La donna a una dimensione

«Ecco perché questo libro è il benvenuto: perché ti spinge a pensare»

Natalie Hanman – The Guardian

La donna a una dimensione

Dalla donna-oggetto alla donna-merce

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Se guardiamo al ritratto-tipo della femminilità attuale, per una donna l’apice della realizzazione risiederebbe nel possesso di costose borsette, di un vibratore, di un appartamento e di un uomo – senz’altro in quest’ordine. Come siamo arrivati a questo punto? I desideri veicolati dai movimenti di liberazione delle donne del secolo scorso si sono forse realizzati nel paradiso commerciale di vizietti autocompiaciuti, orecchini col coniglietto di Playboy e cerette inguinali?
Che l’apice della supposta emancipazione delle donne possa perfettamente coincidere con il consumismo è un triste indice della miseria politica della nostra epoca. Ma il femminismo contemporaneo, soprattutto nelle sue formulazioni americane, non sembra affatto preoccupato di questa coincidenza, del passaggio dalla donna-oggetto alla donna-merce.
Oggi il «femminismo» sembra essere ovunque: pretesto per vendere qualunque cosa, dai vibratori alle scarpe di lusso fino, ovviamente, alla vendita di sé. Ma com’è possibile che il femminismo sia diventato un discorso egemonico perfettamente integrato alle esigenze del mercato? Come se ne sono impadroniti i vecchi nemici?
Prendendo spunto dal cinema, dalla filosofia, dall’attualità, dalla politica, dalla pornografia e dalle lotte delle donne di ieri e di oggi, il libro mostra che questa nuova forma di «unidimensionalità» non è per le donne necessariamente un destino, e che la battaglia femminista sta davanti a noi e non dietro di noi.


Un assaggio

Prefazione all’edizione italiana

Quando, nel febbraio 2011, un milione di donne sono scese in piazza in oltre duecento città italiane per protestare contro l’immagine offensiva della donna promulgata da Berlusconi, e si sono espresse contro le sue sempre più barocche prodezze sessuali, si ha avuto la sensazione che gli italiani, in particolare le donne italiane, non ne potessero più. Questa Italia, che negli anni Settanta aveva prodotto un femminismo così vitale sia in linea teorica che pratica, stava ritornando sul proprio passato politico, dissotterrando una storia radicale che da qualche anno era stata emarginata da un’intensificarsi sempre più inquietante dello sfruttamento dell’immagine delle donne, a scapito dei loro stessi mezzi di sostentamento. Si parla regolarmente dell’incredibile tasso di disoccupazione femminile in Italia; dell’impressionante e, a quanto pare, crescente divario salariale tra uomo e donna (l’oscuro lato economico della cultura popolare delle veline), e di un clima in cui il valore della donna viene misurato unicamente in base ai criteri più minimali: il corpo, l’aspetto esteriore, l’abilità di rimettersi agli uomini.
Benché la situazione italiana abbia delle somiglianze col contesto britannico – dal quale nel complesso attingo in questa sede –, inizialmente la mia critica era rivolta all’intersezione fra capitalismo consumistico e ideologia del lavoro, e in particolare al modo in cui l’immagine della donna veniva configurata nel mondo del lavoro. Da quando ho scritto il libro, e la crisi economica ha preso piede, è evidente che le donne si sono ritrovate a dover sostenere il peso dei tagli un po’ ovunque nel mondo, ma, allo stesso tempo, che sono state all’avanguardia per quanto riguarda le sue forme di resistenza, le cosiddette misure di austerity. La quanto mai necessaria critica culturale dell’oggettivazione e sessualizzazione della donna, a mio avviso, deve essere sempre interpretata all’interno del contesto economico, e su un terreno che è in continua mobilità. Così, certi contenuti che ho trattato qui potrebbero non essere avvertiti allo stesso modo se trasferiti in ambito italiano; mi auguro che abbiano quantomeno una loro pertinenza.
Allo stesso tempo, alcune analisi teoriche italiane sul lavoro hanno ampiamente influenzato il mio testo: gran parte del discorso sul lavoro affettivo e sul progressivo venir meno di una precisa distinzione del tempo di lavoro, ad esempio, provengono dai dibattiti sull’operaismo e sul post-operaismo. Mi ha particolarmente colpita il lavoro di Cristina Morini, specie il suo saggio La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, nel quale si descrive come le donne stiano diventando «un bacino strategico» per quelle forme del capitalismo che privilegiano un lavoro affettivo, comunicativo ed emotivo, in condizioni di precarietà via via sempre peggiori.
Gli effetti di queste tendenze sono qui descritti su un piano teorico, e tuttavia sono vissuti in maniera del tutto reale dalle lavoratrici, che si sentono sempre più costrette a contrattare e mettere sul mercato qualunque cosa potrebbe tornar loro utile: aspetto, personalità e via dicendo. Poiché nell’era del «curriculum ambulante», come lo chiamo io, è sempre più difficile ritagliarsi qualcosa come una sfera privata, il mio libro, in ultima istanza, vuole essere una critica del lavoro, così come una ricognizione sull’impari combinazione tra emancipazione e oppressione che il lavoro rappresenta per le donne oggi.
Non c’è dubbio che il capitalismo continui a pretendere un osceno sovrapprezzo dalle donne, laddove la sua supposta parità è sempre e solo puramente formale: la separazione fra donna reale e la proiezione consumista della donna ideale è una contraddizione quotidiana che appare piuttosto manifesta in Italia, fattore forse in larga misura dovuto all’egemonia mediatica di Rai e Mediaset. Come pure non c’è dubbio che la discrepanza tra queste due immagini sia presente in quasi tutte quelle economie che necessitano di generare ansie e nuovi desideri al fine di sopportare lo sbalzo tra una crisi e l’altra.
Man mano che la resistenza si diffonde di continente in continente, sembra chiaro che l’Italia sia particolarmente matura per una rivolta, con le donne (quasi il 60% delle quali disoccupate) in prima linea a guidare la protesta, in special modo le giovani donne, cresciute dovendo far fronte alla duplice esigenza di essere attraenti e con un percorso formativo di successo, e che adesso si ritrovano senza alcuna garanzia di impiego. Le insistenti battute sessiste di Berlusconi non sono che il riflesso superficiale di un processo ben più lungo, profondo ed estremamente pericoloso di svalutazione della donna, sia in quanto lavoratrice che in quanto essere umano. Fra le altre cose, quello che le femministe italiane degli anni Settanta reclamavano era un ripensamento del lavoro, del lavoro riproduttivo, del lavoro che la donna svolge senza retribuzione, cosicché gli altri (in genere i mariti) potessero essere sfruttati altrove. Oggi, dobbiamo esigere un ripensamento del lavoro che le donne svolgono sia a casa che sul posto di lavoro, così da proseguire la lotta per un’emancipazione reale, e non per la sua onnipresente ma sempre più fragile illusione «a una dimensione».

ISBN: 978-88-6548-026-7
PAGINE: 96
ANNO: 2011
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Donne e femminismi
Autore

Nina Power

Nina Power
Nina Power è una filosofa, giornalista e scrittrice britannica. Collabora con il quotidiano «The Guardian» ed è autrice di numerosi articoli e interviste ad alcuni dei filosofi più importanti degli ultimi anni.
RASSEGNA STAMPA

Che cos'è liberazione - femminismo e neoliberismo

Recensione di Federica Giardini al libro La donna a una dimensione - da Iaphitalia.org, luglio 2011

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