L’ultimo sparo

«Un racconto sulle ragioni e le suggestioni della lotta armata»

L’ultimo sparo

Un «delinquente comune» nella guerriglia italiana

L'ultimo sparo
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L’ultimo sparo, romanzo largamente autobiografico di Cesare Battisti, è la storia di un gruppo di militanti rivoluzionari dei cosiddetti «anni di piombo»; è la metafora del destino di un pezzo di generazione inghiottita dal fuoco della lotta armata. La deriva ineluttabile verso uno scontro campale che nessuno si sente di affrontare, e a cui nessuno, contraddittoriamente, è disposto a sottrarsi. Una guerra perduta in partenza, ma che alla fine si ritiene valga la pena di essere combattuta.
Una narrazione scarna, aspra e tagliente, priva di retorica e di ideologismi giustificatori, giocata su un ritmo incalzante e avvincente. Una spirale di gesti disperati e risolti in tragedia che riesce a spiegare, molto più di tanti saggi, le ragioni di scelte esistenziali, culturali e politiche tanto radicali da comportare l’accettazione della morte data e subita.
Un romanzo utile per comprendere le ragioni per cui la suggestione della lotta armata riuscì a conquistare tanti adolescenti e per addentrarsi nelle cause e le modalità della lacerazione sociale più grave e amara vissuta nella storia recente del nostro paese.


Un assaggio

Alla prima tirata un pistone si era messo a picchiare contro la testata. Nonostante i frenetici cambi di marcia su un rettilineo piatto come un tavolo di biliardo, Zazzà non riusciva a spingere l’auto a più di cento chilometri l’ora. – Diocane, ce li abbiamo già sul culo! Avremmo dovuto fregare delle biciclette invece di ’sto catorcio. E adesso, eh? Inculati, ecco… diocane, fottuti come deficienti per quattro lire che non bastano neanche per l’avvocato, se non ci fanno secchi subito
Mi voltai. I carburatori della pantera ci ruggivano ai calcagni, ancora qualche secondo e la sbirraglia avrebbe aperto la danza. La sghignazzata di Mezzonaso esplose con la cadenza di una mitragliatrice sgangherata. Per un istante credetti che avesse avuto un’idea miracolosa. Ma quella degli imbecilli con l’improvviso colpo di genio è una cerchia maledettamente ristretta, inaccessibile perfino all’impeccabile curriculum di Mezzonaso che, strozzando la risata in un lamento prolungato, si voltò a guardarmi come se già si trovasse di fronte al giudice istruttore. Non so cosa abbia potuto leggere sulla mia faccia, però sentii che era veramente finita al vederlo aprire il finestrino e gettare la pistola di plastica oltre il ciglio erboso della strada. Mi vennero in mente i calli di mia madre, secondo lei gli si trasformavano in carboni ardenti ogni volta che io mi trovavo nei guai. La rividi nella sala colloqui del carcere, con il volto contratto dal pianto trattenuto. Ebbi una stretta al cuore. Di nuovo in gabbia, con una rapina sul groppo e lo scherno dei vecchi compagni di cella ai quali avevo promesso fuoco e fiamme. Per liberarmi dal nodo che mi serrava la gola aggredii Zazzà, che continuava a bestemmiare tartassando il volante di pugni. Si azzittì, ma solo per farmi pesare ancora di più la responsabilità di una catastrofe prevedibile. Comunque l’idea del colpo era stata mia, e l’unica pistola vera si trovava nella mia cintola. Cercavo disperatamente una soluzione, un’impossibile scappatoia attraverso quella distesa di campi rigorosamente seminati. Nemmeno un albero per far pisciare un cane, né il fremito d’un filo d’erba. Anche nel cielo, i brandelli di nuvole si erano immobilizzati. Stavamo vivendo l’incubo dei tre balordi in fuga che pattinano nell’assenza di movimento. La pantera continuava a tallonarci alla stessa distanza. Gli sbirri sapevano che non avremmo mai potuto raggiungere il centro abitato e, giudiziosamente, preferivano aspettare i rinforzi piuttosto che giocare agli eroi. Non avevamo scampo. A meno che… la fabbrica di conserve
A non più di tre o quattro chilometri, un pennacchio di fumo bianco si elevava pigramente verso il cielo plumbeo. Mi attaccai a quell’unico segno di vita con tutte le mie forze. Qualche anno prima avevo sacrificato le vacanze estive nella raccolta di pomodori, e ogni sera andavamo a scaricare tonnellate di sudore nelle fauci di quell’orribile prefabbricato in mezzo ai campi. Per accedere alla fabbrica bisognava raggiungere il paese e prendere la provinciale, che in quel punto correva parallela a una decina di chilometri sulla nostra destra. Però esisteva anche una scorciatoia, un viottolo tracciato dai contadini che per forza doveva sfociare in qualche punto davanti a noi. Probabilmente anche la pattuglia ne conosceva l’esistenza, ma c’era la possibilità che ignorassero l’interruzione dovuta al nuovo canale di scarico della fabbrica. Se fossimo riusciti a imboccarlo, e se c’era un santo protettore anche per i rapinatori, avremmo potuto trarli in inganno. Senza dire nulla agli altri, continuavo a scrutare la strada alla ricerca del sentiero. Improvvisamente un rumore sordo coprì gli starnuti del motore. Mezzonaso scrutò il cielo e si strinse nelle spalle come se stesse assistendo a un film già visto
– Ecco l’elicottero. Ci fermiamo a spiegargli le regole del gioco o aspettiamo che ci sparino addosso
Dal finestrino della pattuglia era spuntata la canna d’un mitra. Proprio nell’istante in cui Zazzà mollò l’acceleratore gli gridai di girare a destra
Il rumore secco di una raffica mi gelò il sangue. L’auto rimbalzava da una buca all’altra come una palla di caucciù. Grazie alla sorpresa, e al sacrificio delle sospensioni, riuscimmo a inchiodarla sul bordo del canale con un leggero vantaggio sulla pattuglia. L’elicottero si era lanciato troppo in avanti e ora effettuava un’ampia virata sulla fabbrica per ripiombarci addosso. Ci catapultammo fuori dall’auto e corremmo verso l’argine. Mezzonaso esitò davanti all’immonda schiuma giallastra che ci separava dall’altra riva. Zazzà correva a perdifiato sperando di trovare un guado più sicuro. Un’uniforme spuntò alle nostre spalle. Istantaneamente estrassi la pistola e le esplosi contro tutto il caricatore. Il poliziotto si gettò al suolo, ma ebbe il tempo di far partire una raffica. Mezzonaso cadde in ginocchio, fissando con terrore la macchia di sangue che gli si allargava sulla coscia sinistra. Lo spinsi violentemente in avanti e saltammo insieme nell’acqua putrida. Superato il panico iniziale, Mezzonaso smise di annaspare come un forsennato e si lasciò trasportare dalla corrente. Con l’intervento dell’elicottero, l’idea di requisire un’auto e lasciare la polizia con un palmo di naso sull’altra riva non aveva più senso. E una fuga attraverso la campagna inesorabilmente spoglia assomigliava alla ritirata di due scarafaggi lungo un corridoio di marmo. Quanti minuti ancora prima che le rive cominciassero a pullulare di divise?

