Impìccati!

«Opera di denuncia sulle morti in carcere»

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Storie di morte nelle prigioni italiane

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«La pena carceraria non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità», lo dice la Costituzione. Ma chi conosce la realtà del carcere non si chiede perché ogni anno un centinaio di detenuti muore, ma piuttosto perché altre migliaia decidono di resistere. Nonostante tutto.
Anche i media sembrano essersene accorti: in carcere si muore sempre più spesso. Per suicidio, per malori o «per cause da accertare», un modo elegante per non dire che si viene ammazzati.
Questo libro racconta una serie di storie di detenuti che non ce l’hanno fatta a uscire vivi di galera. Storie diverse per vita, cultura, convinzioni politiche. Storie che continuano a sbiadire in desolate udienze di solitari tribunali, dove sfilano testimoni, agenti, direttori, educatori, parenti, alla ricerca di uno scampolo di verità e di giustizia.
Storie come quella recente e allarmante di Stefano Cucchi, o di Niki Aprile Gatti, incensurato, ritrovato impiccato nel bagno della sua cella, con molti particolari poco chiari. O quelle di Stefano Frapporti, arrestato per una manovra errata in bicicletta, che si sarebbe anche lui impiccato in una cella dopo poche ore. Del sindaco di Roccaraso Camillo Valentini che non resse alla vergogna dell’arresto e decise di legarsi un sacchetto di plastica sulla testa; le accuse mossegli si rivelerono poi incosistenti. Del suicidio annunciato della brigatista rossa Diana Blefari. Del tunisino Ben Gargi che si è lasciato morire di fame e per il quale nessuno ha predisposto una legge per garantirgli un’alimentazione forzata. Di Aldo Bianzino, trovato morto nella sua cella a Perugia, con una profonda lesione al fegato, a detta del magistrato «provocata dalle manovre di rianimazione dopo l’arresto cardiaco».
Introduce il libro un’approfondita analisi, ricca di dati e documentazione, sulla complessa realtà carceraria italiana.


