L’arte che non dorme

«Un volo radente velocissimo e travolgente.
Un viaggio infinito nel mondo dell’arte»

L’arte che non dorme

Memorie e fantasie di un viaggio infinito

L’arte che non dorme
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L’intrigante titolo di questo secondo libro di Mario Palma non cela un saggio accademico di critica d’arte. Tutt’altro. È la narrazione, curiosa e avvincente, delle emozioni e riflessioni che tante inedite espressioni di creatività umana hanno provocato nel cuore e nella mente dell’autore. Innanzitutto, l’arte è per Palma – diplomatico di origini contadine che fin da ragazzo ha avvertito l’urgenza di spingere lo sguardo oltre il familiare orizzonte delle colline del suo Molise – godimento estetico e strumento privilegiato di conoscenza del mondo e dell’altro. Ma è l’arte «che non dorme», o meglio quella, per usare le parole di Emilio Isgrò, che ha la «nobile missione di risvegliare il mondo che dorme», a galvanizzarlo. Quella per l’arte così declinata è, infatti, la sua passione. Ed è appunto la passione, e la conseguente irruenza, a guidare la sua penna, dalla quale la scrittura sembra uscire immediata e spontanea, ma nello stesso tempo temperata, perché colta e raffinata. Le due cose stanno miracolosamente insieme determinando, come si dice, uno stile. E, nel caso, lo stile è del tutto originale. Perché scanzonato, spumeggiante, vorticoso, provocatorio, irrituale. Un volo radente velocissimo e travolgente su una elencazione ininterrotta di emozioni visive. Un viaggio infinito. Un trip, avremmo detto una volta.


Un assaggio

Quello della conoscenza è uno spazio aperto che la dimensione del viaggio e della migrazione ci aiuta ad attraversare e ad abitare. Ed è proprio l’arte ad aprirci spesso orizzonti inediti o a spingerci a gettare uno sguardo critico sul mondo e su noi stessi. Il viaggio – sia esso fisico o interiore o tutti e due insieme – mette in moto un processo di centrifuga che prosciuga il mare di pregiudizi sull’altro che sommerge il nostro io e la nostra cultura di riferimento avvicinandoci a quell’utopia di una sola terra e una sola umanità che a volte smette di essere chimera e si fa realtà. Ecco allora la vecchia metafora del radicamento e dello sradicamento legata alla visione dell’uomo come albero, già rigettata tanti secoli fa da Plutarco («l’uomo non è una pianta fatta per rimanere immobile con le sue radici fissate al suolo dove è nata») diventare definitivamente obsoleta e cedere il posto a nuove metafore. Come quella, tutta personale, costruita sulla rappresentazione dell’albero cosmico invertito trasmessa, tra gli altri, dal testo sacro indù Bhagavad Gita: in giro per il mondo, a contatto con ambienti culturali diversi dal nostro, le radici aeree del nostro mobilissimo albero capovolto ci consentono sia di captarne, come se fossero delle potenti antenne, quegli elementi che confermano l’universalità della nostra cultura di origine, sia di assorbirne quegli elementi specifici che riconosciamo essere comunque un’ulteriore, positiva espressione dell’universale e che volentieri incorporiamo. Sono, questi elementi specifici delle altre culture che accogliamo, frammenti nuovi che si aggiungono a quell’agglomerato che si è andato via via formando attorno alla nostra identità originaria senza necessariamente modificarla da cima a fondo.
E così, dopo tanto peregrinare, sono ancora il ragazzo incantato dai tramonti dorati che delineano la sagoma della Maiella. Tuttavia, quella bella cresta dentata il lungo soggiorno in Cina (ben dodici anni tra Cina continentale e Taiwan) me la fa ormai apparire come un gigantesco posa-pennelli in ceramica, di quelli usati nella calligrafia e nella pittura tradizionale cinese. È un panorama, quello dell’infanzia, che torno volentieri ad ammirare tutte le volte che posso. E mi è capitato di farlo anche sotto le spoglie di Ma Zhongyi, identità dilatata di chi scrive svelatasi lungo un percorso che l’ha portato in cerca di ascesi sulle cinque montagne sacre della Cina e poi, attraversato lo Stretto di Taiwan, sulla Montagna di Giada prima di arrestarsi, oniricamente e con timore reverenziale, alle pendici della Montagna dell’Anima di Gao Xingjian.

ISBN: 978-88-6548-249-0
PAGINE: 160 PP. + inserto a color
ANNO: 2018
COLLANA: Narrativa
TEMA: Arte, Immaginari
Autore

Mario Palma

(Montenero di Bisaccia, 1955) è ambasciatore italiano in Bangladesh. Entrato nella carriera diplomatica nel 1985, ha vissuto e lavorato in Germania, in Cina, in Giappone, in Turchia e a Taiwan. Il suo primo libro, sulla cultura e il piacere del buon bere, uscito a Taipei in cinese nel 2014, è stato pubblicato in Italia, da DeriveApprodi, con il titolo La leggenda del modesto bevitore (2015). Nel 2018 DeriveApprodi ha pubblicato il suo secondo libro: L'arte che non dorme. Memorie e fantasie di un viaggio infinito.

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