La leggenda del modesto bevitore

Una narrazione fresca e raffinata sulla cultura e il piacere del buon bere

La leggenda del modesto bevitore

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Una narrazione fresca e raffinata sulla cultura e il piacere del buon bere. Palma è un diplomatico di origini contadine. Ed è proprio dai lontani ricordi della sua infanzia trascorsa nell’amatissima campagna molisana che inizia il racconto della sua educazione al gusto del vino «genuino» prodotto nelle cantine dei casali contadini. Segue l’adolescenza, gli studi liceali e universitari a Firenze e le scorribande con gli amici nei colli del Chianti, ma anche il frenetico girovagare per le regioni italiane alla scoperta della incomparabile ricchezza dei loro vitigni autoctoni. È il lento farsi di una cultura materiale che sospinge l’autore verso la critica sempre più marcata ai vini di produzione industriale, e di converso la consapevolezza dell’importanza delle prime pioneristiche esperienze, negli anni Ottanta, di produzioni biologiche e biodinamiche. La carriera diplomatica porta poi Palma a risiedere in diverse latitudini del mondo dove si fa cantore, presso fiere e grandi eventi culturali, del sublime piacere del bere i vini, non solo italiani, la cui produzione si ispira a tecniche naturali, cioè non invasive sia nei vigneti che nelle cantine. Un percorso esistenziale che testimonia il passaggio, via via più attento, dei cambiamenti epocali avvenuti nelle produzione e nel consumo del vino, in Italia e nel mondo.

Nel libro c’è anche dell’altro, naturalmente: il legame tra vino e creazione artistica, per esempio, ma anche un abbozzo di analisi comparativa della civiltà del bere del mondo occidentale e di quella della Cina, che Palma ha avuto il privilegio di avvicinare, con la sua conoscenza della lingua cinese, nei dodici anni in cui ha lavorato e vissuto a Pechino e a Taipei.


