La violenza rivoluzionaria

«Nate dal ’68, le lotte armate analizzate in una prospettiva mondiale»

La violenza rivoluzionaria

Le esperienze di lotta armata in Francia, Germania, Giappone, Italia e Stati Uniti

La violenza rivoluzionaria
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Questo libro racconta e analizza gli esiti di quella parte del ’68 che non si è esaurita in una modernizzazione dei costumi e delle istituzioni utile alla continuità di potere nelle democrazie occidentali.
Il ’68 «cattivo», quello minoritario dei «piccoli gruppi radicali ed estremisti», ha continuato la lotta teorizzando e praticando l’uso della violenza come mezzo indispensabile per un cambiamento rivoluzionario.
È in questo contesto che Europa, Stati Uniti e Giappone vedono nascere e poi svilupparsi gruppi come la Frazione dell’armata rossa, Action directe, le Brigate rosse, la Weather Underground Organization, l’Armata rossa giapponese.
Organizzazioni armate che questo libro analizza per la prima volta nelle loro variabili e analogie, attraverso uno sguardo che ne fa un fenomeno di tipo mondiale. Una prospettiva, dunque, che di ogni formazione armata consente di vedere la nascita, la crescita e la diffusione, come la crisi e il definitivo fallimento; le matrici ideologiche, le logiche della clandestinità e le forme di guerriglia…
Un excursus su alcune pagine della nostra storia recente che ci rivela come i cosiddetti «anni di piombo» abbiano coinvolto tutti i principali Paesi dell’Occidente.


