Le promesse dei mostri

La natura ibrida del mondo a venire

Le promesse dei mostri

Una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata

Le promesse dei mostri
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«La natura non è un luogo fisico in cui recarsi, non è un tesoro da custodire o conservare in banca, non è un’essenza da proteggere. La natura non è un testo da decifrarsi in base ai codici della matematica o della biomedicina. Non è l’alterità che offre origine, materie prime e servizi. Né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. La natura è, strettamente, un luogo comune». Così esordisce Donna Haraway, tra le principali esponenti del pensiero ecologico e femminista contemporaneo, in questo pamphlet illuminante sulla nostra condizione di umani, specie devastatrice che ancora non ha imparato a convivere con il resto del vivente senza danneggiarlo. Perché ciò che sembriamo dare per scontato – l’idea o l’esistenza di una natura – in realtà non lo è affatto. La natura è in tutto e per tutto un artificio umano: l’idea attraverso la quale gli umani pensano loro stessi e l’insieme delle relazioni con ciò che esiste. Fare una critica di questo artificio significa immaginare che altri artifici sono possibili, a partire dai quali entità biologiche e tecnologiche in continua trasformazione troveranno uno spazio di coesistenza su questo pianeta.


Un assaggio

Il quadrato cyborg: attraversando l’artefattualismo verso l’altrove

Adesso è tempo di viaggiare alla volta dei paesaggi mentali e terreni menzionati all’inizio del saggio, in compagnia di un particolare gruppo di soggettività mutanti, le/i cyborg per la sopravvivenza terrestre44. Per passare attraverso l’artefattualismo e sbucare altrove potrebbe esserci d’aiuto una piccola macchina da viaggio che funzioni anche come una mappa.
Per questo il resto de Le promesse dei mostri farà affidamento su un dispositivo artificiale che genera significanti (e un certo rumore di fondo): il noto quadrato semiotico di a. J. Greimas.
Le regioni mappate da questa macchina-strutturalista-rumorosa-genera-significati, non potranno mai venir confuse con i domini trascendentali della natura e della società. in sintonia con Bruno Latour, userò il mio motore strutturalista per fini amoderni: questa non è la storiella dello sviluppo razionale della scienza che pazientemente ci svela le fondamenta della natura, in potenziale alleanza con le politiche progressiste. Non si tratta neppure di una dimostrazione della costruzione sociale della scienza e della natura che collocherebbe tutta la capacità di agire e decidere esclusivamente dalla parte dell’umanità. Il moderno, del resto, non sarà scavalcato o permeato dal postmoderno, perché credere nel moderno è stato un errore in sé. Al contrario, l’amoderno si riferisce a una prospettiva della storia della scienza come cultura che insiste sull’assenza di momenti di inizio, illuminazione e fine: il mondo è sempre nel mezzo delle cose, impegnato in una conversazione turbolenta e concreta, saturo di azione e strutturato da un’impressionante varietà di attanti e collettività diverse e cooperanti. La tanto criticata incapacità dei dispositivi strutturalisti di offrire una narrazione della storia diacronica, del progresso nel tempo, sarà la migliore virtù del mio quadrato semiotico. La mia storia amoderna ha una forma geometrica diversa, non quella del progresso bensì quella dell’interazione permanente e pluri-informata, la sua materia è la stessa che costruisce le vite e il mondo, le/gli umane/i e le/gli nonumane/i. il pellegrinaggio di cristiano sta per prendere una svolta mostruosa. Mi piacciono le mie tecnologie analitiche, sono compagne insubordinate nella costruzione di discorso, delegate che hanno cominciato ad agire in autonomia, a fare un sacco di rumore di modo che io non dimentichi tutti i circuiti delle competenze, le conversazioni ereditate e le coalizioni di attrici/ori umane/i e non-umane/i che si incontrano in una qualsiasi escursione semiotica. Il quadrato semiotico, così malleabile e sottile nelle mani di un Fredric Jameson, sarà qui relativamente più rigido e letterale (Greimas, 1966; Jameson,1972). ciò al fine di conservare i quattro spazi di separazione differenziale e relazionale, mentre esploro in che modo all’interno di essi si verificano lotte locali/globali che hanno come terreno di scontro i significati e le incarnazioni della natura. Simile a uno scherzo sulle «strutture elementari della significazione» (Garantito. Puro.), in questo saggio il quadrato semiotico consente nondimeno la formazione di un contestabile mondo collettivo oltre le strutture della differenza. Le quattro regioni attraverso le quali ci muoveremo sono: a, lo spazio reale o la terra; B, l’altro spazio o l’extraterrestre; non-B, lo spazio interno del corpo; infine, non-a, lo spazio Virtuale o il mondo della Fantascienza, all’angolo tra i lati del simbolico, dell’immaginario e del reale. In modo abbastanza non convenzionale, ci muoveremo nel quadrato in senso orario per analizzare il tipo di figure che popolano questo esercizio di studi della scienza  declinati come studi culturali. in ciascuno dei primi tre quadranti, inizierò da una figura popolare di natura e scienza che a prima vista può apparire convincente e amichevole, ma che presto si rivela segno di profonde strutture di dominazione. Quindi passerò a un’immagine differenziale/opposta e alla pratica che potrebbe promettere qualcosa di diverso. Nel quadrante finale, nello spazio virtuale alla fine del viaggio, incontreremo un’inquietante figura guida che promette informazioni sulle creazioni psichiche, storiche e corporee che provengono, forse, da processi semiotici diversi da quello psicoanalitico nelle sue vesti moderne e postmoderne. Guidate dal racconto di John Varley (1986), tutto ciò che dovremo fare per seguire questa inquietante, amoderna Beatrice sarà premere Enter. il suo compito sarà quello di avviarci alla neonatologia dell’alterità inappropriata/bile. Lo scopo del viaggio è mostrare – in tutti i quadranti e nel passaggio attraverso la macchina che li genera – i mutamenti di metafore e confini alla base di un sapere e una politica della speranza per questi tempi mostruosi. i piaceri qui promessi non sono quelli fantasmatici-maschilisti-libertari della pratica, regressiva all’infinito, della violazione dei confini e del brivido (frisson) di fratellanza che l’accompagna, il solo piacere promesso è quello connesso alla rigenerazione possibile in zone di confine meno mortali e cancerogene. Senza origini radicate e senza i tropi della storia illuminista e progressista, come potremmo tracciare le mappe delle possibilità semiotiche che si aprono per altre divinità topiche, per altri luoghi comuni?

