Il suono come arma

È il suono la nuova arma finale?

Rolling Stone Magazine

Il suono come arma

L’uso militare e poliziesco dello spazio acustico

Il suono come arma
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È possibile usare il suono come un’arma? Stando a ciò che è accaduto sul piano militare e poliziesco negli ultimi vent’anni, la risposta è sì. Dai bombardamenti di rock compiuti dall’esercito americano in Iraq all’heavy metal a tutto volume usato come strumento di tortura a Guantanamo, la funzione del suono per usi militari e di ordine pubblico è sempre più importante. Rap, metal e persino canzoni per bambini diventano armi utilizzabili a scopo repressivo, segnale della continuità tra industria del divertimento e industria militare.
Questo libro è una genealogia delle armi acustiche per come si sono sviluppate nel corso del XX secolo, tanto nella loro progettualità riuscita quanto in quella fallita. Ma, soprattutto, vuole essere l’occasione per pensare a come sottrarre lo spazio sonoro dall’inesorabile appropriazione commerciale e securitaria.

Traduzione dal francese di Roberta Cristofani


Un assaggio

Non sappiamo ancora cosa può un corpo sonoro

Considerato dal punto di vista bellico, l’orecchio è un bersaglio semplice: non si può chiudere, non si sceglie cosa sentire, e i suoni che lo raggiungono possono modificare profondamente il nostro stato psicologico o fisico. A partire dalla seconda metà del XX secolo, si sviluppa la ricerca scientifica sugli usi militari e polizieschi del suono: non semplicemente per rilevare, avvertire, intimidire il nemico o galvanizzare le proprie truppe, ma per sfruttarne gli effetti biologici, poiché, a certe frequenze e intensità, le onde sonore, che non sono né più né meno che vibrazioni meccaniche, possono avere un effetto nocivo sull’orecchio e su tutto il corpo. L’uso del suono offre un notevole vantaggio al potere, poiché permette di ottenere gli stessi risultati di altre armi definite «non letali», disarmando le critiche e confondendo le acque del dibattito. Il rapido sviluppo di armi o dispositivi sonori, a partire dal 2000, testimonia un cambiamento dei metodi di mantenimento dell’ordine, della concezione di spazio pubblico e del nostro rapporto con l’altro. Al momento non sono disponibili sintesi su tale questione in italiano e i frammenti di informazioni che circolano spesso mischiano realtà e sentito-dire. In questa sede proponiamo dunque una presentazione critica dei differenti usi del suono come arma dalla Seconda guerra mondiale a oggi2, per consentire una comprensione più completa della posta in gioco e favorire in questo modo la formazione di resistenze e la comparsa di «appassionati gesti sonori»3, per riprendere le parole del collettivo spagnolo Escoitar, che decripta le tecnologie acustiche del controllo sociale. Il funambolismo acustico La storia del suono come arma non inizia dunque in tempi propriamente recenti. Negli anni Quaranta, sui campi di battaglia fanno la loro comparsa gli altoparlanti militari, usati come esche artificiali ed elementi di disturbo, mentre i ricercatori nazisti si ingegnano nel tentativo di rendere il suono letale. Nel corso del decennio successivo, militari e scienziati si lanciano in sapienti sperimentazioni sulla manipolazione sensoriale. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, la ricerca si struttura e si orienta più specificamente sullo sviluppo di armi infrasoniche o di granate stordenti. Gli anni Novanta collocano la «non letalità» al centro della dottrina securitaria e ci si rivolge in primo luogo alle tecnologie che impiegano medie e alte frequenze. Negli anni successivi al 2000, la musica viene utilizzata come mezzo di tortura nella «guerra contro il terrorismo», mentre i cosiddetti «cannoni sonori», come li chiamano i media, vengono utilizzati durante le manifestazioni e sulle facciate dei negozi o degli immobili fioriscono dispositivi sonori per allontanare gli adolescenti e altri soggetti «indesiderati». Eppure, ci si continua a sorprendere dell’esistenza di armi acustiche. Da oltre cinquant’anni, sulla stampa militare compaiono articoli, tecnici o generici, che presentano regolarmente queste «armi del futuro» come fosse la prima volta. Sembra quasi sia necessario, in un ambiente profondamente dominato dall’immagine, riprendere costantemente coscienza dell’esistenza del suono, di quella piccola musica, di quel brusio, di quell’accompagnamento del visibile. Il suono è ciò che si dimentica e si riscopre continuamente. Occorre certamente aggiungere che le armi acustiche – dal funzionamento invisibile, inafferrabile, magico – hanno nutrito una letteratura troppo entusiasta per darsi il tempo di distinguere tra scienza e fiction, troppo affascinata per discriminare tra fatti accertati, voci veicolate dagli stessi fabbricanti di armi e teorie del complotto: non sono le armi in quanto tali a essere continuamente riscoperte, ma il fatto che esse esistano al di fuori dei film o dei romanzi. Il lavoro da fare è probabilmente proprio questo: tentare di tracciare un cammino praticabile tra ciò che viene taciuto e le fantasticherie – occorre essere funamboli, mantenere l’equilibrio. Tra gli anni Novanta e Duemila, il medico tedesco Jürgen Altmann ha dedicato diversi studi alla verifica delle affermazioni dell’industria bellica e della stampa, analizzando i reali effetti del suono sull’organismo umano. Ad esempio constata che una stessa arma può essere descritta alternativamente come un emettitore di frequenze basse o alte, che le supposte imprese di un’altra sono materialmente impossibili, oppure che una terza, presentata come reale, non è mai esistita. L’assenza di informazioni pubbliche e la scarsità di valutazioni indipendenti in questo campo hanno offerto un terreno propizio alla nascita di questa facile confusione: non si è mai completamente al riparo dagli abbagli sonori, vale sempre la pena di verificare. Perché, dentro questo bazar di invenzioni, emergono anche dispositivi in tutto e per tutto reali, che modificano profondamente il nostro rapporto con il suono, con lo spazio, con il potere e la dimensione collettiva: un cambiamento rilevante, una nuova corsa agli armamenti che non risente né delle leggi né dell’opinione pubblica. Perché il suono? Perché unicamente il suono? Perché dai rapporti sulla tortura o dagli inventari sulle armi «non letali» prendere esclusivamente ciò che concerne l’orecchio? La diffusione di suoni insopportabili è forse più grave dell’uso di laser che producono un dolore intenso4? No. L’utilizzo della musica come strumento di tortura è forse più disumano della simulazione di annegamento? No. In questa sede non c’è l’intenzione di dare priorità a un senso piuttosto che a un altro, di paragonare, di prendere le difese del suono. E non si tratta nemmeno di redigere un catalogo degli orrori. Piuttosto, si intende raccontare la storia comune da un’altra prospettiva, tratteggiare una genealogia della repressione acustica per far capire ciò che già esiste senza che nessuno vi presti attenzione. Non si intende completare, ma ricomporre quella storia comune. Il suono, terra incognita esplorata a tentoni, esprime l’immaginario del potere.

ISBN: 978-88-6548-037-3
PAGINE: 192
ANNO: 2012
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Guerra e geopolitica, Musica
Autore

Juliette Volcler

Juliette Volcler vive e lavora a Parigi come giornalista radiofonica presso due testate indipendenti.
RASSEGNA STAMPA

"Psycho War. E' il suono la nuova arma finale?"

Anticipazione a cura di Franco Capacchione de "Il suono come arma" - da Rolling Stone magazine, marzo 2012

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