La «banda» 22 ottobre

«I prodromi della strategia politica della lotta armata»

La «banda» 22 ottobre

Agli albori della lotta armata

In allegato il filmato in DVD di Stefano Barabino e Andrea Teglio tre della ventidue

La «banda» 22 ottobre
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Per la prima volta è qui raccontata, nello scenario della città di Genova, la storia della «banda 22 ottobre». Una delle primissime aggregazioni della lotta armata in Italia che fiancheggiò i Gruppi di azione partigiana costituiti dall’editore Giangiacomo Feltrinelli all’inizio degli anni Settanta, contemporaneamente alla nascita delle ben più note Brigate rosse.
In quel particolare contesto, alcuni militanti della 22 ottobre compirono una maldestra rapina a scopo di finanziamento che si risolse con l’involontario omicidio di un portavalori. Il fatto, per puro caso immortalato da un fotografo dilettante, destò enorme clamore mediatico.
La «banda» fu velocemente sgominata. Ma le indagini giudiziarie rivelarono lo scandalo di una connotazione politica di sinistra dei suoi appartenenti: giovani e meno giovani operai, portuali, marittimi, commercianti, quasi tutti militanti cresciuti all’interno del Partito comunista, e, fatto alquanto imbarazzante, addirittura alcuni ex partigiani.
In un clima di isterica criminalizzazione gli imputati furono linciati da una canea perbenista che li raffigurava come rapinatori balordi, spietati assassini, provocatori fascisti, sottoproletari alcolizzati, in una parola: mostri. Infatti furono loro comminati tre ergastoli e gravi pene detentive.
Nel corso del processo a loro carico numerosi studenti e intellettuali della città riuscirono però a costruire un complesso lavorio di controinformazione su quanto era realmente accaduto e sui suoi retroscena culturali e politici. L’obiettivo, in parte riuscito, fu quello di ottenere per i protagonisti di quella vicenda il riconoscimento di una loro piena dignità rivoluzionaria. Di lì a poco, nel 1974, le Brigate rosse rapirono Mario Sossi, già Pubblico ministero nel processo, chiedendo per il suo suo scambio la messa in libertà dei militanti della 22 ottobre. Le controversie trattative non raggiunsero l’obiettivo dei brigatisti, che però, caparbiamente, lo ritentarono in occasione del sequestro, quattro anni dopo, di Aldo Moro.
L’importanza di questo libro consiste quindi nello spiegare quali furono i prodromi della strategia politica della lotta armata che negli anni Settanta occupò nel nostro paese una rilevanza sociale di rilevanza primaria.