ISBN: 978-88-6548-280-3
PAGINE: 176
ANNO: 2019
COLLANA: Habitus
TEMA: Ambiente, Donne e femminismi, Immaginari
Autore

Donna Haraway

professoressa emerita presso l’università di California a Santa Cruz, è tra le principali protagoniste del pensiero contemporaneo. Femminista, filosofa della scienza ed ecologista, tra i suoi libri disponibili in lingua italiana: Manifesto Cyborg (1995), Testimone_modesta@FemaleMan_incontra_OncoTopo (2001) e Cthulhucene (2019).
RASSEGNA STAMPA

«Le promesse dei mostri» su @DinamoPress

Qui la recensione di Federica Timeto.

«Le promesse dei mostri» su @il manifesto

Qui e qui la recensione di Benedetto Vecchi.

«Le promesse dei mostri» su @IAPH Italia

Qui la recensione di Isabella Pinto.

«Le promesse dei mostri» su @Artwave

Qui la recensione di Cristina Cassese.

«Le promesse dei mostri» su @Vanity Fair

Qui la segnalazione di Laura Pezzino.

«Le promesse dei mostri» su @Quaderni d'altri tempi

Qui la recensione di Roberto Paura.

«Le promesse dei mostri» su @L'Indiscreto

Qui un estratto del volume di Donna Haraway.

«Le promesse dei mostri» su @PULP Libri

Qui la recensione di Fabio Malagnini.

«Le promesse dei mostri» su @Philosophy Kitchen

Qui la recensione del volume di Donna Haraway.

«Le promesse dei mostri» su @Effimera

Qui la recensione di Cristina Morini.

«Le promesse dei mostri» su @OperaViva Magazine

Qui la recensione di Mariano Croce.

«Le promesse dei mostri» su @Leggere Donna

Qui la recensione di Sofia Govoni


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