Il tramonto della città

«Dalla città pubblica alla metropoli globale: un’analisi della grande trasformazione».

Il tramonto della città

La metropoli globale tra nuovi modelli produttivi e crisi della cittadinanza

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Di fronte alla crisi dello Stato-nazione assistiamo a un nuovo «protagonismo» delle metropoli. La città diventa metropoli globale non solo quando supera il milione di abitanti, ma quando gli interessi economici prevalgono sul controllo politico; quando nuovi «soggetti urbani» subentrano ai cittadini; quando nasce il dualismo tra centro e periferie e la lotta al «degrado» viene utilizzata per favorire le speculazioni; quando la storia della città diventa brand per le agenzie del turismo globale; quando la «valorizzazione» delle vecchie borgate aumenta il costo della vita e fa impazzire il mercato immobiliare. Ma la metropoli si scopre viva nelle pratiche di resistenza urbana, nell’innovazione sociale «dal basso», persino nei conflitti, spesso ignorati in periferia ma duramente repressi nella vetrina del centro storico. In transizione verso una forma-ibrida che modifica il concetto di cittadinanza, la metropoli oggi è senza voce. Non più fabbrica, non più macchina, non solo supermarket, spesso lunapark: il libro ne tratteggia gli elementi essenziali dal punto di vista socio-economico e culturale, illuminando il percorso che porta alla progressiva abolizione della città pubblica.


