La domesticazione sociale

«Capire le forme di potere e le forze che condizionano la nostra vita»

La domesticazione sociale

Sulla modernità e il disagio che la governa

La domesticazione sociale
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La «domesticazione sociale» è l’altro nome di quelle pratiche di dominio che sono all’origine dell’obbedienza, del consenso, della pace sociale. Non semplici ideologie, forme di cultura o teorie, ma vere e proprie forze che plasmano la nostra vita, modellano i nostri comportamenti e vincolano il nostro «comune».
La «domesticazione sociale» è all’origine di quella sudditanza vissuta con disarmante fatalismo, in virtù della quale di volta in volta ci troviamo a rivestire gli abiti di un popolo di consumatori, produttori, guerrafondai, utenti, elettori… La «domesticazione sociale» è la misura di quella distanza tra i molti che obbediscono e i pochi che comandano, tra i molti impiegati delle nuove officine del lavoro e i pochi che ne traggono profitto. Questo libro tenta di definirla e di rintracciarla nel nostro vivere comune capire le ragioni di ciò che produce la nostra alienazione nella forma della merce, nella forma dello spettacolo e nella forma del consenso è il presupposto per immaginare una possibile ribellione a questo presente e al prossimo futuro.


Un assaggio

La regressione intensiva ed estensiva della personalità è sempre stata un potente strumento per sopprimere il gusto e la soggettività e, al contempo, muovere le file che manipolano i simulacri del godimento, che è sparito. Va da sé, questa scomparsa corre parallela a quella della conoscenza e del ridicolo. Così, nello spettacolo non ci si limita ad esaltare la copia al posto dell’originale, ma, come nell’arte che si definisce d’avanguardia, si è arrivati ad elogiare delle copie i cui originali non sono mai esistiti. È il caso in cui il «progresso» ha reso ridicolo Ludwig Feuerbach. Infatti, lo spettacolo sa che se chiede al buon senso di giustificare la follia, questa ha sempre la partita vinta, soprattutto se l’ignoranza non è affidata a condizioni aleatorie, ma è fabbricata. Un’ignoranza che, finalmente, può dire quello che vuole visto che nessuno crede più alle risposte che riceve. È così che il dispotismo può vantare sempre nuovi amici, perché ci sarà sempre qualcuno che ha un qualche interesse ad abolire la storia affinché sia abolita la memoria. Se ciò non basta c’è sempre il denaro, come dicevano i teologi medioevali, che fa della verità menzogna e della menzogna verità. La forma di spettacolo costituisce – dal punto di vista del mercato – il contesto culturale che assicura la stessa forma di alienazione indipendentemente dalle condizioni sociali e direttamente dipendente dalla qualità della merce consumata. Come la psicologia individuale del sogno spiega l’animismo, quella dello spettacolo è il viatico dell’alienazione sociale. Anche se, nelle sue forme diffuse, il mito, il simbolo e il sogno finiscono per rispecchiare gli stessi moventi. Così, è la polisemia dell’ovvio che accompagna e integra la fine di tutte le competenze. (Per questo, nella modernità, la competenza è antinomica della prestazione). Da sempre la sopravvivenza si trincera dietro numerose condizioni illusorie che la confortano, a cominciare da quella per la quale l’esistenza ha bisogno di una realtà stabile e dotata di senso. Di fatto, queste sono le condizioni del vissuto. L’esistenza non ha bisogno che di rappresentazioni. In questo contesto, solo la praxis può costituire un sistema esaustivo del mondo dal punto di vista del significato, altrimenti stabilità e significatività non sono che illusioni della volontà, non sono che maschere di una lotta tra opposti princìpi. (Questo spiega anche il processo sommario a cui l’idealismo sottopone la praxis, teso a toglierle il diritto di essere creduta). Lo spettacolo agisce, qui, come un sistema mistificante di significati totalizzanti, che per reagire al caos della soggettività sa autodissolversi per ricostituirsi sotto altre forme, anche se in superficie appare sempre come una sorta di meta-rappresentazione paranoide di una realtà finita nel non-sense della tecnica. Quanto alla confusione di oggettivo e di soggettivo, favorita dagli aspetti contingenti della domesticazione, la sua funzione è di produrre una regressione a quelle origini del senso per il quale l’essere-nel-mondo rappresenta una fonte di angoscia, invece di «comprendersi» nella coscienza delle cose e degli eventi che cadono in pezzi. Ne consegue che, strategicamente, le circostanze appaiono sempre in forma enormemente condensata, come se ognuna di esse fosse un’eccezione, mentre in realtà compaiono ripetute ed infinite volte nel corso della modernità. Potremmo dire che la forma di spettacolo ha dato al tempo l’ordine di ubbidire, arrestandosi. Tale comando è stato eseguito capovolgendo quello dello Spirito Assoluto, di avanzare.

ISBN: 88-88738-02-9
PAGINE: 168
ANNO: 2003
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Metropoli e spazi urbani, Movimenti
Autore

Gianni-Emilio Simonetti

Gianni-Emilio Simonetti, artista e teorico, tra i pochi esponenti del Situazionismo in Italia, ha fatto parte dell’esprienza artistico/politica di Fluxus, dell’avventura Cramps/Multipla e, nel campo delle culture materiali, ha ideato la rivista «La Gola». È docente presso il Politecnico di Milano.

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