La guerra dei mondi

«Il terrorismo mondiale spiegato con riflessioni a caldo»

La guerra dei mondi

Scenari d'Occidente dopo le Twin Towers

Aa.Vv.

La guerra dei mondi
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La guerra dei mondi è il titolo celebre di un testo di fantascienza di Wells. Ma oggi è diventato integralmente attuale nel rimandare a quella situazione di squilibrio internazionale, che si è venuta a creare in seguito agli attacchi terroristici negli Stati Uniti, all’attacco bellico diretto contro l’Afghanistan nell’autunno 2001 e al terribile collasso ingenerato dalla guerra e dal finto «dopoguerra» in Iraq. Allo stesso tempo, però, esso vuole ridicolizzare quella sciocca definizione che vuole l’Occidente impegnato in uno scontro di civiltà.
Gli interventi contenuti in questo libro sono delle riflessioni a caldo (dunque necessariamente parziali) su un contesto che anche oggi, molto tempo dopo il settembre 2001, sembra destinato a mutare giorno per giorno. Il crollo della new economy, oltre a quello delle due torri; un sistema di governo internazionale che sembra operare per sistemi di controllo e giurisdizioni di emergenza; una serie di guerre le cui ripercussioni sono lontane dall’apparire chiare; le risorse economiche e strategiche in gioco nell’attuale assetto internazionale; l’integralismo economico (il neoliberismo) e quello islamico; l’identità dell’Occidente e il bioterrorismo. Questi sono gli argomenti con cui si confrontano gli autori del libro, europei e americani accomunati da un’unica preoccupazione: individuare il percorso lungo il quale potrà proseguire quel movimento globale che solo rappresenta, in questo momento, una nuova forma di civiltà.

Interventi di: Jean Baudrillard, Franco Berardi (Bifo), Jeremy Brecher, Ilaria Bussoni, George Caffentzis, Alessandro De Giorgi, Andrea Fumagalli, Augusto Illuminati, Sandro Mezzadra, Matteo Pasquinelli, Fabio Raimondi.