Un assaggio

Introduzione

Quarant’anni fa tutti i continenti vengono investiti dalla rivolta, in gran parte sono azioni della gioventù studentesca, a volte di quella operaia. Pur non essendo coordinate e neppure in reciproca relazione, le rivendicazioni convergono in via generale sul sistema universitario e la solidarietà terzomondista, in particolare sulla denuncia della guerra in Vietnam. Nei cortei è il colore rosso a dominare.
In molti paesi il riaccendersi della speranza rivoluzionaria solleva, dunque, il problema della presa del potere attraverso le armi o quantomeno di una resistenza attiva all’eventuale deriva autoritaria dei regimi «borghesi». E porta alla nascita di piccoli gruppi di estrema sinistra dalle influenze eterogenee, che mischiano ovviamente marxismo, in tutte le sue declinazioni ma con una predominanza per il maoismo, e tendenze anarchiche e situazioniste. La maggior parte di questi gruppi si scioglie in un breve lasso di tempo o rimane bloccato allo stato del gruppuscolo verboso essenzialmente preoccupato dall’analisi delle «contraddizioni del sistema» o dalla predizione del crollo imminente del capitalismo. Altri, invece, scelgono subito l’azione, si radicalizzano e prendono la strada della clandestinità e della lotta armata. Le cellule comuniste combattenti in Belgio, il Movimento 17 novembre in Grecia, il Gruppo rivoluzionario antifascista del 1 ottobre in Spagna, l’Angry Brigade britannica sono altrettanti movimenti il cui ricordo non ha resistito a lungo oltre i confini dei rispettivi paesi.
Non si può dire altrettanto dei gruppi presi in esame in quest’opera: le Brigare rosse italiane e la Rote armee fraktion e, su un piano diverso, l’Armata rossa giapponese con la sua fama tanto internazionale quanto locale; in Francia, Action directe, anche se la sua nascita è differita rispetto al ’68; la Weather Underground Organization negli Stati Uniti, che rappresentano in parte la culla della rivolta e, contrariamente a un diffuso luogo comune, hanno conosciuto anch’essi il fenomeno della violenza rivoluzionaria.
Oggi, questi nomi evocano tutt’al più solo un periodo lontano, se non addirittura un’altra epoca. Questo per diverse ragioni. Anzitutto, nella storia di quegli anni ostacoli di carattere disciplinare e storiografico hanno portato a una netta separazione tra il ’68 da un lato e il terrorismo degli anni di piombo dall’altro. Fuori dal loro contesto storico, questi gruppi appaiono strani, se non addirittura patologici, e la loro scelta della violenza sembra un’eresia incomprensibile, per non dire irrazionale. In sostanza, la storia non ama i vinti, a maggior ragione quando costoro hanno assunto atteggiamenti devianti.
Benché sotterrati, quegli anni riaffiorano periodicamente, sempre all’insegna dello scandalo e delle polemiche. Polemiche2 per Nathalie Ménigon*, membro fondatore di Action directe, che ha dovuto presentare numerose domande e passare per diversi procedimenti prima di ottenere, il 19 giugno 2007, un regime di semilibertà, dopo essere diventata emiplegica a seguito di due ictus cerebrali e dopo aver scontato oltre vent’anni di carcere di massima sicurezza; polemiche per Jöelle Aubron, militante di Action directe, che ha dovuto aspettare il giugno del 2004, fine di un contenzioso giudiziario, per ottenere una sospensione della pena per ragioni di salute (è morta il 1 marzo 2006). Quanto agli altri militanti di Action directe, pur avendo terminato di scontare una non riducibile condanna a 18 anni nel 2005, rimangono comunque in prigione. Anche in Germania, la liberazione nel marzo 2007 di Brigitte Mohnhaupt (una dei responsabili della seconda generazione della Raf) dopo 24 anni di reclusione, ha sollevato discussioni, benché meno accese. La questione dell’estradizione dalla Corea del Nord dei membri di una delle armate rosse giapponesi avvelena le relazioni tra Pyongyang e Tokyo, anche se dal 2000 i loro figliocci rientrano progressivamente in Giappone. Infine, in nessun luogo come in Italia l’estinzione del debito politico e storico di quegli anni è altrettanto dolorosa.
Al di là delle detenzioni che ormai sono un numero abbastanza ridotto (in Germania sono ancora in prigione tre militanti della raf, in Italia 66 brigatisti), è sul piano della memoria che infuria la polemica, soprattutto quando sono il ’68 e gli straordinari cambiamenti culturali che ne sono seguiti a essere posti sotto accusa. Nel luglio del 1988, l’ex leader dell’organizzazione della sinistra estraparlamentare Lotta continua Adriano Sofri è accusato da un pentito di essere il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972); da allora sta scontando una pena a 22 anni di carcere, al termine di 12 anni di procedimenti giudiziari. Si è rimproverato a Daniel Cohn-Bendit, oltre alle sue idee dell’epoca in fatto di sessualità, l’amicizia con il militante delle Cellule rivoluzionarie tedesche Hans-Joachim Klein, amicizia che ha portato Cohn-Bendit a nascondere in Francia l’amico dopo che questi aveva abbandonato la lotta armata nel 1977. Nel 2001, durante il processo dello stesso Klein, il Ministro degli Esteri dei verdi Joschka Fischer fu anch’egli raggiunto dal suo passato di militante: alcune fotografie mostrano i due uomini alle prese con la polizia nel 1973 a Francoforte.
Questi anni testimoniano una crisi che non troverà spiegazione fin quando non saranno esaminati all’interno di un dibattito storico. Questo libro si augura di fornire un contributo a tale dibattito, analizzando il ciclo di proteste del ’68 nel suo insieme: dal contesto che in una parte dei giovani ha indotto la sensazione di vivere in un’epoca rivoluzionaria fino alla definitiva smobilitazione, passando per i diversi processi di radicalizzazione che hanno presieduto all’ascesa di alcuni gruppi e per l’analisi dei mutamenti delle loro strategie.

ISBN: 978-88-89969-86-1
PAGINE: 156
ANNO: 2009
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Anni Settanta, Movimenti, Violenza rivoluzionaria
Autore

Isabelle Sommier

Isabelle Sommier è direttrice del Centro di ricerche politiche della Sorbona, a Parigi. È autrice di numerosi saggi sulla storia della violenza rivoluzionaria e sui movimenti antiglobalizzazione.

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