Il tallone del drago

«Il nuovo volto del lavoro globalizzato in Cina»

Il tallone del drago

Lavoro cognitivo, capitale globalizzato e conflitti in Cina

Il tallone del drago
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La crescita economica senza precedenti della Cina sta trainando la ripresa mondiale verso l’uscita dalla crisi, riconfigurando un’inedita geografia dei poteri con gli Usa e scontrandosi con l’urgenza di una nuova governance globale. Al contempo, gli investimenti sulla formazione, la nascita di nuove metropoli e il rischio di bolle immobiliari stanno profondamente mutando questo Paese.
Questo libro descrive i cambiamenti che il «Regno di Mezzo» si trova oggi ad affrontare tra la sfida delle energie rinnovabili, la ricerca scientifica e una forza lavoro mobile e metropolitana.
La «fabbrica del mondo» si scopre sofisticata e all’avanguardia, centro di innovazione del capitale globale e sempre più abitata da lavoratori qualificati.
Ma è anche il nuovo epicentro delle lotte sul lavoro. Partendo dai recenti scioperi della fabbrica Foxconn, produttrice degli iPhone di Steve Jobs, questo libro ci spiega come il classico immaginario di una Cina fatta di persone disposte a lavorare a qualunque condizione sia entrato profondamente in crisi.
Attraverso una serie di materiali raccolti sul campo, scopriamo una nuova generazione di giovani cinesi – operai, stagisti e studenti – che ci mostra il nuovo volto del conflitto fra capitale globale e mondo del lavoro. Frutto di un’approfondita ricerca condotta nei maggiori distretti produttivi cinesi, questo libro ci fa scoprire, con un linguaggio semplice ma efficace, chi sono coloro che lavorano e occupano le fabbriche in una Cina ormai uscita dalle periferie e sempre più protagonista nei processi di valorizzazione dell’economia della conoscenza.