Un assaggio

Prefazione
Custodia cautelare. Sono due parole dolci, che evocano cura e attenzione. Invece è pura dissimulazione, significano prigione, cioè dolore, solitudine, lacrime, paura, pena, vergogna, rabbia
In carcere si muore, come fuori e per le stesse cause: malattia, suicidio, omicidio. Ciò che non dovrebbe accadere mai, però, è morire di carcere: per mano di chi ti ha in custodia o per negligenza di chi ti ha in cura.
Questo libro racconta otto storie, di otto persone che in carcere sono entrate vive – e in buone condizioni di salute – uscendone solo per i funerali. I propri funerali.
Due premesse sono obbligatorie. La prima è che questi racconti non sono delle controinchieste, né riguardo alle vicende che hanno portato in carcere queste persone, né riguardo i punti oscuri – quando ce ne sono – relativi ai decessi. Trattandosi di vicende, compresa quella più lontana nel tempo, ancora «aperte» dal punto di vista giudiziario, come sempre «parlano» gli atti e le sentenze sinora emesse. Ma, come sempre, le sentenze non spiegano tutto e allora conviene leggere, o rileggere, meglio le carte ufficiali, i verbali, le testimonianze, le perizie. Ripercorrere cioè il percorso «ufficiale» seguito e lasciare il giudizio ai lettori.
Altra precisazione: il dito non è puntato contro nessuno, non ci sono colpevoli da smascherare o torti da riparare. Sono racconti «a carico di ignoti»
Il perché è semplice. Il carcere è duro per tutti, detenuti e uomini della polizia penitenziaria, medici, assistenti, operatori, volontari. Nell’episodio di Luigi Acquaviva, l’ergastolano deceduto per impiccamento – ma dopo essere stato picchiato selvaggiamente – «è difficile trovare sulla sua pelle un quadrato di superficie superiore a dieci centimetri quadrati che non comprenda un’ecchimosi o un’escoriazione», è scritto nelle motivazioni di una sentenza. Ai tre agenti condannati per lesioni sono state concesse le attenuanti – anche – «perché per anni hanno prestato servizio negli istituti penitenziari con tutte le difficoltà e i disagi collegati a tale status».
Un supplemento di clemenza, insomma, per aver svolto il proprio lavoro e per essere in qualche modo sopravvissuti al carcere. Questa sì che è un’ammissione forte, che la dice lunga su cos’è, oggi, il sistema carcerario italiano.
Per Stefano Cucchi parlano le foto, certo, crudeli e decisive. Non fossero state scattate un minuto prima di chiudere la bara, l’opinione pubblica avrebbe ignorato il «caso» e anche questa sarebbe stata una morte come tante altre, silenziosa e dimenticata, degna al massimo di una breve in cronaca. Eppure, nemmeno quelle terribili foto dicono tutto. Le evidenti lesioni, ancora più vergognose e dolorose se davvero causate mentre Stefano si trovava sotto la tutela dello Stato – e stabilire a chi appartengano le eventuali «mele marce», è da questo punto di vista davvero irrilevante –, quelle lesioni sono, forse, il fatto meno grave. Leggete l’intervista con il signor Giovanni Cucchi, il padre di Stefano, e vi sarà difficile non provare rabbia mista a compassione per il calvario che a lui e alla sua famiglia è stato riservato, oltre l’orrenda morte – e che morte – del figlio. Una collana di manchevolezze, sciatterie e ottusità che lo stesso Dipartimento amministrazione penitenziaria ammette senza riserve, fino «all’incredibile epilogo della mancata comunicazione del decesso». Già, perché nessuna istituzione ha mai comunicato ufficialmente alla famiglia Cucchi che Stefano era deceduto. Solo un foglio messo davanti alla madre, e la richiesta di una firma: «Servirebbe per la nomina del perito che parteciperà all’autopsia».
La vicenda di Stefano è emblematica e forse irripetibile, almeno per lo svolgimento conosciuto dei fatti. A ogni bivio tra male e peggio, la sceneggiatura ha imboccato decisa sempre la seconda strada, rinnovando ogni volta lo strazio che sembra non avere fine. Poco prima di andare in stampa con questo libro i giornali hanno riportato la notizia della fine dei lavori della commissione di inchiesta del Senato sull’accertamento delle cause della morte di Stefano Cucchi: disidratazione. Morto per sete, dunque, non in mezzo al deserto ma in ospedale, dove era ricoverato – prima e oltre che recluso – da cinque giorni. Fosse vero, sarebbe ancora più dura da accettare. Una flebo è, dovrebbe essere, il minimo terapeutico garantito. Meno, c’è l’abbandono più totale.
