La serva serve

La serva serve

Le nuove forzate del lavoro domestico

La serva serve
€7,90
€9,30
Lista dei desideri

Chi sono le nuove forzate del lavoro domestico? Chi accudisce anziani abbandonati dalle loro famiglie? Chi lava i panni sporchi di casalinghe ossessive? Chi intrattiene bambini viziati che ormai hanno tutto? Sono le colf, le collaboratrici domestiche, le infermiere, le baby sitter emigrate da paesi lontani e giunte in Italia per cercare di entrare nel dorato mondo del lavoro occidentale.
Sono donne straniere, spesso clandestine, che svolgono lavori umili in un ambiente famigliare. Spesso sono laureate, hanno viaggiato, parlano varie lingue. Vengono catapultate nelle grandi città italiane, non per questo meno provinciali, diventando ostaggio delle famiglie per cui lavorano
Le donne immigrate protagoniste di questo libro svelano la frustrazione del loro lavoro, i dolori e le sofferenze che subiscono quotidianamente. Gettano uno sguardo intimo e disincantato sulle famiglie italiane, sui loro “padroni” e ci rendono partecipi di una condizione umana e lavorativa sempre più diffusa.


Un assaggio

Deve essere stato leggendo Raymond Carver che ho cominciato a pensare che non bisognava dimenticare il lavoro faticoso e il modo in cui quegli impieghi usavano le persone per poi metterle da parte, con scarso rispetto per l’energia e la vita che vi avevano profuso. Nel corso di questi anni, infatti, ci siamo soprattutto occupati di lavoro mentale, immateriale, intellettuale, facendo (come è) del lavoratore «della relazione e della tecnologia», una sorta di nuovo paradigma dell’era di accumulazione flessibile. Il libro che avete in mano, invece, parla di colf, di baby sitter, di accompagnatrici di anziani e di immigrati. Ma anche questa è un trasformazione della nostra realtà, anche questo è un nuovo profilo del mondo del lavoro. Così, ho cercato di registrarlo, in perfetto stile con gli obiettivi di questa collana. Inoltre, soprattutto in Italia, il ricorso al lavoro «servile» sta diventando un fenomeno numericamente molto rilevante: arrivano decine di migliaia di migranti, di nazionalità diverse, nella maggior parte dei casi persone con formazione culturale elevata, richiamati dalla crescente domanda di lavoro di servizio, di lavoro di cura, dentro le famiglie italiane. È quello che Gorz chiama «il terziario umile», quello che vende «servizi e cure personali, domestiche, sessuali, al ristretto strato dei padroni e dei salariati ben pagati». Mi è sembrata materia perfetta per un’inchiesta. Inchiesta sui soggetti, inchiesta che parte dai soggetti, autoinchiesta
Ebbene, il materiale raccolto mi consente di dire che, proprio dentro una materia antica come il lavoro servile, di sfruttamento e di abuso della forza lavoro in senso tradizionale, è possibile rintracciare stimoli alla riflessione «nuovi». Cerco di elencarli così come li ho colti io, a mo’ di spunto e uno per volta
Flessibilità: ovvero lavoro nero e variabilità del trattamento. Quando si parla di mansioni servili, il lavoro autonomo di seconda generazione si trasforma nel suo fratello più disperato: la paga in nero è l’esempio più estremo di flessibilità. Non è data alcuna forma di riconoscimento contrattuale, di trattamento, di «esistenza» di un rapporto. Il rapporto si ha solo per negazione. A questa si aggiungono la variabilità di trattamento in termini economici e l’impossibilità di una contrattazione salariale corretta, se teniamo conto dei vincoli di bisogno e delle gerarchie pesantissime a cui è sottoposto. Ci proiettiamo, con ciò, nell’ambito di un neoliberismo «sfenatissimo», bell’esempio di crisi del modello fordista e delle politiche keynesiane. Lavoro nero, poi, all’interno di mansioni fino a ieri improduttive perché «carico genetico» delle donne, dentro le mura domestiche
Autosfruttamento. In questo ambito, più che mai, vale l’idea che «più lavori e più guadagni». La giornata lavorativa di questi uomini e di queste donne non ha, potenzialmente, confini. Questo è vero soprattutto per le persone che lavorano «fisse» in casa. Assume una valenza fortemente simbolica l’impossibilità di avere ambiti di vita propri e distinti rispetto a quelli di lavoro. Il luogo di lavoro (la casa della signora) e il posto dove si vive (la stanzetta, a casa della signora) sono tutt’uno. Il tempo per sé, il tempo di «non lavoro», è rappresentato dalla «mezza giornata libera» (una mezza giornata libera!) che è, comunque, spesso condizionata dai bisogni della famiglia che ti dà lavoro. Assistiamo cioè alla perfetta dissoluzione delle due variabili tempo/spazio, che tanto condiziona l’esperienza del lavoratore postfordista…

ISBN: 88-87423-39-3
PAGINE: 168
ANNO: 2002
COLLANA: Map
TEMA: -
Autore

Cristina Morini

Cristina Morini è giornalista. Ha scritto saggi sulle trasformazioni del lavoro e si occupa delle problematiche legate alle differenze di genere.