Un assaggio

L’iniziazione   Cominciai a bere che ero ancora un ragazzino. Di campagna. Fino allora, oltre alla tazzona di caffè d’orzo o di caffellatte che la mamma mi preparava il mattino prima di andare a scuola, avevo bevuto  solo acqua. Acqua fresca, limpida, decantata, come quella del pozzo dove alle stesse ore del mattino e della sera di torride giornate estive portavo a dissetarsi Palombella e le altre vacche della piccola masseria di mio padre Nicolino. Burbero, mai una carezza, mio padre si lasciò andare quel gior- no a pranzo a una manifestazione di affetto che avrebbe cam- biato per sempre la mia vita e indicato la mia missione: quella di bevitore. «Guarda che bel color rubino, di melograno», mi disse papà nel versarmi  nel bicchiere un dito di vino. «Bevine  solo un goccio, per abituarti pian piano, perché il vino fa bene alla salu- te». La misura suggerita era quella – ragionevole allora per la mia ancora tenera età – di un dito, l’indice  posto orizzontalmen- te alla base del bicchiere. Particolare importante, questo, perché allora esisteva in paese un’altra,  poco ortodossa, unità di misura – l’indice posto verticalmente al bicchiere fino a misurarne l’in- tera altezza – disinvoltamente  adottata e praticata da Don Mo- desto, soprattutto in occasione della benedizione pasquale delle campagne. Il simpatico impostore era un prete del Veneto, di Verona per l’esattezza, la città che con la fiera chiamata Vinitaly sarebbe diventata dopo qualche decennio la vetrina del vino italiano. Don Modesto era approdato parecchi anni prima,  dopo la guerra, e non si sa per quali vie del Signore, in quel paesone agricolo del Basso Molise – dove io sono nato e dove ho vissuto la mia infanzia – il cui nome evocava la foresta nera ed era invece semplicemente  un colle coperto di ulivi: Montenero di Bisaccia. «Solo un dito! Solo un dito!» – si scherniva ad arte Don Modesto. Ricordo di essere stato anch’io testimone oculare sia dell’interpretazione  estensiva  data da Don Modesto all’unità di misura del dito di vino che delle sue conseguenze: la vista offuscata dalle generose bevute offertegli dai contadini cui andava a benedire la casa, la stalla e gli animali, il curato faceva fatica a indovinare la via del ritorno e faceva almeno due volte il giro dell’aia tra le mete di fieno e di paglia prima di indovinare la via dell’uscita! Non che gli fosse d’aiuto Pasquale «lu sacrastan», il cui naso a peperone diventando rosso vermiglio tradiva la sua totale aderenza alla filosofia  del bere del curato. L’unità di misura giusta che avrebbe evitato al prete buontempone e al suo fido sacrestano di scambiare l’aia per un labirinto era quella che mio padre m’indicò quel giorno in cui m’invitò a bere il primo bicchiere di vino della mia vita. Prima di allora avevo solo bevuto il mosto che ogni anno a ottobre sgorgava, torbido ma denso di promesse, dalla cannella della vasca di cemento adibita alla pigiatura dei grappoli d’uva. Dopo aver contribuito, armato di un paio di forbicine, a cogliere i bei grappoli maturi, entravo nella vasca di cemento a piedi nudi per pigiarli insieme ai miei fratelli. Come tutte le famiglie contadine dell’epoca, anche la nostra, infatti, aveva una piccola vigna. Nessun  «Grand Cru», naturalmente. Uve di vitigni diversi, vinificate insieme, davano un vino a metà tra un rosato e un rosso spento, dal gusto indefinito.  E, soprattutto, niente chimica. Il tradizionale  procedimento di bollitura del mosto in quel pentolone di rame localmente chiamato «callara» assicurava un’azione antiossidante, ma insufficiente a stabilizzare il vino, che in qualche annata risultava, diciamolo pure, imbevibile. Prima della mia iniziazione al vino, era però il mosto cotto che faceva felice il mio palato di ragazzino ingordo: una cucchiaiata di mosto dentro una ciotola di candida neve era un dessert contadino da sballo. E che dire dei dolci fatti dalla nonna e dalla mamma utilizzando appunto questo liquido che la bollitura a fuoco lento aveva ridotto a sostanza violacea densa e viscosa! Mio padre non produceva vino cotto, che era invece una specialità del mio unico zio materno, Peppino. La cottura nella callara a fuoco vivo per il tempo necessario a ridurre la quantità di mosto, a volte fino alla metà di quella versata inizialmente, produceva un liquido ad alta concentrazione zuccherina  che, una volta raffreddato, veniva rimboccato in botticelle di rovere per la successiva fermentazione. Per aromatizzare il vino cotto, zio Peppino, al pari di tutti gli altri produttori della zona, aggiungeva mele cotogne al mosto in fase di bollitura. Di questo vino denso e liquoroso, ve n’era sempre un paio di bottiglie nel ripiano più alto della vecchia credenza della mia nonna materna, Felicetta. Per noi bambini scatenati nulla era irraggiungibile quell’ambrosia non fu più un mistero. Peccato fosse troppo forte per il nostro palato ancora delicato, incapace di assorbire l’onda d’urto di quei diciassette o diciotto gradi alcolici!

ISBN: 978-88-6548-126-4
PAGINE: 80
ANNO: 2015
COLLANA: Habitus
TEMA: Cultura materiale
Autore

Mario Palma

(Montenero di Bisaccia, 1955) è ambasciatore italiano in Bangladesh. Entrato nella carriera diplomatica nel 1985, ha vissuto e lavorato in Germania, in Cina, in Giappone, in Turchia e a Taiwan. Il suo primo libro, sulla cultura e il piacere del buon bere, uscito a Taipei in cinese nel 2014, è stato pubblicato in Italia, da DeriveApprodi, con il titolo La leggenda del modesto bevitore (2015). Nel 2018 DeriveApprodi ha pubblicato il suo secondo libro: L'arte che non dorme. Memorie e fantasie di un viaggio infinito.
RASSEGNA STAMPA

Mario Palma a Foodies in Town («Radio Roma Capitale»)

Intervista di Massimiliano Bianconcini a Mario Palma, autore de "La leggenda del modesto bevitore", per «Radio Roma Capitale» – 27 luglio 2015

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