«La lotta è armata»

Ragioni e presupposti della violenza politica

«La lotta è armata»

Sinistra rivoluzionaria e violenza politica in Italia (1969-1972)

Prefazione di Deborah Ardilli

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«La lotta è armata» fu il messaggio diffuso dalla foto della pistola puntata alla tempia dell’ingegnere Macchiarini, della fabbrica milanese Sit-Siemens, nel marzo del 1972. Era il primo sequestro-lampo a opera delle neonate Brigate rosse. Da quella data alla metà degli anni Ottanta una serie di formazioni della sinistra rivoluzionaria sconvolsero con le loro azioni armate il clima politico e sociale del nostro paese.
Quali fattori determinarono una escalation tanto drammatica? Per quali ragioni alcuni gruppi della sinistra extra-parlamentare considerarono persuasiva l’ipotesi della violenza? Perché i progetti di lotta armata si rivelarono tanto seduttivi agli occhi di migliaia di militanti?
Questo libro ricostruisce storicamente i complessi processi che incubarono quel fenomeno a partire dalla nascita, la crescita, la diffusione e l’organizzazione della violenza politica scaturita dal ciclo di lotte sociali del biennio ’68-’69.
Con scrupolo l’autore indaga sulla documentazione teorica e sulla pubblicistica di propaganda, dal 1969 al 1972, di due gruppi della sinistra extra-parlamentare (Lotta continua e Potere operaio) dalle cui fila uscirono centinaia di militanti che poi diedero vita alle organizzazioni armate. Ma un’indagine approfondita è anche rivolta ai due raggruppamenti che per primi proposero nel dibattito politico la problematica della presa del potere tramite l’uso delle armi: i Gruppi di azione partigiana, fondati nel 1969 dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, e il Collettivo politico metropolitano dal quale nacquero le Brigate rosse.


Un assaggio

Dalla prefazione di Deborah Ardilli A questo mondo non c’è altra forza che la forza, ha scritto Simone Weil in pagine giustamente famose. Salvo precisare, e questo invece si tende a dimenticarlo più in fretta, che la forza è fatta per nove decimi di prestigio. Si potrebbe partire da qui per osservare che il lavoro di Gabriele Donato verte, più che sulla forza e sul suo carattere necessitante, sul prestigio accumulato dalla forza agli occhi di quanti, persuasi dell’imminenza di grandi scadenze rivoluzionarie, hanno ritenuto di poterne dominare la capacità offensiva mettendola al servizio della trasformazione della società. Con il che si intende in primo luogo sottolineare un’acquisizione diventata senso comune fra gli addetti ai lavori: e cioè che sia rilevante affrontare il problema storico della violenza politica intrecciando la dimensione simbolica al piano fattuale. Questa coordinata sarebbe insufficiente, tuttavia, se non integrasse anche un’altra posta in gioco, direttamente legata alle modalità di trasmissione e di ricezione dell’oggetto storiografico «anni Settanta». Per un libro che porta il titolo «La lotta è armata» è in effetti abbastanza facile ipotizzare un common reader indotto a interrogarsi, per prima cosa, sulla collocazione dell’autore rispetto al fenomeno in esame. E a ricavare da qui i criteri per un giudizio, magari ingenuamente espresso con un sì o con un no. I più sofisticati tenteranno la deduzione soffermandosi sulla selezione lessicale operata dall’autore: soppesando il maggiore o minore grado di neutralità valutativa sottesa ai termini impiegati per articolare la relazione tra i repertori d’azione riferibili alla categoria «violenza politica» e le scelte strategiche maturate in seno ai gruppi della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta. Altre orecchie, meno attente alle sfumature linguistiche, si tenderanno per udire dalla voce del diretto interessato una risposta secca a domande che, brutalmente ridotte, suonerebbero più o meno così: da che parte sta Donato, quando ricostruisce le ragioni che hanno spinto un settore importante dei militanti delle organizzazioni non terroristiche della sinistra extraparlamentare a legittimare il ricorso alla critica delle armi? Abbraccia o respinge l’etica del combattente di cui, scartata l’ipotesi di poterla lecitamente derivare da premesse ideologiche, studia le condizioni genetiche di possibilità? Indulge o si ritrae, di fronte a quella che ripetutamente descrive come una «tentazione»? […] Intanto, per cominciare con una definizione negativa, non è un saggio sugli anni che si è convenuto definire «di piombo». Quello che qui viene proposto non è, in altre parole, un testo orientato a promuovere il tema della violenza politica a formula riassuntiva dell’intero decennio, o a scorgere nella sua deflagrazione il punto apicale del ciclo di vertenzialità sociale apertosi alla fine degli anni Sessanta. La chiave di volta del libro risiede anzi nel passaggio che consente all’autore di sfidare l’evidenza di una lettura degli eventi che (fatti salvi gli opposti giudizi di valore) ha accomunato schieramenti avversi. Per essere meno elusivi, e dare anche ragione della focalizzazione cronologica sul triennio 1969-72: non si comprende la maniera in cui la violenza armata ha iniziato a legittimarsi come risorsa rivoluzionaria fin tanto che la si legge come sbocco politico di una conflittualità sociale in crescita costante. Le ragioni della lotta armata – questo viene a dirci Donato – non fanno corpo con l’inasprimento della lotta di classe, non traducono in atto stati di decomposizione reale dell’egemonia riformista sul movimento operaio, non preludono allo scontro decisivo. E non si decifrano nemmeno azionando uno schema di comprensione adibito a enfatizzare al massimo la dimensione reattiva della «violenza proletaria» rispetto alle risposte repressive messe in campo dallo Stato negli anni compresi tra la strage di piazza Fontana e l’omicidio del commissario Calabresi. I motivi alla base dell’opzione favorevole alla militarizzazione dello scontro rischiano di appannarsi se non si rileva dal contesto un altro aspetto: la frustrazione innescata dal divario tra le aspettative rivoluzionarie suscitate dall’«autunno caldo» e il ridimensionamento dei livelli di antagonismo favorito dall’imprevista capacità di recupero delle organizzazioni riformiste.

