L’ultimo tempo

«Un racconto di uomini e donne nell’ultimo periodo delle loro vite»

L’ultimo tempo

Racconto corale di generazioni in declino

L'ultimo tempo
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L’Italia è il paese con la popolazione più anziana di tutta l’Unione Europea. La questione dell’invecchiamento ci coinvolge collettivamente sempre di più. L’ultimo tempo affronta questo argomento ma non è un rapporto di settore, né un’analisi sociologica, e neanche un dossier statistico.
Questo libro ha soltanto l’ambizione di dare la parola ai vecchi che abitano le nostre città e percorrono le strade dei nostri quartieri, che hanno accettato di parlare di sé e hanno voluto raccontare le esistenze che conducono. Svelano così le loro reali esigenze, che sono spesso molto lontane dagli interventi che qualcuno, in un ufficio amministrativo, ha pensato per loro. A parlare sono soprattutto anziani, sia uomini che donne, residenti a Roma o nell’immediata periferia della capitale. Emerge da questa galleria di personaggi diversi, un racconto corale che fornisce dati, informa e fa ragionare.
Un utile «promemoria» per aiutare a riflettere su politiche di integrazioni credibili ed efficaci e per agevolare il lavoro di chi si trova ogni giorno a operare accanto a persone che stanno invecchiando.


Un assaggio

Nessun obiettivo. E nessuno scopo. Nessuna tesi da sostenere. Non è un’inchiesta giornalistica, facili sensazionalismi, titoli strillati e qualche copia in più nei paesi vicini
Non è una ricerca sociologica. Bisognerà pure trovare il modo di occuparli in qualche maniera, perché delle due l’una: o riformiamo la previdenza oppure li piazziamo sulle strisce pedonali davanti alle scuole. O nei parchi, con il fischietto e lo stemma del comune sul braccio. Si sentono utili, non vanno in malinconia, e poi fanno pure movimento. Ma tu hai idea di quanto le pensioni aggravino il bilancio dello Stato
Non è un rapporto di settore. Non è un’operazione furba
Solo il tentativo, sommesso e maldestro, di scimmiottare un’epoca formidabile: quando il cinema era vita, e la vita cinema. Prendevi un po’ di gente qualsiasi, tre o quattro fogli in mano: quando esci dal vicolo tu non la riconosci. Lei si accorge di te e prende a seguirti. Uno scintillante bianco e nero; che non riuscivi a capire se il cappotto era tweed o a quadretti piccoli. Le gonne erano sempre longuette, i pantaloni sfioravano appena le scarpe. In fondo, un tram col predellino aperto sgomitava tra ragazzini polvere e palazzi tutti uguali. Una voce fuori campo, a tenere il telo bianco e a illuminare le scene povere e disadorne. Senza retorica e senza enfasi. In mezzo loro, attori di un giorno. Improvvisazione e ritmo sincopato. Vecchi. Definizione stretta a chiudere pezzi di un tempo tardo. Vecchi davanti casa, la sedia girata, la schiena poggiata al muro di calce bianca, lo sguardo dritto. Le labbra si aprono e si chiudono poco. Pregano. O pensano. Che senso ha chiedere i loro ricordi? Quanti figli hanno, che mestiere facevano, da dove arrivano, cosa si aspettano? Ossessionati dall’età. Che dovrebbe spiegare tutto e che non spiega proprio nulla. Noi giovani, loro vecchi. Lo stesso errore che facciamo con i bambini. O con i giovanissimi. Come se il nostro tempo, quello di mezzo, fosse il più importante. E tutti gli altri in un’altra categoria. Più debole. Da assistere guidare condizionare. Non è mai un rapporto di uno a uno. E allora perché non lasciarli, semplicemente, parlare? Come fa chiunque di noi. Di quello che mangeremo stasera. Di dove siamo stati l’altro giorno. Dei sogni che abbiamo. Anche i vecchi sognano. Sognano ancora. Come tutti. Sognano quello che potrà essere. La prossima estate mi piacerebbe andare in Trentino. Non ci sono mai stata. Tutte le case metà in legno e metà in mattoni. E su ogni balconcino, i rossi dei gerani svizzeri. Io ci vorrei proprio andare. Davvero
Sognano quello che è già stato. I sampietrini suonavano sotto i nostri tacchi, non sentivamo la fatica della strada, braccio sotto braccio e vento gelido in faccia. Lasciamoli, soltanto, parlare. Bruciando, una volta per tutte, quella cosa che sale subito in bocca quando si tratta di vecchi. Il limite sottile che colloca noi di qua, e loro di là. Che ci dà l’impressione di sapere ogni cosa. Che spinge, pavidamente, a lavorare solo sui termini. Anziani. Terza età. Qual è la prima? E qual è la seconda? Che fa pensare a un vecchio come a una seccatura. Che serve per dare pace ai rimorsi.

ISBN: 88-88738-12-6
PAGINE: 176
ANNO: 2002
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Antropologia ed etnografia, Metropoli e spazi urbani
Autore

Francesco Pellegrino

Francesco Pellegrino (Salerno, 1979), lavora come consulente organizzativo e si è occupato a più riprese di disagio sociale. Per DeriveApprodi ha pubblicato anche Libertà estrema. Le ultime ore dell’anarchico Bruno Filippi (2004).

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