direzione della corsa. E la direzione della corsa non la può decidere né il guerriero né il mercante. Solo il sapiente può stabilirla. Solo la conoscenza umana, seguendo le sue regole, le sue priorità e le sue linee di possibilità ha il diritto di ridefinire le forme della produzione e dello scambio.


Un assaggio

Il sapiente che sta nel titolo di questo libro è colui che sa, colui che produce sapere e lo mette in circolazione nel processo produttivo globale del nostro tempo, il lavoratore cognitivo che scambia il suo lavoro di conoscenza con salario, e infine riconosce l’intollerabilità dell’uso che il mercante e il guerriero fanno del suo sapere, e la miseria della propria vita. Ma il sapiente è anche colui che sa di essere fuori tempo massimo: sa che sono inarrestabili le tendenze in atto create dalla simbiosi forzata con il mercante e il guerriero. Epperò il sapiente è anche altro: egli è colui che sa che «il non sapere giudica il sapere», (come dice Bataille ne L’esperienza interiore)
Il non sapere è l’imprevisto, ciò che non sappiamo ancora, ciò che potrebbe trasformare l’universo dei sapere secondo la prospettiva di un paradigma non più subordinato all’accumulazione e alla guerra. La struttura delle rivoluzioni scientifiche non ha i caratteri del rovesciamento, della rivoluzione, ma i caratteri dello spostamento paradigmatico. È solo quando spostiamo il nostro punto di osservazione, e modifichiamo l’ordine delle priorità, che diviene possibile vedere un altro disegno, e disporre le concatenazioni tecniche secondo un ordine di funzionamento differente. E questo spostamento è il non sapere, ciò che non sappiamo ancora, l’imprevisto
E per finire è bene ricordare che il sapiente è l’amico. E l’amicizia ha qualcosa a che fare con il caos. «Chiediamo solo un po’ di ordine per proteggerci dal caos. Niente è più doloroso, più angosciante di un pensiero che sfugge a se stesso, delle idee che fuggono che scompaiono appena abbozzate, già pronte per l’oblio, o precipitate entro altre idee che non padroneggiamo. Variabilità infinite la cui apparizione e scomparsa coincidono. Velocità infinite che si confondono con l’immobilità del niente incolore e silenzioso» (G. Deleuze, F. Guattari, Qu’est-ce que la philosophie?). È l’amore, è l’amicizia che ci permettono di sopravvivere al caos, e di creare una sfera condivisa di ordine, di significato, di ritmo. Ma la lotta contro il caos non è senza un’affinità con il nemico. Tra l’amicizia e il caos c’è una complicità. Siamo complici del caos, corriamo lungo la dinamica della catastrofe, la corteggiamo, apprendiamo il ritmo che permette di conviverci. Facciamo sberleffi sull’orlo dell’abisso. Il capitale è l’imprigionamento significante per eccellenza. Il capitalismo ci obbliga a semiotizzare i nostri desideri, le idee, le produzioni simboliche attraverso un equivalente generale, valore di scambio. Non usciremo dall’imprigionamento significante se non sapremo scatenare dei processi di follia collettiva, di follia felice. Per questo occorre spostare l’attenzione verso il paradigma estetico. L’arte è il fattore di deterritorializzazione specifica del quadro psicopatogeno esistente. Essa trova le linee di fuga dall’ossessione. E’ agente trasversale di ricombinazione del campo psichico e sociale, agente di rifocalizzazione dell’Inconscio collettivo. Smorfie e sberleffi sull’orlo dell’abisso. Baci e carezze per scongiurare l’abisso.

ISBN: 88-88738-32-0
PAGINE: 208
ANNO: 2004
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Economia e lavoro, Filosofia, Immaginari, Media-strategie, Movimenti

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