L’animale pericoloso: natura umana e istituzioni politiche

«La legittimità dello Stato e la natura dell’uomo»

L’animale pericoloso: natura umana e istituzioni politiche

# 4

Bruno Accarino, Luis Bolk, Rossella Bonito Oliva, Felice Cimatti, Massimo De Carolis, François De Saussure, Filippo Del Lucchese, Vittorio Gallese, Daniele Gambarara, Valentina Martina, Marco Mazzeo, Alessandra Pelloni, Francesca Piazza, Helmut Plessner, Massimo Recalcati, Elettra Stimilli,Paolo Virno, Charles T. Wolfe

L'animale pericoloso: natura umana e istituzioni politiche
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Nel pensiero politico moderno, l’appello alla natura umana è stato in genere prerogativa di autori catalogati, più o meno frettolosamente, come «conservatori» o «reazionari». La spiegazione è semplice. È impossibile costruire ipotesi sulle invarianti biologiche della nostra specie, senza scontrarsi con la pericolosità dell’uomo, col «cosiddetto male», con l’eccesso pulsionale e la carenza di inibizioni e limiti istintuali di cui il cannibalismo primitivo è l’illustrazione canonica. Evocare la «natura umana» vuol dire quindi, innanzitutto, esigere che le istituzioni politiche, e in primo luogo lo Stato, si accollino l’onere prioritario di inibire le pulsioni in eccesso, reprimere la pericolosa devianza della specie e imporre l’ordine e la norma per tenere a freno il caos.
È tardi, dopo il secolo dei genocidi, per opporre a questa visione un’illusoria bontà o socievolezza naturale dell’uomo. Ma è anche tardi, nell’epoca del declino inarrestabile della statualità, per compitarne passivamente la lezione. La sezione monografica di questo fascicolo tenta, invece, di valutare se il quadro antropologico tracciato un tempo per legittimare la sovranità statale non possa essere approfondito e riscritto in una logica diametralmente opposta, per aprire la strada a forme di istituzione politica di tipo post-statuale; se la pericolosità naturale della moltitudine – vera: non illusoria né ideologica – non abbia trovato, in fondo, proprio nello Stato il suo segreto catalizzatore, e se non siano tutt’altre le modalità realmente in grado di tradurre questa potenza negativa in una capacità potenziale di dare forma alla vita.


Un assaggio

Secondo un luogo comune che ha il sapore stantìo dell’accademia, il vero sapere – che sia filosofico o scientifico – non dovrebbe rivolgersi, a rigore, che a leggi universali e verità eterne. La vasta regione dell’attualità, di ciò che è vero ora e ora soltanto, andrebbe invece estromessa dalla cittadella del sapere e affidata alle cure più duttili e spregiudicate dell’opinionismo. È probabile che già nella cultura classica questa presunta distinzione di principio tra l’effimero e l’eterno fosse regolarmente contraddetta, nei fatti, dalle pratiche conoscitive più significative. È certo, in ogni caso, che pochi sono i pregiudizi che, in età moderna, hanno subito una più sistematica demolizione, tanto nelle scienze quanto in filosofia. A partire da Darwin fino alle attuali teorie della complessità, la mutazione, l’accidentale e il contingente si sono imposti, al centro del sapere scientifico, come il vero motore segreto della regolarità e dell’ordine. E in parallelo, a partire dalla concezione kantiana dei “segni storici” fino all'”ontologia del presente” di Foucault, la filosofia moderna ha eletto a proprio tema basilare non l’opposizione, ma il cortocircuito tra l’effimero e l’eterno, l’ontico e l’ontologico, il singolo evento presente, immerso nel fiume della storia, e le condizioni logiche e biologiche che di quel fiume tracciano l’alveo e ne schiudono, fin da principio, la possibilità. Fin dal suo primo numero, “Forme di vita” si è collocata programmaticamente in questa scia. La questione della natura umana, che di quel numero costituiva il tema monografico, non era certo sollevata per circoscrivere un nocciolo duro dell’antropologia, sottratto alla storicità e alla contingenza. L’ipotesi di fondo, al contrario, era che le invarianti biologiche della specie umana, anziché limitarsi a tracciare la cornice immutabile del corso della storia, siano divenute oggi il bersaglio principale della manipolazione tecnica e la vera posta in palio dei conflitti biopolitici. Se questo è vero, non è possibile affrontare i problemi storicamente decisivi del presente senza riflettere, con gli strumenti della scienza e del pensiero critico, sulle facoltà basilari che definiscono l’umanità dell’uomo, a cominciare dal linguaggio e dalla prassi. Propriamente è stata quindi l’attualità, fin da principio, il vero campo d’indagine della rivista, sempre che il termine sia preso nell’accezione che, da Hegel in poi, si è imposta nella letteratura filosofica, per indicare appunto l’intreccio, non privo di contraddizioni e paradossi, tra la contingenza storica e le sue condizioni di possibilità. Fin da principio, però, ci è sembrato che per cogliere l’attualità in questo senso speculativo, bisognasse far tutto fuorché rincorrere le novità della cronaca. Non ci ha convinto la strategia più in voga tra i filosofi accademici, che oggi vestono volentieri i panni un tempo disprezzati dell’opinionismo e commentano con tono scanzonato e un po’ saccente ogni piccola novità che tenga banco per un quarto d’ora sul mercato mediatico. Riteniamo, al contrario, che per cogliere in tempo reale l’attualità del presente, si debba far ricorso a tutto il rigore di una ricerca teorica, senza concessioni sull’apparente astrattezza degli interrogativi e dei metodi. Si direbbe, ora, che i temi discussi in questo numero rappresentino la puntuale conferma di quest’orientamento. Si tratta infatti di problemi emersi coerentemente nel lavoro interno della redazione, evoluzione logica della linea di ricerca della rivista, sviluppati senza alcuna particolare attenzione alla cronaca. Eppure, sembra che la cronaca abbia voluto interferire col lavoro di ricerca, modellandosi sulla sua falsariga per offrirne, se non una conferma, quanto meno un’impressionante illustrazione. Vediamo come (dall’editoriale di Massimo de Carolis: Ontologia dell’attualità).

ISBN: 978-88-88738-83-3
PAGINE:
ANNO: 2005
COLLANA: -
TEMA: Antropologia ed etnografia, Filosofia

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