Un assaggio

A partire dal 1998 (dopo il collasso dei prezzi del petrolio in seguito alla crisi finanziaria asiatica) la monarchia saudita decise, per «motivi strategici», di globalizzare economia e società, cominciando dal settore petrolifero. L’industria petrolifera era stata nazionalizzata dal 1975; gli investitori stranieri potevano partecipare solo ad operazioni «finali» come la raffinazione. Ma nel settembre 1998 il principe ereditario Abdullah incontrò a Washington i dirigenti di alcune compagnie petrolifere. Secondo Gawdat Bahget: «Il principe ereditario chiese ai dirigenti delle compagnie petrolifere di sottoporrre a lui personalmente segnalazioni e suggerimenti sul ruolo che le loro compagnie potevano svolgere nell’esplorazione e nello sviluppo dei pozzi petroliferi esistenti e di quelli nuovi». (Bahget 2001, p. 5). «Queste segnalazioni e suggerimenti» vennero poi sottoposti al Supreme Council for Petroleum and Mineral Affairs all’inizio del 2000 (dopo il benestare del principe ereditario) e, dalla metà dello stesso anno, il governo saudita cominciò cautamente a ratificare le prime nuove disposizioni sugli investimenti provenienti dall’estero. Con le nuove disposizioni «si abolivano le esenzioni fiscali temporanee a favore di una cospicua riduzione della tassazione sui profitti esigibile dalle società straniere, avvicinandole ai livelli stabiliti per le compagnie nazionali. Le società interamente di proprietà estera avranno diritto al possesso della terra, a garantire per i propri dipendenti e a beneficiare di concessioni prima accessibili solo alle compagnie saudite» (Bahgat 2001, p. 6). [Nota bene: è ovvio che «il diritto al possesso della terra» sarebbe avvertito come un segnale di pericolo per chiunque sia sensibile al carattere sacro della penisola arabica.] Gli esperti finanziari erano letteralmente sopraffatti dallo sforzo di illustrare la nuova regolamentazione degli investimenti. Uno la descriveva con le seguenti parole, «Incrociate le dita, ma sembrerebbe che l’Arabia Saudita stia lasciandosi alle spalle quasi settant’anni di politica restrittiva, quando non ostile verso l’investimento estero» (MacKinnon 2000). Questa legge ha costituito, in effetti, un accordo simile al Nafta tra la monarchia saudita e le compagnie petrolifere statunitensi ed europee. Allo stesso tempo, mentre si discuteva questa legge, un comitato ministeriale annunciava che nel decennio successivo sarebbero stati stanziati circa 500 miliardi di dollari di nuovi investimenti per trasformare la forma dell’economia nazionale saudita. 100 miliardi erano stati già promessi da compagnie petrolifere estere
Nel maggio del 2001 il primo passo concreto di questo processo intensivo di globalizzazione è stato concluso quando il gruppo Exxon/Mobil e Dutch/Shell insieme ad altre otto compagnie estere (incluse le compagnie statunitensi Conoco e Enron) si sono impegnati in un progetto di sviluppo del gas naturale in Arabia Saudita da 25 miliardi di dollari. I giornali finanziari hanno commentato che l’accordo non sarebbe stato molto vantaggioso in sé, ma che era «parte di una manovra a lungo termine delle compagnie petrolifere, [che] in definitiva vogliono riconquistarsi l’accesso al greggio saudita» («LA Times» 19 maggio 2001)
Così, nell’estate del 2001 la monarchia saudita traeva il dado, quindi dal punto di vista legale, sociale ed economico passava il Rubicone della globalizzazione (ma, senza dubbio, «incrociando le dita»). Si «globalizzava» non perché il suo debito, per quanto grande, fosse ingestibile (come nel caso della maggioranza degli altri paesi che si sono piegati ai dettami globalizzanti del Fmi) ma perché, di fronte a una crescente opposizione, il re e il suo entourage avevano realizzato che solo con il pieno appoggio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea potevano sperare di preservare il loro potere negli anni a venire5. In altre parole, confrontati da problemi sociali rilevanti e da forze insurrezionali interne alla classe dirigente che non poteva affrontare in un conflitto aperto, dal momento che anch’esse si rifacevano all’Islam, il governo saudita sembrava aver deciso che un traino dell’economia avrebbe logorato i pericolosi avversari e avrebbe cementato l’alleanza con gli Stati Uniti e il capitale europeo. La strategia mirava a ridurre l’alto e crescente tasso di disoccupazione tra i giovani, la sua dipendenza dalle esportazioni petrolifere e l’elevata presenza di lavoratori stranieri (nel 1993 c’erano 4.6 milioni di lavoratori stranieri su una popolazione totale di 14.6 milioni; oggi sono circa 6-7 milioni su una popolazione di circa 22-23 milioni) «rimettendo in moto l’economia»6. Ciò richiedeva l’abbandono totale dei metodi clientelari di controllo sociale che la monarchia saudita aveva usato in passato per mantenere la pace sociale, possibili ancora fino a non molto tempo prima, grazie alla sua immensa ricchezza petrolifera. Ma questa ricchezza non è infinita e in effetti era in flessione su base pro capite – per esempio il Pil pro capite è calato da circa 13.000 a 8000 dollari dal 1983 al 1993 e da allora è continuato a calare fino a meno di 7000 nel 1998, un anno molto debole per i prezzi del petrolio [(Cordesman 1997: 64), per i dati del Prodotto interno lordo relativi al 1998 (Anonumous 2000)]. Inevitabilmente questa iniziativa avrebbe avuto un impatto sulle politiche economiche degli altri governi dei paesi produttori di petrolio della regione, specialmente i paesi del Gulf Cooperation Council – Oman, Qatar, Uae, Bahrain e Kuwait (dal saggio di George Caffentzis, «L’Islam, il petrolio e l’11 settembre»).

ISBN: 88-87423-57-1
PAGINE: 228
ANNO: 2002
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Economia e lavoro, Guerra e geopolitica

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