Il Venezuela di Chavez

«modello di sviluppo politico verso un nuovo socialismo?»

Il Venezuela di Chavez

Una rivoluzione del XXI secolo?

Il Venezuela di Chavez
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Fino a qualche anno fa, il Venezuela era un paese poco conosciuto al di fuori dei propri confini. Era solo una macchia bianca sulla mappa geografica della sinistra europea che da sempre volge uno sguardo speranzoso verso l’America Latina. Hugo Chávez era considerato con scetticismo e i mezzi di informazione lo definivano «antidemocratico», un «nuovo Fidel» o semplicemente «pazzo». In questo modo si andava propagando l’opinione secondo la quale in Venezuela era in atto uno «smontaggio delle istituzioni liberali e democratiche», che avrebbe condotto a una «democrazia difettosa» e quindi a una «regressione autoritaria».
Dalla vittoria di Hugo Chávez nel 1998 la situazione sembra completamente diversa e l’esperienza venezuelana appare anomala, tanto se paragonata agli altri paesi dell’America Latina, quanto sul piano mondiale.
Questo libro descrive e analizza il processo di trasformazione avviato con l’elezione del presidente Chávez nel 1998, la politica del suo governo e dei settori a esso alleati o avversari e ne analizza le ricadute sia sul piano interno che su quello internazionale.
L’allontanamento dalle politiche di stampo neoliberista, una diversa gestione delle risorse petrolifere, la riscoperta di un sistema di protezione sociale generalizzato e la radicale opposizione alle politiche statunitensi fanno del Venezuela un esempio pratico della reale alternativa ai modelli di governo oggi dominanti. Siamo di fronte a nuovo modello di rivoluzione del XXI secolo?
A partire da questa domanda l’autore cerca di capire cosa è accaduto in quel paese negli ultimi anni e perché quella che sembrava l’ennesima “repubblica delle banane” si è invece rivelata un credibile modello di sviluppo e una strada praticabile verso un nuovo socialismo.


