Il verbale

«Un racconto come volontà di ridare un senso alla vita»

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Il tentativo di «spiegare» il suicidio di un amico è ciò che muove Laudrian, protagonista nonché coriaceo «io» narrante del libro, a redigere un «verbale», che altro non è che la dolorosa articolazione di un discorso rimosso dalle falci inesorabili di un puntuale, umanissimo, senso di colpa che la morte volontaria di Fabio ha lasciato inevitabilmente gravare sulla sua sconvolta esistenza, così come pure su quella degli altri amici rimasti.
Nove anni sono trascorsi da quando Fabio – il «mitico» leader di un gruppo genovese di giovani amici, sull’onda elettronica degli anni Ottanta – ha lasciato cadere i suoi piedi nel vuoto, e Laudrian, incapace di reagire altrimenti all’esperienza di questo tragico lutto, li ha vissuti cedendo, giorno dopo giorno, al più arreso isolamento; quello cupo e soffocante di interi mesi trascorsi nella più impotente accidia anaffettiva: tagliando i ponti con tutti, restando per ore a riempire il suo corpo di cibo e a svuotare la sua anima di senso, davanti alla tv, nel chiuso inaccostabile della sua stanza.
Scrivere il «verbale» gli consentirà di trovare l’insperata via d’uscita. Quanto più la volontà di Laudrian perseguirà l’intento di fornire una minuziosa ricostruzione degli accadimenti apparentemente indecifrabili che hanno preceduto la morte di Fabio, tanto più la sua scrittura si rivelerà strumento indispensabile alla registrazione fedele dei frammenti, dei dettagli, dei particolari confusi nella sua memoria. I ricordi cessano di essere temibili presenze da sfuggire, da condannare reiteratamente al silenzio: sotto il tocco delle dita di Laudrian sulla tastiera, si mostrano ora nella loro disarmante nudità di cose vissute, passate, e proprio per questo dicibili e dette. Con l’avventuroso ritrovamento di Alice – la ragazza che accompagnò Fabio nei suoi ultimi viaggi senza meta – ha infine termine l’esorcismo scrittorio del «verbale»: ormai adempiuto al suo dovere di far luce sui fatti, al buon Laudrian non resterà ora che viverne di nuovi.


Un assaggio

Il fatto è che noi di Fabio avevamo fatto un mito, e lui ci aveva creduto in pieno. Lui era quello che teneva di più l’alcool, quello che se c’era da menarsi non si tirava mai dietro. Era quello che ti riportava a casa quando non riuscivi nemmeno più a riconoscerti le gambe, quello che portava delle tipe fighissime nel giro e poi le mollava dopo una settimana perché gli dicevano che volevano stare solo con lui
“Ci vorrebbe Fabio”, “Me lo ha detto Fabio”, “Ma lo sai che ha fatto giovedì Fabio?”. C’era un’epica di Fabio, le gesta di Fabio, la memoria del gruppo che passava di bocca in bocca quello che Fabio aveva fatto o detto. A poco a poco credo che Fabio aveva capito che non gli restava altro che essere Fabio, comportarsi parlare stravolgersi da Fabio. Cioè un po’ di più e parecchio diversamente da come forse avrebbe voluto fare
E tutto sembrava normale, se lo faceva Fabio. Era normale, ad esempio, che Fabio sparisse dalla circolazione per giorni e nessuno sapesse dov’era, salvo rispuntare a casa di Rigo magari con una scarpa sola o raccontando che si era dovuto vendere i documenti. Era normale che mi parlasse della sua stanchezza per lo studio con indosso un montone preso chissà dove e venti giorni di sporcizia
Era da Fabio. Quanto eravamo stronzi.

ISBN: 88-87423-29-6
PAGINE: 240
ANNO: 2002
COLLANA: Vox
TEMA: Immaginari
Autore

Marco Berisso

Marco Berisso, nato nel 1964, è ricercatore di letteratura italiana medioevale presso l'Università di Genova. Suoi studi sono apparsi su varie riviste e antologie. Grande appassionato di poesia, è redattore per il Collettivo di Pronto Intervento Poetico «Altri Luoghi» dell'omonima rivista. E ha fatto parte del Gruppo '93. Prima de Il verbale, ha pubblicato un'edizione commentata di Dal calamajo di un medico di Carlo Dossi (Bulzoni, 1995) e un saggio sui poeti perugini trecenteschi per la casa editrice Olschki.