La storia richiama alla mente quella di Sami Mbarka Ben Gargi, tunisino, morto dopo quasi cinquanta giorni di sciopero della fame, iniziato per protestare contro una sentenza che considerava ingiusta. Più che morto, lasciato morire. In questo caso le istituzioni penitenziarie e sanitarie hanno alzato le braccia davanti «alla volontà di non alimentarsi», non disponendo un Trattamento sanitario obbligatorio se non quando era troppo tardi. Per Sami, fuori dal carcere non c’è stata nessuna fiaccolata o manifestazione a tutela del diritto alla vita, non si sono sentiti slogan contro il diritto a morire, nessun parlamentare si è preoccupato di predisporre e votare in fretta un decreto legge che ne garantisse l’alimentazione forzata. Strana questa interpretazione del diritto alla vita, che vale per una ragazza in coma da anni, vale addirittura per i non nati, ma evapora quando di mezzo c’è un extracomunitario, spacciatore, detenuto e malato.
Spesso non è nemmeno il carcere a uccidere, o a spingere a uccidersi, semplicemente perché manca il tempo anche di acclimatarsi. Sono le storie di incensurati che non hanno retto alla sola idea della prigione, e un’ora, o due giorni o tre dopo l’arresto hanno deciso di farla finita per sempre. Si sarebbe impiccato Niki Aprile Gatti, appena tornato dai «passeggi», senza che i compagni di cella abbiano sentito nulla e, stranamente, con il pigiama addosso. Si è soffocato con un sacchetto di plastica Camillo Valentini, sindaco di Roccaraso, finito dentro per una megainchiesta su corruzione e concussione, con l’aggravante dell’associazione a delinquere di stampo mafioso per la gestione degli appalti pubblici, salvo che – morto il reo – i processi degli altri coimputati si sono conclusi tutti con archiviazioni. E poi la storia incredibile di Stefano Frapporti, muratore, incensurato – una sola multa nel suo mezzo secolo di vita –, fermato alle 7.00 della sera perché viaggiava in bicicletta contromano sul marciapiede, a Rovereto, mentre andava a cena a casa di amici, sospettato di essere un «potenziale possessore di stupefacente», morto suicida in carcere a mezzanotte.
Forse non ce l’avrebbe mai fatta, nemmeno fuori, Diana Blefari Melazzi, che fece parte del commando che uccise Marco Biagi. La malattia mentale che l’ha accompagnata nella sua detenzione era anche un’eredità dolorosa di un dramma famigliare che l’aveva segnata nel profondo e fatta deragliare, fino all’emulazione dell’ultimo tragico gesto, «anticonservativo», nel grigio linguaggio burocratico
E per finire, anzi per iniziare, la storia di Aldo Bianzino, il falegname morto con una profonda lesione al fegato, ufficialmente frutto di una manovra errata durante il massaggio cardiaco tentato per rianimarlo. Incensurato, la sua «colpa» era quella di coltivare delle piantine di cannabis vicino al casolare ristrutturato, lontano da tutto e da tutti, dove viveva con la famiglia. Arrestato insieme alla compagna Roberta, venne ritrovato morto – per emorragia cerebrale – alle 8.00 della mattina. Un’ora dopo, e poi due ore dopo, dirigenti del carcere si presentarono nella cella di Roberta, chiedendole di confessare se Aldo avesse ingerito qualcosa o se soffrisse di malattie particolari. Nel casolare in mezzo ai boschi erano rimasti la madre novantenne di Roberta e il figlio quindicenne della coppia, Rudra. Dopo la morte di Aldo, nel giro di un anno se ne sono andati anche mamma e nonna. Rudra è rimasto solo al mondo. La Giustizia, o il suo simulacro, è arrivata come un uragano in quel paradiso terrestre, frantumando esistenze e una famiglia unita e felice. La società – intesa come io e voi, noi, la nostra comunità – ci ha guadagnato o ci ha perso?
A fronte dei molti che muoiono in carcere – tanti, troppi sono i suicidi – la maggioranza sopravvive. E forse, viste le condizioni di vita, bisognerebbe fermarsi un po di più a riflettere su questa straordinaria resistenza al dolore e all’abbrutimento
Nelle storie del libro non sono raccontati, volutamente, i commenti a queste morti, alcuni incomprensibilmente ignobili e sprezzanti. Tanto più in un paese che non perde occasione di definirsi cattolico e che delle sue «radici cristiane» ha fatto addirittura un vessillo politico.
«Non giudicate e non sarete giudicati» è una delle massime evangeliche più belle e più dimenticate. È successo in molte di queste storie dove, oltre a rimanere inascoltate le ultime implorazioni di aiuto, le grida di dolore e le richieste di perdono, si è continuato a infierire anche sui loro cadaveri martoriati, ironizzando sul fatto che «non fossero degli stinchi di santo», che «si sarebbero meritati la fine che hanno fatto», addirittura che «hanno fatto da soli quello che uno Stato serio avrebbe provveduto a fare lui». Cioè impiccarsi.
La pietà, oltre che il diritto, sembra morta da tempo e con lei anche la capacità di perdonare. Ha scritto il grande regista Ermanno Olmi: «Un uomo in ginocchio è più grande di un uomo in piedi».

ISBN: 978-88-89969-98-4
PAGINE: 168
ANNO: 2010
COLLANA: Cronache
TEMA: Carcere e nuove punitività
Autore

Luca Cardinalini

Luca Cardinalini, nato a Marsciano (Perugia), è giornalista Rai. Collabora con il quotidiano «il manifesto» sul quale ha una rubrica settimanale: «la barba al palo».

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