Un assaggio

Lo sgretolamento dei caratteri sociali dello Stato nazionale – a cui, come ormai riconosciuto in sede di dibattito scientifico, ha corrisposto un rafforzamento dei suoi dispositivi coercitivi – ha prodotto in questi due decenni un’affannata ricerca sui luoghi del sistema produttivo. Dove è andato a situarsi il potere in una società raccontata sempre più come reticolare e policentrica? Quale che fosse il punto di vista, è la metropoli che ha provveduto a riempire questo vuoto di identificazione. È nella città divenuta metropoli che viene situato il nuovo cuore propulsivo delle relazioni produttive globali. Da una prospettiva differente, si va affermando la suggestione secondo cui «la decostruzione della sovranità statuale (il declino del Leviatano) lascia credere che le città possano tornare a godere, attraverso un processo analogo a quello della Privilegierung medievale, di prerogative giuridiche particolari». Le trasformazioni urbane e i fenomeni sociali ad esse associati sono tornati così al centro dell’indagine sociologica, dopo un lungo interstizio scientifico che aveva portato al ridimensionamento dello studio della società urbana. La città, con le sue interpretazioni politiche, filosofiche o sociologiche, ha rappresentato, tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, il luogo concettuale in grado di dare corpo a intere discipline scientifiche, la sociologia in primo luogo. Non a caso le opere di George Simmel, Max Weber, Walter Benjamin, Robert Park o Louis Wirth partono dalla città per indagare i processi sociali dell’epoca. La città moderna appare cioè un sito strategico da cui e attraverso il quale comprendere la società e le sue contraddizioni. Parallelamente, come vedremo in seguito, l’evoluzione dello Stato e il declino delle sue caratteristiche nazionali ripropongono la città – nel frattempo andata incontro a processi evolutivi dirompenti – quale luogo attraverso cui interpretare le principali tendenze sociali: globalizzazione, nuove dinamiche produttive, crisi della rappresentanza politica e rafforzamento dei fenomeni populisti, alienazione sociale e via elencando le diverse fattispecie critiche del nostro tempo. In altre parole, «la città rappresenta contemporaneamente il luogo dove si concentrano le
maggiori criticità del vivere associato e la chiave di volta della comprensione» delle relazioni produttive e dei fenomeni sociali ad essa collegati.
Un mutamento interpretativo consistente, visto che solo pochi anni fa era piuttosto il «territorio» – inteso come relazione sinergica tra città e contesto regionale – a costituire l’argomento privilegiato delle scienze sociali e politiche. La «società orizzontale» post-fordista, «che pone al centro il territorio come principio organizzativo della produzione», avrebbe lasciato il posto a una «società circolare» in cui «lo Stato non è più il soggetto centrale della società verticale, è sempre meno il regolatore della società orizzontale, [ma] sempre più il mediatore della potenza dei flussi sulla vita nuda delle persone». Il ruolo egemonico delle metropoli globali è allora un dato di fatto, geograficamente e politicamente trasversale: vale in Occidente come in Oriente, nei sistemi liberisti come in quelli statalisti e/o ancora socialisti. Un mondo, sempre più unificato da processi economici privi di «contro-egemonie», che si va trasformando in «un’unica città, mentre al tempo stesso, per contraccolpo, ogni singola città tende a riportare su di sé tutta la complessità del mondo». Questo riconoscimento non ha però generato una definizione condivisa della metropoli contemporanea. Ancora oggi fatichiamo a comprendere i tratti peculiari che distinguono la metropoli e la rottura epistemologica nel frattempo avvenuta con il concetto di città. Nel discorso pubblico la metropoli è ancora una «grande città», una città «con più di un milione di abitanti» e altre simili definizioni. È la grandezza, il dato quantitativo, a distinguere città e metropoli: non a caso, il passaggio successivo è stato quello di affiancare al termine «metropoli» quello di «megalopoli», confondendo ulteriormente le idee e rimanendo sul piano dell’ordine di grandezza.
Anche la suggestione sulla «rinascita delle città-Stato» contribuisce al caos interpretativo, arrangiando ipotesi di scuola per contesti diametralmente differenti. Ne consegue che l’utilizzo stesso del termine «metropoli» andrebbe dunque evitato, colmo com’è di riferimenti disattivati, anacronistici e svianti. Altrove si accenna, in assenza di una terminologia condivisa, alle città del XXI secolo come «territori post-metropolitani», luogo dove sarebbe avvenuta «l’implosione-esplosione del rapporto tra confini amministrativi e geografie dei processi sociali, economici, ambientali, politici, cioè l’implosione-esplosione delle forme di governo fino ad oggi elaborate e dispiegate per governare tali processi». Più precisamente, alcuni autori hanno dichiarato conclusa la fase metropolitana dello sviluppo urbano, «spingendo a osservare una serie di fenomeni nuovi e decisamente contraddittori rispetto al tradizionale modello di sviluppo delle grandi città: l’appiattimento del gradiente di densità urbana, non più rigidamente decrescente dal centro alla periferia; la progressiva erosione del confine tra urbano ed extra-urbano; […] la scomparsa di significative differenze negli stili di vita tra urbano e suburbano; […] l’emergere di una nuova forma urbana polinucleare, densamente reticolare e ad alta intensità di flussi di informazione; l’affacciarsi di una nuova questione urbana che solleva a una diversa scala problemi di equità spaziale, di qualità  dell’ambiente, di giustizia urbana».
Senza anticipare successive formulazioni, è al momento importante segnalare come «il concetto di “metropoli”, con le sue implicazioni socio-economiche e territoriali e con la sua visione gerarchica, […] risulta del tutto inadeguato per interpretare le nuove forme dell’urbanizzazione». Di certo appare necessario trovare  il giusto linguaggio per descrivere una crisi, quella della città che, come scriveva Leonardo Benevolo (1975, p. 5), «resta una creazione storica particolare; non è sempre esistita, ma è cominciata a un certo momento dell’evoluzione sociale, e può finire, o essere radicalmente trasformata, in un altro momento. Non esiste per necessità naturale, ma per una necessità storica che ha un inizio e può avere un termine».
La mancata precisione analitica non incide solamente nel dibattito mainstream, nella vulgata disinformata o disinteressata. Anche le politiche amministrative municipali vengono definite in base ad un approccio che fonda il concetto di metropoli su quello di grande città, contribuendo alla confusione e alimentando quella crisi – più o meno manifesta – delle amministrazioni metropolitane nel loro rapporto con la popolazione urbana. Se la frattura viene situata esclusivamente nella differente dimensione, ogni politica municipale si fermerà alla richiesta di più soldi o, detto altrimenti, di maggiore autonomia fiscale. Soluzioni che – si accumulano ormai le esperienze in tal senso – costituiscono palliativi incapaci di invertire il rapporto sempre più critico tra metropoli e cittadinanza. Senza adeguata individuazione dei caratteri della metropoli, la politica (almeno a livello municipale, ma il discorso, va da sé, è generale) non potrà far altro che rincorrere, sempre in posizione subalterna, processi sociali ed economici divenuti incontrollabili.

ISBN: 978-88-6548-296-4
PAGINE: 168
ANNO: 2019
COLLANA: Doc(k)s
TEMA: Beni comuni, Metropoli e spazi urbani
Autori

Luca Alteri

Luca Alteri è docente di Sociologia del Turismo presso l’Università di Roma. È autore di numerose pubblicazioni sui problemi della città.

Alessandro Barile

Alessandro Barile si occupa di storia del movimento operaio del Novecento e di sociologia urbana.

Luca Raffini

Luca Raffini ha scritto numerosi articoli in riviste italiane e internazionali su mutamento sociale e politico, movimenti e nuove forme di partecipazione, innovazione sociale e lavoro.
RASSEGNA STAMPA

«Il tramonto della città» su @Radio Articolo Uno

Qui l'intervista di Emiliano Sbaraglia a uno degli autori Alessandro Barile.

«Il tramonto della città» su @DINAMOpress

Qui la recensione di Sarah Gainsforth.

«Il tramonto della città» su @Le Monde Diplomatique

Qui la recensione di Sebastiano Usai.


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