ISBN: 88-88738-35-5
PAGINE: 160
ANNO: 2004
COLLANA: Narrativa
TEMA: Anni Settanta
Autore

Cesare Battisti

Cesare Battisti nasce nel 1954 a Latina. Viene arrestato per la prima volta nel 1974. Nel 1976 contribuisce a dar vita all’organizzazione Proletari armati per il comunismo. Nel 1979 viene nuovamente arrestato. Nel 1981 evade dal carcere. Ripara in Francia, poi a Puerto Escondido, in Messico. Ha successivamente vissuto in Francia fino al 2004. Oggetto di una richiesta di estradizione dello Stato italiano, è riparato in Brasile, dove dopo un lungo periodo detentivo gli è stato di fatto concesso un «asilo politico». Ha pubblicato in lingua francese diversi libri noir che hanno ricosso molti consensi. In lingua italiana sono stati tradotti: Travestito da uomo (Granata Press, 1992), L’orma rossa (Einaudi, 1999), Avenida Revolucion (Nuovi Mondi Edizioni, 2003). Alle sue vicende politiche e giudiziarie è dedicato il volume di autori vari: Il caso Battisti (NdA Press, 2004).
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La campagna mediatica unilaterale, e spesso menzognera, sulla vicenda di Cesare Battisti si inserisce nel più ambizioso quadro di un definitivo giudizio di criminalizzazione delle lotte dei movimenti degli anni Settanta. A questo scopo vengono negate le conseguenze sociali di una legislazione d''emergenza che perpetuandosi nei decenni successivi ha finito con l’erodere le fondamenta dello Stato di diritto.


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