Un assaggio

Prefazione

Nell’epoca della democrazia reale il destino del terrore, che sia esercitato dall’alto o dal basso non fa differenza, è quello di essere sistematicamente evocato dal discorso politico e contestualmente rimosso dalla sua narrazione. Del resto alcuni dei padri fondatori delle moderne democrazie sono stati terroristi, e in qualche caso hanno avuto modo di esercitare entrambe le forme di terrorismo, sia quello antagonista che quello di Stato, salvo mondarsene con l’uso revisionistico e bipartisan di una «memoria di compromesso»: gli stessi interpreti italiani della democrazia hanno riscritto a loro uso la storia della Resistenza, che pure irruppe sulla scena e lasciò il suo segno anche con i Gap, le Sap e il regicidio postumo e catartico di piazzale Loreto
All’inizio del nuovo millennio, e nell’inarrestabile ascesa agli estremi che lo contraddistingue, il terrorismo è l’unico nemico riconosciuto come tale dalle democrazie. Il terrore, che pure è intervenuto nella nascita e nella formazione degli Stati moderni, incluso quelli democratici, oggi ha cambiato pelle: è la stessa democrazia, divenuta pensiero unico, a evocarlo come proprio nemico e a riprodurlo per usarlo.
Da questo punto di vista le travagliate vicende italiane di fine secolo, in particolare quelle degli anni Settanta incluso quella di cui il libro di Paolo Piano si occupa, hanno anticipato in qualche modo le tecniche revisionistiche e sicuritarie con cui la democrazia si oppone oggi nel mondo «occidentale» al proprio declino.
Poco meno di quarant’anni fa, quando l’inchiesta giudiziaria e la stampa si occuparono per la prima volta degli autori della rapina all’Istituto autonomo case popolari e dell’omicidio che ne era seguito, nonché di altri attentati e sequestri avvenuti a Genova tra il 1970 e il 1971, essi tuttavia non vennero affatto identificati né come guerriglieri né come terroristi contro i quali mobilitare lo Stato e le masse popolari. D’altra parte, negli anni Settanta del secolo scorso, nel terrorista non si identificava ancora il nemico dello Stato democratico. Secondo la cultura di quel tempo, che anche per questa ragione appare oggi così diversa e lontana, definire i militanti della 22 ottobre come terroristi non li avrebbe necessariamente esposti alla gogna e alla riprovazione generale. Nel Parlamento italiano si muovevano allora uomini ancora giovani, di vario orientamento politico, che avevano notoriamente agito con modalità terroristiche prima, durante e dopo la Resistenza, e anche contro di essa.
Le stesse critiche tradizionali del movimento operaio al terrorismo si fondavano prevalentemente sulla sua dimostrata o pretesa inefficacia, sul suo velleitarismo di fondo, senza che la sua natura resistente o ribelle venisse messa in discussione; mentre sia la destra golpista che il ceto liberale e azionista, nonché la varia sinistra democratica, non esitavano ad appoggiare o a riconoscersi, sia pur con diverse motivazioni, nella resistenza guerrigliera e terrorista dei palestinesi, dei cattolici irlandesi o dei nazionalisti baschi.
Nel 1971, in Italia, le Brigate rosse iniziarono a sequestrare dirigenti di fabbrica e sindacalisti di destra teorizzando il terrore proletario e un alone ideologico e romantico continuava a legittimare l’azione terroristica, soprattutto quella internazionale. Solo un atteggiamento di matrice stalinista, ben presente sia nel Pci che in alcune formazioni della sinistra extraparlamentare, portava a disconoscerne la natura, che allora era interna al movimento, e ad attribuire le azioni brigatiste ai fascisti.
Nel 1969 l’editoriale del numero 7 di «Potere operaio», periodico del gruppo omonimo, era uscito con il titolo Sì alla violenza operaia, e questo aveva comportato conseguenze giudiziarie per il direttore responsabile del giornale Francesco Tolin, ma era opinione largamente condivisa che i giudici avessero agito applicando gli articoli sulla censura della libertà di pensiero introdotti dal famigerato Codice Rocco: in pochi, e non solo a sinistra, se la sentivano di mettere in dubbio l’assunto secolare della legittimità dell’uso di ogni forma di violenza da parte degli sfruttati, degli oppressi e dei ribelli.
Dopo le bombe di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, il possente lavoro di controinformazione che produsse in pochi mesi il libro-inchiesta La strage di Stato e la grande mobilitazione politica degli anni successivi si incentrarono sugli autori della strage (i servizi segreti) e sui suoi fini (la strategia della tensione in funzione antioperaia e liberticida); ma per definire il mezzo usato, ovvero la provocazione dall’alto e il terrore fascista, si preferì coniare un neologismo: lo stragismo. Quando a Monaco di Baviera nel maggio del 1972, durante le Olimpiadi, un commando di palestinesi appartenenti a Settembre nero sequestrò nel loro villaggio numerosi atleti israeliani e l’azione si concluse con un massacro anche a causa della pesante reazione dei militari tedeschi, nel mondo si levò, assieme al cordoglio per le vittime, una unanime condanna per il grave sacrilegio compiuto, essendo stato il santuario olimpico per la prima volta contaminato dalla «sporca» politica, ma i terroristi riuscirono comunque nell’intento di ricordare al mondo il massacro dei militanti dell’Olp in Giordania e di sollevare clamorosamente davanti agli occhi di quello stesso mondo la questione palestinese