Un assaggio

Dall’introduzione dell’autore
Fino a qualche anno fa, il Venezuela era un paese poco conosciuto al di fuori dei propri confini, esso non costituiva che una macchia bianca sulla mappa geografica della sinistra che da sempre volge lo sguardo speranzosa verso l’America latina. Hugo Chávez, in quanto militare, era considerato con scetticismo, mentre non si sono ancora placati i violenti attacchi dei mezzi di informazione che lo definiscono “antidemocratico”, il “nuovo Fidel” o semplicemente “pazzo”. In questa maniera viene trasposto in forma popolare il parere predominante nel dibattito scientifico, secondo il quale in Venezuela sarebbe in atto uno “smontaggio delle istituzioni liberaldemocratiche”, che condurrebbe a una “democrazia difettosa” e quindi a una “regressione autoritaria”. La forte concentrazione degli organi d’informazione sulla persona di Chávez ha contribuito ad aumentare lo scetticismo nei confronti del processo in atto nel paese. Sebbene la popolarità della “rivoluzione bolivariana” e di Chávez all’interno della sinistra europea sia cresciuta, a lungo l’accesso alle informazioni provenienti da fonti alternative è stato limitato ed esse rimangono voci disperse
Il Venezuela funge spesso da superficie sulla quale vengono proiettate le proprie concezioni di una società “diversa”. Ognuno può riconoscere nei tratti del processo bolivariano le proprie visioni politiche. I propugnatori di concetti statali centralisti, ad esempio, lo interpretano come una rivincita sull’immagine di un’America latina caratterizzata dai movimenti degli zapatisti in Messico o da quelli dei piqueteros in Argentina, mentre altri vi riconoscono il ruolo centrale dei movimenti. Stabilimenti occupati, radio di quartiere, la stabilizzazione economica, l’antiimperialismo e l’integrazione continentale: ogni corrente politica si appropria degli aspetti che avvalorano le proprie tesi sulla trasformazione sociale.
Di conseguenza, anche le informazioni di “sinistra” sul Venezuela risultano spesso problematiche. Quegli autori che ripetono ostinatamente le dichiarazioni ufficiali governative, trascurando perfino la critica all’interno dello stesso governo, non facilitano la comprensione degli avvenimenti; tanto più se giungono a censurare persino le autocritiche di Chàvez. A chi giova rielaborare le elezioni amministrative e regionali del 2004 o quelle parlamentari del 2005 trasformandole in grandi successi, quando la grande maggioranza della base bolivariana non vi ha partecipato? Una posizione coerente, o quantomeno responsabile, è tenuta a riferire gli avvenimenti ricercandone le cause.
Altrettanto sterili sono le critiche di coloro che si considerano delusi dallo sviluppo intrapreso dal Venezuela, che non avrebbe realizzato le proprie proiezioni o i propri desideri. Proprio questo approccio dimostra di non aver compreso che l’essenza della trasformazione sociale in atto in Venezuela ha le caratteristiche di un processo. Considerata l’estensione e la varietà dell’area politica che appoggia il processo, pretendere di misurare la trasformazione sulla base della capacità di imporsi di un solo settore, risulta non solo poco serio, ma perfino pericoloso. Diverse posizioni politiche in Venezuela sono indubbiamente criticabili, ma se il processo non potesse contare su una certa ampiezza politica, esso non solo non sarebbe migliore, ma probabilmente non esisterebbe del tutto. E se Chàvez, prima della sua vittoria elettorale nel 1998 o nel 2000, avesse preannunciato anche solo una piccola parte di ciò che sta accadendo ora in Venezuela, egli non sarebbe sopravissuto alle elezioni.
Nessun raggruppamento finora è riuscito a presentare un programma o a unificare le forze del processo in un’unica formazione. Perfino Chàvez, nonostante il suo carisma e il ruolo di unificatore che riveste, non ha saputo definire una programmatica comune, funzione che è stata assunta dalla Costituzione del 1999. In essa è stato elaborato – con tutte le limitazioni del caso – un “contratto sociale” tra diverse forze sociali. La Costituzione ha avuto, nel vero senso della parola, una funzione costituente. Il suo significato è centrale e non sono pochi i venezuelani che ne portano una copia sempre con sé.
Il processo bolivariano consiste quindi nel convertire in realtà sociali i valori e gli orientamenti costituzionali. Non possedendo una struttura ideologica, le diverse parti politiche continuano a dibattere sulle questioni rimaste aperte del “bolivarianismo”, ovvero le modalità della sua realizzazione e fino a che punto possa giungere questo processo di trasformazione. Nel processo bolivariano sono state le correnti politiche stesse a dover riconoscere l’inadeguatezza di ogni approccio proposto.
In Venezuela tutto sembra essere diverso. Non è mai esistito un partito unitario: la maggior parte dei media di sinistra sono nati dopo le vittorie elettorali di Chávez; la maggioranza della popolazione continua a pensarla in maniera diversa nonostante il panorama mediatico sia controllato dall’opposizione; fino al 2004 non esistevano delle forti organizzazioni dei lavoratori e la formazione del governo non significa poter controllare lo stato. I diversi approcci si sono quindi sviluppati autonomamente in seguito all’esperienza specifica. Il fatto interessante del processo bolivariano consiste proprio nella molteplicità e nella varietà delle organizzazioni che va ben oltre la contraddizione centrale tradizionale tra capitale e lavoro.
Oltre agli incontestabili progressi nel settore sociale, si può constatare che in alcuni ambiti si sono affermati concetti della sinistra più radicale, mentre in altri hanno prevalso quelli socialdemocratici. Molte questioni rimangono ancora aperte, “the future is unwritten”, cantava giustamente il gruppo punk-rock dei “the Clash”. Anche se il Venezuela non dovesse trasformarsi, secondo le speranze di gran parte della sinistra (me incluso), non si può negare che lo sviluppo per la popolazione a livello nazionale e continentale rappresenti un progresso storico
Il processo negli anni passati ha continuato a radicalizzarsi e approfondirsi mentre cresceva la coscienza e aumentavano le richieste della base. Questo fatto ha messo in evidenza le contraddizioni interne. Dopo la vittoria (con il 60% dei voti) di Chávez al referendum revocatorio nell’agosto 2004 che ha concluso il ciclo di attività destabilizzanti dell’opposizione (il colpo di Stato, il sabotaggio del petrolio, la violenza durante la campagna referendaria), la popolazione si aspettava un allargamento della partecipazione sociale, politica ed economica, così come una rottura più radicale nei confronti dell’élite, della corruzione e inefficienza. Chávez approfittando di questo stato d’animo del paese, ha annunciato la “rivoluzione nella rivoluzione” e il “salto in avanti” nel corso del 2005, scaturendo il dibattito sul “socialismo nel xxi secolo”. In effetti, gli investimenti nei programmi sociali si percepiscono chiaramente. La contraddizione tra il discorso di Chávez (che raccoglie le richieste della base) e la politica dei partiti e delle istituzioni rimane comunque evidente. La partecipazione politica continua a risultare insufficiente e molti dei provvedimenti statali per la trasformazione dell’economia vengono messi in atto con molta lentezza. La rottura con il capitalismo auspicata da Chávez non viene quasi ripresa dai responsabili all’interno delle istituzioni, mentre stanno aumentando le lotte per un approfondimento del processo, per i cambiamenti strutturali e per un trasferimento del potere alla base.

ISBN: 88-89969-18-0
PAGINE: 288
ANNO: 2006
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Guerra e geopolitica, Immaginari

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