Lessico del razzismo democratico

«la pura violenza razzista contro cose e persone»

Lessico del razzismo democratico

Le parole che escludono

Lessico del razzismo democratico
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Nel nostro Paese il sentimento razzista si esprime ormai in espliciti e reiterati gesti di pura violenza da parte di singoli e gruppi contro cose e persone. Questi gesti sono stati preceduti dal lento covare di un silenzioso rancore. Ma col tempo, il silenzio è esploso in un liberatorio vociare di gruppi che hanno coinvolto intere comunità. Il lento lavorio delle parole razziste e la loro messa in comunicazione, non solo nei grandi circuiti dei media, ma soprattutto in quelli del minuto transito quotidiano di massa (i bar, i mezzi pubblici di trasporto ecc.), crea i presupposti delle pratiche razziste. Ma la tesi di questo libro è molto più radicale e scandalosa. Accanto a un linguaggio razzista ignorante, esplicitamente sguaiato e volgare, ve ne è un altro più pericoloso ed efficace, quello colto e raffinato proprio di quegli intellettuali che fanno sfoggio di convinta democraticità. Nella loro produzione di linguaggio sono innestati i germi di un sottile razzismo che si insinua nel comune pensare e parlare della «gente comune». Questo è, per l’autore, l’operare del «razzismo dei colti». Ed è proprio da lì che si origina il senso e l’opinione che poi diventa convinzione assoluta di massa perché ammantata di una presunta oggettività, dei cosiddetti «dati di fatto».
L’autore, spaziando tra diverse discipline del sapere (sociologia, demografia, pedagogia e criminologia), passa impietosamente al setaccio proprio le strategie linguistiche e le retoriche utilizzate dai cosiddetti intellettuali democratici, estrapolando da esse, a mo’ di esempio, una serie di termini razzisti divenuti d’uso disinvolto e abituale nella discussione sui problemi dell’immigrazione. Come a dire che tra politici, giornalisti, ricercatori sociali, si è costruito lo straniero come pericolo pubblico, grazie a stereotipi gabellati come «dati di fatto» e sondaggi d’opinione guidati da formulazioni grottesche, adoperati come statistiche. Così, i luoghi comuni sono diventati fatti sociali, e addirittura categorie di analisi. È in questo modo che la diceria ha espulso la considerazione razionale dei fenomeni capace di orientarci verso una loro pacifica e quindi positiva soluzione.


Un assaggio

Essere L’anno scorso, prima di conoscere Giuseppe Faso, o subito dopo, adesso non mi ricordo, sono andato a Napoli a lavorare in teatro, a fare l’attore, una cosa stranissima, per me, recitare, non leggere, a me piace molto leggere. Avevo scritto un testo teatrale, l’avevo scritto io, dove c’era una parte, che era la mia, di uno che doveva solo leggere, era un conferenziere. Mi sembrava una soluzione, non so come dire, ideale, solo che poi ho scoperto che al regista non sembrava la soluzione ideale, e che per lui la soluzione ideale era che, nei limiti delle mie capacità, recitassi, oltre che leggere. E mi ha convinto, e mi ha messo su un ruolo dove facevo tre cose, semplici, ma le facevo, e non mi vergognavo neanche tanto, dopo le prime tre o quattro repliche. E questo ha comportato delle conseguenze, soprattutto il fatto che ho imparato delle cose, come camminare, su un palcoscenico, che non è facile, provate, se credete che sia facile, e come riconoscere i miei gesti parassiti, se si chiaman così, cioè quei gesti che uno fa senza rendersene conto, quei gesti che abitano in lui senza che lui lo voglia. Io adesso ne ho due, perlomeno. Quando ero grasso, ne avevo anche un altro, che era tirarmi giù il maglione sulla pancia, continuamente. Ma non importa. La prima volta che sono andato in Russia, nel 1991, io il russo non l’avevo mai parlato, con dei russi, l’avevo solo studiato sulle grammatiche e su qualche testo classico, come la Donna di picche, di Puskin, che era il testo da preparare per la prova finale del primo anno e il cui inizio, Odna dy igrali v karty u konnogvardejca Narumova, Dolgaja zimnjaja no’ prosla nezametno eccetera eccetera, lo sapevo a memoria. E a memoria sapevo dei pezzi interi, per esempio quello in cui si diceva che Saint Germain mog raspolagat’ bol’simi den’gami, poteva disporre di forti somme di denaro. Allora quando, quel primo anno in Russia, dovevo dire a qualche russo che non avevo di soldi, io gli dicevo Ja ne raspolagaju bol’?imi den’gami. Loro mi guardavano come per dire Ma come cazzo parli? Ma non ero io che parlavo così, era quell’espressione lì che viveva in me senza che me ne accorgessi. Questo fatto, delle parole parassite, che con una lingua straniera dopo un po’ è un fatto abbastanza evidente, con l’italiano è un fatto difficile da capire. Ecco questo libro, è un libro pieno di parassiti. Io, dopo che ho letto questo libro, delle volte mi scappa ancora di dire, per esempio, di un immigrato, che è un extracomunitario, ma appena lo dico penso Ma che cazzo dici? A dir la verità, dopo che ho conosciuto Giuseppe Faso, e dopo una conversazione che abbiamo avuto sul portone di casa sua, dove lui mi aveva accompagnato e mi aveva fatto compagnia molto gentilmente intanto che fumavo una sigaretta, dopo quella conversazione lì anche quando uso il verbo essere, magari mi scappa ancora di dire Io sono, ma subito dopo mi viene da chiedermi Ma chi cazzo vuoi essere? Però, insomma, quello che volevo dire, è che questo libro, se uno lo legge, cambia il suo modo di parlare. Paolo Nori 25 febbraio 2008

ISBN: 978-88-89969-47-2
PAGINE: 144
ANNO: 2010
COLLANA: Narrativa
TEMA: Razzismo
Autore

Giuseppe Faso

Giuseppe Faso è nato nel 1947, in Puglia. Ha abitato in Sicilia e studiato a Milano; è poi vissuto a Venezia, a Bolzano e dal 1980 in Toscana. Ha insegnato nei licei. Nel 1989 ha iniziato un’attività di volontariato in «Africa insieme». Nel 1993 ha collaborato alla Carta d’intenti dei Comuni Toscani sulle politiche migratorie, nel 1995 è stato tra i fondatori della Rete Antirazzista. Si occupa soprattutto di accoglienza dei bambini non italofoni nelle scuole e dirige il Centro Interculturale Empolese-Valdelsa.

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