Un assaggio

Oltre la classica divisione internazionale del lavoro

Turni massacranti di oltre dodici ore, straordinari tutti i giorni della settimana, domenica inclusa. Sul lavoro non si può parlare e per andare in bagno, non più di due volte per turno, si deve chiedere il permesso e aspettare l’autorizzazione. Se non si seguono le istruzioni, si rischia di passare la giornata a pulire i bagni della fabbrica, come punizione per la mancata disciplina. Il forte odore delle stoffe colorate riempie l’aria, che diventa spessa mentre si cuce, si taglia e si misura, e ancora si cuce, si taglia e si misura. A fine giornata ci si sente esausti, svuotati, troppo stanchi per aver voglia di socializzare. Si fila subito a dormire in una stanza che si condivide almeno con altre dieci persone. Stipati tra i letti l’aria sa di pesante, di cibo cucinato e di stanchezza; l’ambiente ha odore di chiuso e sembra che persino l’aria fresca si rifiuti di entrare in un luogo del genere.
Dove ci troviamo? In uno dei laboratori manifatturieri del Pearl River Delta? Negli impianti tessili insediati a qualche chilometro a sud di Shanghai? No, siamo in Italia, dove migliaia di persone provenienti dalla Cina lavorano nei sempre più numerosi stabilimenti gestiti da cinesi a Prato, regione Toscana. Sapere l’italiano non è richiesto per poter lavorare qui. Nessuno lo parla o lo capisce. Tutti i lavoratori, come del resto i padroni, sono cinesi. Le condizioni di lavoro come quelle appena descritte – una sorta di neoschiavismo contemporaneo senza diritti per i lavoratori e bassi salari – trasformano l’omogeneo territorio nazionale in uno spazio striato, abitato da regimi di lavoro molto distanti e differenti tra loro. I centri moda di Milano e i laboratori creativi del design fiorentino coesistono con lo sfruttamento brutale dei lavoratori cinesi, laddove centro e periferia della produzione mondiale sembrano coesistere geograficamente nel medesimo luogo. Questo fenomeno ci descrive bene la compresenza di ciò che una volta si chiamava «primo» e «terzo» mondo all’interno degli stessi assi temporali e spaziali: la globalizzazione e la mobilità dei capitali è così caratterizzata dalla compresenza di differenti modalità di estrazione del plusvalore, dove forme di lavoro intensivo e assenza di diritti coesistono geograficamente con il lavoro tutelato e quello cosiddetto creativo. Questo tratto «contemporaneo del non contemporaneo» che caratterizza il post-fordismo ci permette di evidenziare la molteplicità di regimi di lavoro che contestualizzano i processi produttivi contemporanei. Dove i segmenti dell’alto valore aggiunto convivono con forme di lavoro che sembrano direttamente rigurgitate dalla prima rivoluzione industriale, per brutalità e mancanza di diritti, come si organizza la lotta? Come pensare forme di solidarietà operaia e organizzazione politica nella frammentazione che le forze produttive subiscono oggi? Domande come queste ci consegnano tutta la problematicità che la globalizzazione inevitabilmente porta con sé.
Accanto ai processi di delocalizzazione delle multinazionali, che spostano la propria produzione per godere del minore costo del lavoro (il cosiddetto «arbitraggio del lavoro globale») e di politiche meno restrittive sul diritto del lavoro, ci troviamo di fronte al proliferare, tanto in Italia come nel resto del mondo, di veri e propri sweatshop, nelle maggiori economie avanzate, che dipendono dalla forza lavoro cinese.
In questi laboratori, come quelli che esistono in Toscana e in Emilia Romagna, l’obbedienza assoluta e la disciplina è rafforzata dai legami comunitari dei migranti, dalla loro etnia Han; pensiamo alle chinatown sparse pressoché in ogni paese o città del mondo (dall’Asia del Sud alle Americhe fino alle città europee): non sono affatto quel laboratorio dove reinventare sé stessi attraverso l’interfaccia con l’altro, quel dispositivo in grado di mettere in crisi l’identità nazionale per creare nuove forme di vita in comune oltre la stretta dell’appartenenza comunitaria. Al contrario, vivono spesso un isolamento che funziona come strumento di grande produzione di «confini» e differenze, laddove la diaspora cinese rappresenta una fucina in cui la razza e il legame comunitario diventano la nuova frontiera della disciplina e dello sfruttamento del lavoro
Se un secolo e mezzo fa molti lavoratori cinesi, impiegati dalla statunitense Union Pacific, costruirono la prima rete ferroviaria che unì le coste di due oceani, oggi gli stessi operai cinesi continuano a lavorare all’estero, costruendo ferrovie dal Medio Oriente al Nord Africa, benché in questo caso siano assunti direttamente dalle compagnie cinesi. Dall’Africa all’Asia centrale, dal Sud-Est asiatico fino al suo confine orientale, il numero dei migranti cinesi impiegati come operai generici nella costruzione di infrastrutture globali (impianti, ferrovie, strade e metropolitane) è in costante aumento.
All’inizio del 2010 la Cina ha sottoscritto un progetto nel canale di Suez per replicare il successo del modello di sviluppo basato sulle Zone economiche speciali. Il canale, porta d’ingresso dell’Africa continentale, rappresenta un’area strategica tanto per la Cina che per l’Egitto: entrambi i paesi vorrebbero infatti fare del progetto SEZone (Zona economica speciale di Suez) un inedito export gateway per le merci prodotte e commerciate dagli imprenditori cinesi verso Africa e Europa. Un progetto ambizioso cui è immediatamente seguito un altro patto di intesa, sempre alle porte dell’Europa, siglato questa volta da Cina e Moldavia. Questo accordo, avviato da un prestito di oltre mille miliardi di dollari statunitensi concesso da Beijing alla Moldavia, trasforma questo paese geopoliticamente debole, poverissimo di materie prime, in una nuova provincia cinese de facto. Siamo forse di fronte a un investimento per diversificare le proprie riserve di oltre 2.4 trilioni di dollari? Forse, ma non solo.
Alle porte di una nuova e selvaggia espansione dei mercati, dopo anni di trasferimenti produttivi nel Regno di Mezzo da parte delle multinazionali, siamo probabilmente di fronte alle prime delocalizzazioni della Cina in Europa. Eppure questo processo ha tratti differenti rispetto al classico arbitraggio del lavoro globale: si accompagna allo sfruttamento esclusivo di forza lavoro cinese. Il linguaggio della mobilità del capitale e della forza lavoro oltre gli stessi confini nazionali, così come quello del suo disciplinamento, se guardati attraverso le lenti del Regno di Mezzo, sembrano essere sempre più legati alla centralità di elementi come la razza e il legame comunitario dei lavoratori all’estero.
Il caso cinese rappresenta una forma inedita di potere, capace di organizzare combinazioni originali tra nazionalismo e produzione globale: le comunità accentuano il complesso legame tra etnicizzazione della forza lavoro e forme di accumulazione della ricchezza, laddove l’intreccio tra nazionalismo, appartenenza e classe è l’espressione della violenza da cui bisogna partire per capire le nuove forme di sfruttamento contemporanee

ISBN: 978-88-6548-008-3
PAGINE: 144
ANNO: 2010
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Economia e lavoro
Autore

Paolo Do

Paolo Do sta conseguendo un dottorato di ricerca presso il dipartimento di Business and Management della Queen Mary University of London.
Si occupa di tematiche relative alla formazione e al mondo del lavoro di cui scrive per siti e riviste. Negli ultimi anni ha trascorso diverso tempo in Cina.
RASSEGNA STAMPA

Lavoro cognitivo in Cina

Recensione di Silvia Calamandrei al libro Il tallone del drago - da Lo straniero, luglio 2011

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