ISBN: 978-88-6548-109-7
PAGINE: 384
ANNO: 2014
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Movimenti, Violenza rivoluzionaria
Autore

Gabriele Donato

Gabriele Donato è Dottore di ricerca in Storia contemporanea e insegnante di Storia e Filosofia. È autore della monografia Sovversivi, dedicata all’antifascismo cospirativo in Friuli tra le due guerre. Si è occupato inoltre del movimento sindacale nel Novecento.
RASSEGNA STAMPA

Nell'Italia anni Settanta le parole erano proiettili. E uccidevano davvero («Il giornale»)

Sul «Giornale» la recensione di Mario Cervi al saggio di Gabriele Donato, “La lotta è armata” – da «Il giornale», 19 novembre 2014

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La lotta è armata» su Sololibri.net

Recensione di Mario Bonanno su Sololibri.net – 26 novembre 2014

 

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Indagine sull'origine degli anni di piombo («La Repubblica»)

Su «Cult» di «Repubblica» la recensione di Silvana Mazzocchi al libro di Gabriele Donato, “La lotta è armata” – da «La Repubblica», 30 novembre 2014

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Oltre la fine dell'innocenza («il manifesto»)

Sul «manifesto» un articolo di Andrea Colombo intorno al libro di Gabriele Donato, “La lotta è armata” – da «il manifesto», 20 dicembre 2014

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L'illusione dell'assalto al cielo («Il manifesto»)

Sul «manifesto» la recensione al libro di Gabriele Donato, “La lotta è armata” – da «il manifesto», 20 dicembre 2014

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Estrema sinistra e violenza («Libera TV»)

Sul sito di «Libera TV» il video della presentazione del libro di Gabriele Donato, “La lotta è armata”, alla libreria Lovat di Trieste – da «Libera TV», 18 gennaio 2015

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Antonio Carioti su La lotta è armata («Il Corriere della Sera»)

Sul «Corriere» la segnalazione del libro “La lotta è armata”, di Gabriele Donato – da «Il Corriere della Sera», 22 gennaio 2015

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Il fascino della violenza plateale («Il Sole 24 ore – Domenica»)

Sul domenicale del «Sole 24 ore» la recensione di David Bidussa a "La lotta è armata", di Gabriele Donato – da «Il sole 24 ore», 26 aprile 2015

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