La vivandiera di Montélimar

«Il cibo come strumento di dominio»

La vivandiera di Montélimar

Il secolo delle rivolte logiche e la nascita della cucina moderna nelle memorie di una pétroleuse

La vivandiera di Montélimar
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Un quadro del Seicento napoletano, la rivolta della Comune di Parigi nel 1871 e una scuola di cucina per brave ménagères. Tre fili narrativi annodati da Ginevra, la protagonista di questo libro. Una tela che cela segreti e che forse è il simbolo della modernità, un’insurrezione soffocata nel sangue e conclusa con l’esilio dei suoi protagonisti, una cuoca che ha conosciuto la fame e si trova a nutrire la baldanzosa borghesia parigina.
Ginevra è il fulcro di una narrazione che risale le origini dell’umana cultura alimentare e rivela i tranelli di un’educazione al cibo che è anche strumento di dominazione. Che ripercorre le tappe della formazione del gusto e del senso estetico della modernità. Che rivive i moti e le rivolte del pane nel momento in cui il passaggio al XX secolo sembra consegnarli alla storia.
La «vivandiera» di Montélimar racconta di un presente estetizzante che parla, insieme, la lingua del progresso e della dietetica. Ma è l’emblema di un passato che consuma nella rivolta l’apice del proprio piacere.


Un assaggio

Nella penombra della camera, rischiarata appena dalla fiamma di un caminetto, uno specchio rifletteva la grande tela alle spalle della poltrona, accentuando grottescamente il mistero che animava la singolare rappresentazione, un insieme di rovine immaginarie di un mondo geocentrico. La fiamma della torcia, che la donna vestita di scuro e velata brandiva con la mano destra, sembrava guizzare più luminosa contro il grigio della pietra della grande chiesa barocca. Ginevra ne poteva immaginare lo sguardo, aspro e beffardo, di chi è abituato a convivere con la disperazione. Lo sguardo di chi preferisce la verità all’amore. Aveva fatto pulire il dipinto da un antiquario della rue de la Forge Royale nel faubourg St. Antoine, un lavoro che l’aveva lasciata insoddisfatta, ma che aveva riportato alla luce molti particolari, sepolti dal tempo nella polvere, nella sporcizia e nel grasso delle candele, come l’espressione del viso della donna e i ricami sulla mantella che copriva appena i boccoli, ricaduti ai lati delle orecchie, e lasciava intravedere in basso le tipiche calzature che cucivano i pianellari al Pendino, o le elaborate decorazioni barocche dei capitelli. Lontano, in prospettiva, alcuni armigeri nel buio riposavano appoggiati a delle lunghe picche o accovacciati come arabi per terra, con accanto archibugi e labarde. Il cielo, nuvoloso e minaccioso, si perdeva contro la notte, sbiadendo e lasciando intravedere un edifico che ricordava l’esterno del chiostro di Sant’Agostino alla Zecca. Ginevra aveva conosciuto l’ivresse de la destruction, sapeva che di lì a poco le fiamme avrebbero fatto presa sulle fascine di legna secca appoggiate alle pareti dell’edificio. Che la notte sarebbe stata illuminata dalle alte fiamme che avrebbero divorato la chiesa, in un accorrere di alquazils, le guardie spagnole armate di moschetti, inseguite dagli ordini concitati degli ufficiali, di curiosi vocianti, di vagabondi, di mendicanti strappati ai loro sogni di vinti, di lazzari e scalzoni, di chierici lacrimosi e di prelati oranti. Allungò una mano per servirsi un po’ di vino di Porto in un bicchiere di cristallo sfaccettato, che ne esaltava il colore ambrato e l’aroma. Portò il bicchiere alle labbra e ne bevve un sorso. Aveva tirato le tende, ma sentiva che le prime luci dell’alba stavano cominciando ad illuminare la parte alta della torre di Jean sans Peur, che lei poteva intravedere, di scorcio, incombere sull’antico Hôtel de Bourgogne, qualche vecchia casa più in là della sua, un hôtel del XVII secolo acquistato con molti sacrifici, ma con una facciata e una rampa di scale di sobria bellezza, esaltate dai restauri. Ginevra si strinse nella sua veste da camera color verde smeraldo, rabbrividendo, nonostante il caminetto fosse ancora acceso. Era una reazione che conosceva bene e che l’aiutava a farsi scivolare di dosso quella segreta ossessione che la spingeva ad apprezzare la nuda bellezza delle rovine e a detestare la compostezza opprimente di un mondo ostile. Una reazione a quell’inconfessabile convincimento che la donna rappresentata sulla tela fosse un’altra Ginevra, il suo altro da sé. La sua parte oscura, di cui il vino di Porto allontanava il dolore, ma non il ricordo. Altrimenti non si sarebbe dannata tanto e perfino indebitata per acquistare quella «tela pagana», come era stata definita. Raccolse il libro che aveva lasciato aperto sul basso tavolinetto accanto alla poltrona e suonò perché le preparassero il bagno. Il rumore dei primi carretti di contadini, con il loro carico di frutta, verdura, animali da cortile e botti di vino, stava lentamente crescendo nella strada, mescolandosi agli antichi odori della notte e della pioggia, alle prime grida di donne ed uomini, che cominciavano a popolare la rue Tiquetonne, l’antica rue du Petit-Lion, come si chiamava un tempo. Ancora una volta era arrivato il mattino.

ISBN: 88-88738-52-5
PAGINE: 208 con illustrazioni
ANNO: 2004
COLLANA: Vita Activa
TEMA: Cultura materiale
Autore

Gianni-Emilio Simonetti

Gianni-Emilio Simonetti, artista e teorico, tra i pochi esponenti del Situazionismo in Italia, ha fatto parte dell’esprienza artistico/politica di Fluxus, dell’avventura Cramps/Multipla e, nel campo delle culture materiali, ha ideato la rivista «La Gola». È docente presso il Politecnico di Milano.

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