La radicalità dell’amore

Vediamoci a piazza Taksim stasera, per un caffè e un bacio, cosa c’è di più civile al mondo?

La radicalità dell’amore

Desiderio e rivoluzione

La radicalità dell'amore
€12,75
€15,00
Lista dei desideri

Cosa accadrebbe se andando a spasso per la storia rivoluzionaria del XX secolo, e senza aver paura delle risposte, chiedessimo ai suoi protagonisti – da Che Guevara a Ulrike Meinhof – cosa pensano dell’amore? Nonostante il XX secolo si sia distinto per cambiamenti politici e sociali che non hanno escluso infervorati dibattiti sul ruolo dell’amore, e della libertà sessuale, oggi assistiamo a un’inflazione di pratiche e discorsi legati a sesso e genere ma che poco interpellano il tema dell’amore.
Tornando alla rivoluzione «sessuale» dell’Ottobre russo e alla sua successiva repressione, al dilemma di Guevara tra amore e rivoluzione e al ’68 (dalle comuni alla violenza rivoluzionaria), il filosofo Srecko Horvat fornisce una risposta alla domanda: perché i maggiori rivoluzionari avevano così tanta paura dell’amore? Cosa c’è di così radicale in un concetto dall’aria conservatrice e che per Horvat, invece, non lo è affatto?
Un libro che nelle sue incursioni alla ricerca dei nessi tra amore e rivoluzione nella storia del Novecento, dalla Rivoluzione iraniana ai movimenti contro la guerra in Vietnam, pone oggi l’urgenza di pensare l’amore all’altezza dei desideri di trasformazione. Della vita.


Un assaggio

Preliminari. Innamorarsi, o della Rivoluzione

[…] Per l’amore non c’è cosa peggiore dell’abitudine. L’amore, se davvero di amore si tratta, è una forma di eterno dinamismo; ma è anche, al contempo, fedeltà al primo incontro. È una tensione o, ancora meglio, una sorta di dialettica tra dinamismo (la continua re-invenzione) e fedeltà (a quella fatale e inattesa rottura del mondo). Lo stesso vale per la rivoluzione. Quando la rivoluzione smette di reinventare non solo le relazioni sociali e umane, ma anche i suoi stessi presupposti, in genere finisce per trasformarsi in re-azione, regressione.
Un momento autenticamente rivoluzionario è come l’amore: è una rottura del mondo, del regolare corso degli eventi, solleva la polvere che si sedimenta e impedisce al Nuovo di emergere.

È il momento in cui l’aria si fa densa, eppure respirare non è mai stato così facile. Ma ricordiamo Kierkegaard: quando ci si abitua a sentire cento colpi di cannone, tanto da non udirli più, occorre capire che la rivoluzione è in pericolo e che, dietro ai colpi di cannone, sta in agguato la controrivoluzione. Il momento in cui ci si abitua ai cento colpi di cannone è il momento in cui la verità dell’evento si dissolve. Ecco perché queste classificazioni superficiali – «Primavera araba», «Movimento Occupy», «New Left» –, scaturite dall’insopprimibile impulso umano di alienare le cose attraverso le definizioni, sono pericolosamente fuorvianti e finiscono col tradire l’evento originale: è dal futuro che viene il desiderio, mai dal passato.
Non esiste nessuna Primavera araba. Non esiste nessun Movimento Occupy. Certo, si tratta di eventi che condividono tratti specifici (dalla forma di organizzazione a gran parte degli obiettivi) e attestano una precisa sequenza politica suscettibile di sfociare in straordinari cambiamenti (o di finire in un fiasco totale). Ma stabilire un’equivalenza tra questi fenomeni, ridurli a uno stesso denominatore, significa continuare a esporsi al rischio di cadere nella trappola della semplificazione: definire significa sempre limitare (limes). È innegabile che questi eventi siano connessi tra loro in senso profondo. Ma ognuno di essi, pur essendo parte di una stessa sequenza o di uno stesso schema, porta con sé qualcosa di nuovo.

Per cogliere questo «nuovo», non possiamo affermare che Piazza Syntagma e Puerta del Sol si equivalgono. C’è, lo ripetiamo, uno schema comune. C’è, ovviamente, un contesto storico ben definito (che va dalle rivolte del 2011 ai nuovi partiti di sinistra come Syriza o Podemos) a partire dal quale questi potenziali rivoluzionari si sono sviluppati. Ma si tratta soprattutto di eventi accomunati da qualcosa che è irriducibile a un mero fatto. Irriducibile è il sentimento di presenza che travalica ogni classificazione, ogni definizione. La presenza di ciò che è sommerso, l’essere completamente soli, ma non per questo abbandonati a se stessi, più soli e unici che mai eppure contemporaneamente più che dentro la moltitudine. È questo sentimento che chiamiamo «amore». La rivoluzione è amore, se vuole essere degna del suo nome.

ISBN: 978-88-6548-154-7
PAGINE: 192
ANNO: 2016
COLLANA: OPERAVIVA
TEMA: Affezioni, Filosofia
Autore

Srecko Horvat

Srecko Horvat (1983), filosofo e attivista di origine croata, è autore di saggi e articoli pubblicati sul «New York Times», il «Guardian», il «Paìs». In italiano è disponibile Cosa vuole l’Europa? (2013), scritto con a Slovoj Zizek. Insieme a Yanis Varoufakis, è tra i promotori di DiEM25, il movimento per una democrazia europea lanciato a Berlino nel febbraio 2015.
RASSEGNA STAMPA

Non ci può essere rivoluzione senza amore («Left»)

Su «Left» del 18 giugno 2016 una lunga intervista di Ilaria Bonaccorsi a Srecko Horvat, a proposito di amore e rivoluzione. Si cita anche l'ultimo libro di Horvat "La radicalità dell'amore".

Leggi in PDF

L'amore radicale del filosofo Srecko Horvat («il manifesto»)

Sul «manifesto» la recensione di Benedetto Vecchi al libro "La radicalità dell'amore" di Srecko Horvat – 21 giugno 2016

Vai all'articolo

L'amore ai tempi della rivoluzione («Il Venerdì»)

Sul «Venerdì di Repubblica» la recensione di Valentina Della Seta al libro di Srecko Horvat, "La radicalità dell'amore" – 24 giugno 2016

Leggi in PDF

Eros, l’insidioso tiranno minaccia la Rivoluzione («La Stampa»)

Su «La stampa» la recensione di Massimiliano Panarari a "La radicalità dell'amore", di Srecko Horvat – 5 agosto 2016

  Leggi in PDF