La comunità terribile

«Come le dinamiche di potere sono presenti anche nei movimenti di critica al sistema»

La comunità terribile

Sulla miseria dell'ambiente sovversivo

La comunità terribile
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Una lucida analisi prende di mira l’ambiente antagonista e «sovversivo», la sua cultura, le sue ideologie, le sue pratiche. La sintesi è spietata: i tragici errori del passato novecentesco, lungi dall’essere stati superati, si riproducono inesorabilmente anche all’interno di quelle situazioni che si dichiarano critiche nei confronti dei poteri costituiti e che si pretenderebbero portatrici di forme di liberazione.
È il potere, con i suoi meccanismi, la sua conservazione e riproduzione, che resta insuperato nelle relazioni umane prima che politiche. Leaderismo, personalismo, narcisismo, ruoli gerarchici, culto dell’appartenenza, del clan, della propria famiglia politica o della propria organizzazione fanno ancora inesorabilmente da base al sentire e operare di tutte le «comunità». Problema pratico, politico e filosofico, «il governo degli altri» resta ancora uno dei pesanti irrisolti delle forme del legame sociale. Un testo sintetico e provocatorio, un’invettiva contro comunità apparentemente nuove che portano con sé i nodi irrisolti del vecchio.


Un assaggio

Ridefinire la conflittualità storica Di nuovo la sperimentazione, alla cieca, senza protocollo o quasi. Ci è stato trasmesso così poco; potrebbe essere una fortuna
Di nuovo l’azione diretta, la distruzione senza frasi, il nudo scontro, il rifiuto di ogni mediazione: quelli che non vogliono capire non avranno da noi alcuna spiegazione
Di nuovo il desiderio, il piano di consistenza di tutto ciò che era stato rimosso in vari decenni di contro-rivoluzione
Di nuovo l’autonomia, il punk, l’orgia, i tumulti, ma in un giorno inedito, maturo, pensato, sprovvisto degli orpelli del nuovo
A forza di arroganza, di operazioni di “polizia internazionale”, di comunicati di vittoria permanente, un mondo che si presentava come l’unico possibile, il coronamento della civiltà, ha saputo rendersi violentemente detestabile
Un mondo che credeva di aver fatto il vuoto intorno a sé scopre il male nelle sue viscere, tra i suoi figli
Un mondo che ha celebrato un volgare capodanno come un capodanno millenario inizia a temere per il proprio millennio
Un mondo che si è collocato a lungo sotto il segno della catastrofe realizza controvoglia che il crollo del “blocco socialista” non inaugurava il suo trionfo, ma l’ineluttabilità del suo collasso
Un mondo che si è abbuffato dei motivetti della fine della Storia, del secolo americano e dello scacco del comunismo dovrà pagare la propria leggerezza
In questa paradossale congiuntura, questo mondo, ovvero in fondo la sua polizia, si ricompone un nemico su misura, folcloristico. Parla di «black bloc», di «terrorismo anarchico internazionale», di una vasta cospirazione contro la civiltà. Fa pensare alla Germania descritta da Von Salomon ne I proscritti, ossessionata dal fantasma di un’organizzazione segreta «che si espande come una nuvola piena di gas» e a cui si attribuiscono tutti gli abbagli di una realtà abbandonata alla guerra civile. «Una cattiva coscienza cerca di scongiurare la forza che la minaccia. Essa si crea un fantasma contro il quale imprecare a piacimento e crede così di garantire la propria sicurezza», non è così
Al di là delle elucubrazioni abituali della polizia imperiale, non c’è leggibilità strategica degli eventi in corso. Non c’è leggibilità strategica degli eventi in corso, perché questo presupporrebbe la costituzione di un comune, un minimo comune tra di noi. E questo, un comune, fa paura a tutti, fa fare marcia indietro al Bloom, provoca sudori e stupori poiché riporta univocità nel cuore delle nostre vite sospese. In ogni cosa ci siamo abituati ai contratti. Siamo fuggiti da tutto ciò che assomigliava a un patto, perché un patto non si può disdire; si rispetta o si tradisce. Ed è questo, in fondo, che è difficile da capire: è dalla positività di un comune che dipende l’impatto di una negazione; è il nostro modo di dire «io» a determinare il nostro modo di dire «no». Spesso ci stupiamo della rottura delle trasmissioni storiche, del fatto che da più di cinquant’anni nessun «genitore» sia più capace di raccontare la sua vita ai «propri» figli, di farne un racconto che non sia una discontinuità disseminata di aneddoti ridicoli. Ciò che si è perso, infatti, è la capacità di stabilire un rapporto comunicabile tra la nostra storia e la Storia. In fondo a ciò sta la convinzione che rinunciando all’esistenza singolare, abdicando al destino, ci si guadagni un po’ di pace. I Bloom hanno creduto che bastasse disertare il campo di battaglia per far finire la guerra. Ma così non è stato. La guerra non è cessata e quelli che rifiutavano di accettarlo ora si trovano solo un po’ più disarmati, un po’ più sfigurati degli altri. L’enorme magma di risentimento che oggi ribolle negli intestini del Bloom e che sfocia nel desiderio mai appagato di veder le teste cadere, di trovare colpevoli, di ottenere una sorta di pentimento generalizzato per tutta la storia trascorsa, sgorga da lì. Abbiamo bisogno di una ridefinizione della conflittualità storica, non dal punto di vista intellettuale, ma vitale.

ISBN: 88-87423-95-4
PAGINE: 168
ANNO: 2003
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Contro-culture, Immaginari
Autore

Tiqqun

Il collettivo redazionale Tiqqun corrisponde a un gruppo di intellettuali francesi che ha dato vita a un’omonima rivista di straordinaria vitalità. In Francia le tesi del gruppo hanno suscitato grande interesse e attenzione mediatica. In lingua italiana è disponibile anche La teoria della Jeune-Fille (Bollati Boringhieri, 2003).

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