Lavoro migrante

«Le trasformazioni del lavoro precario oggi si intrecciano con le problematiche delle migrazioni»

Lavoro migrante

Esperienza e prospettiva

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Negli ultimi decenni il lavoro dei migranti è divenuto un asse portante della produzione sociale. Parlare di lavoro migrante non significa tuttavia riferirsi unicamente al lavoro dei migranti, ma più in generale a tutto il lavoro contemporaneo nel suo divenire flessibile e precario, e insieme mobile e refrattario a farsi rinchiudere entro limiti e confini, siano essi quelli nazionali o della fabbrica. Il lavoro migrante anticipa così le trasformazioni del mercato del lavoro e le modalità con cui il lavoro nel suo complesso viene oggi erogato.
Esso non rappresenta solo l’insieme delle occupazioni di uno strato determinato di forza-lavoro, ma il segno inequivocabile di una trasformazione ben più profonda della soggettività politica della classe operaia.
Il lavoro di inchiesta svolto in diverse aree italiane (dal Veneto alla Lombardia, dall’Emilia alla Campania, dal Piemonte alla Sicilia), dando voce ai migranti occupati nell’industria, nelle cooperative e nella «fabbrica verde», mette in evidenza la molteplicità di percorsi, di aspettative e di potenzialità espressi oggi da donne e uomini che stanno trasformando la loro e la nostra esistenza.
Interventi di: Vito Aita, Maurizio Avola, Paolo Benvegnù, Saïd Bouamam, Alfonso De Vito, Sara Giorlando, Gruppo ricerca lavoro migrante di Torino, Serhat Karakayah, Libera Università Contropiani, Felice Mometti, Emilio Quadrelli, Fabio Raimondi, Maurizio Ricciardi, Daniela Ruffini, Tavolo migranti dei social forum del vicentino, Vassilis Tsianos.


Un assaggio

Abbiamo cominciato a parlare di lavoro migrante nel 1999, in occasione della guerra della Nato contro la Serbia. Allora, una vasta e composita area, che si opponeva alla guerra, assunse e propose al movimento la parola d’ordine della centralità politica del lavoro migrante. Lo scontro militare, la pulizia etnica, gli stupri di massa, la riaffermazione delle appartenenze etniche o ideologiche stavano generando un nuovo scenario, nel quale guerra e dopoguerra si sovrapponevano in continuazione rendendo impossibile distinguerli con chiarezza. Democrazie e dittature, con comuni coloriture nazionalistiche e patriarcali, sembravano essere d’accordo sul fatto che si dovesse negare a migliaia di donne e di uomini la libertà di cercare i modi e i luoghi per costruirsi un’esistenza senza carità, senza vergogna e senza privazioni. L’Europa dei confini e delle gerarchie (di cui facevano parte le socialdemocrazie allora al governo), le lobbies statunitensi, i dittatori locali e i guardiani delle tradizioni morali e religiose trovavano su questo il loro inconfessabile accordo: dopo aver smembrato la Jugoslavia, bisognava distruggere la Serbia, il sedicesimo paese più industrializzato del mondo. L’effetto dell’«intervento umanitario» è stato la «liberazione» di un’enorme quantità di forza-lavoro, spesso altamente qualificata, che si sarebbe necessariamente riversata sui mercati europei, trasformandone in profondità la composizione
Non si trattava solamente di nuove braccia e di cervelli freschi, che avrebbero consentito di abbassare ulteriormente il livello dei salari, ma dell’occasione più generale, attesa e favorita, per portare fino in fondo l’attacco alle condizioni materiali e giuridiche del lavoro e a quanto rimaneva delle tradizionali forme di organizzazione del movimento operaio. Diventa infatti chiaro, in quell’occasione, che l’afflusso massiccio di migranti provenienti dall’Europa dell’Est avrebbe modificato radicalmente le modalità di erogazione del lavoro nel suo complesso. Esso interferiva innanzitutto con la dinamica migratoria che caratterizzava allora l’Italia, spostando il baricentro dei flussi verso Est, istituendo così una sorta di concorrenza tra braccia europee e braccia del Sud del mondo che, almeno in alcune zone del paese, si risolse a favore delle prime; in secondo luogo, questo flusso impattava con le condizioni lavorative degli italiani nelle fabbriche, nelle campagne e perfino nei servizi. Il carattere di massa che il fenomeno migratorio stava assumendo avrebbe impedito, inoltre, di continuare a pensare le forme di organizzazione e di scontro in termini nazionali, come era avvenuto finora. E ciò, proprio a causa delle generali condizioni d’incertezza, instabilità e mobilità, slegate da riferimenti nazionali, nelle quali si produceva, avrebbe finito per mettere a nudo l’impossibilità di tener fermo il quadro generale di garanzia giuridica del lavoro (dall’Introduzione).

ISBN: 88-88738-33-9
PAGINE: 144
ANNO: 2004
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: Debito e crisi, Economia e lavoro, Migranti e pensiero post-coloniale
Autore

Maurizio Ricciardi

Professore di storia delle dottrine politiche a Bologna. Ha pubblicato La società come ordine. Storia e teoria politica dei concetti sociali, Eum, Macerata 2010; tra gli altri ha curato L'Occidente sull'Atlantico, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2006, con R. Gherardi, Lo Stato globale, CLUEB, Bologna 2009 e con S. Mezzadra Movimenti indisciplinati. Migrazioni, migranti e discipline scientifiche, ombre corte, Verona 2013.

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