«La continuità del dominio li ha resi passivi esecutori della norma quanto inerti contemplatori dell’eccezionale. Essi, timorosi del terrorista, non vogliono conoscere il terrore congelato nelle fabbriche, nelle caserme, negli ospedali…»

Questo era il testo di un manifesto affisso sui muri di Genova da alcuni compagni che avevano vissuto l’esperienza del gruppo Ludd, tra questi Gianfranco Faina. Sopra il testo un disegno: sul gradino superiore di un podio olimpico si stagliava solitario un terrorista palestinese, nudo, dal volto coperto da un passamontagna, mentre sotto di lui, alla base del podio, si agitavano volti atroci, tronfi e ottusi; una folla gesticolante e confusa (il tratto crudo e violento del disegno ricordava George Grosz) si ammassava lì sotto incredula e in mezzo a tutti una donna seminuda si aggirava con medaglia d’oro e nastrino in mano chiedendo «e adesso a chi la dò?».
Ancora: quando nel dicembre 1973 a Madrid l’auto di Luis Carrero Blanco, ministro del Caudillo Francisco Franco, venne proiettata e sbattuta con il suo corpo esanime sul tetto di un palazzo, sospintavi dalla forza centrifuga di alcuni quintali di esplosivo, ci furono scene di esultanza o almeno di contenuta soddisfazione da parte di tutte le componenti radicali, democratiche e progressiste dello spazio pubblico europeo. Anche il grande regista della Battaglia di Algeri, Gillo Pontecorvo, dedicò alla storia dell’attentato un film con Gianmaria Volontè, Operazione Ogro, che ebbe la sfortuna di giungere nelle sale nel 1978, in pieno sequestro Moro, quando il codice di lettura degli avvenimenti era ormai cambiato.
Tornando in Italia, il 16 marzo 1972 il corpo di Giangiacomo Feltrinelli fu ritrovato tra i piloni di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, morto per dissanguamento dopo l’esplosione accidentale della carica di dinamite che stava piazzando.
Anche di fronte all’evidenza molti inizialmente non vollero credere alla morte accidentale, all’incidente sul lavoro di un terrorista. Fu un articolo di «Potere operaio del lunedì» distribuito in edicola il 26 marzo, ovvero la rivista del gruppo omonimo che era stato a lungo in rapporti con Feltrinelli, ad affermare per primo che «un rivoluzionario è [era] caduto» in azione, e questa verità non incrinò affatto la figura dell’editore, del partigiano, del militante internazionalista.
Il 17 maggio 1972 veniva ucciso a Milano il vice responsabile della squadra politica della Questura di Milano, Luigi Calabresi. Erano passati due anni e mezzo dalla morte «accidentale»1 di Giuseppe Pinelli, animatore del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, e un anno dal documento di denuncia nei suoi confronti firmato da ottocento intellettuali e pubblicato da «L’espresso». Sarebbe ipocrita non ricordare che la notizia fu accolta con grande soddisfazione, e non solo negli ambienti della sinistra extraparlamentare, e che il fatto assunse per anni una valenza simbolica – come atto di giustizia proletaria e segnale di rivalsa nei confronti della giustizia di Stato. Questo accadeva non a causa di un’ondata collettiva di riprovevole cinismo, ma perché allora, prima dell’avvento dell’«ideologia dei diritti dell’uomo», era usuale affermare, assumendosene il rischio, il ruolo storico della violenza come levatrice di progresso.

ISBN: 978-88-89969-48-9
PAGINE: 192
ANNO: 2008
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Anni Settanta, Violenza rivoluzionaria
Autore

Paolo Piano

Paolo Piano (1972) vive e lavora in provincia di Genova, dove si occupa di teatro per ragazzi. Laureato in Storia moderna, questo libro è il risultato del suo lavoro di ricerca universitaria.

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