Maggio ’68 in Francia

«Un saggio storico sul Maggio ’68»

Maggio ’68 in Francia

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Questo saggio sul «Maggio ’68» – pubblicato nel luglio dello stesso anno sulla rivista «Quaderni piacentini» – è stato scritto nel bel mezzo del fuoco delle barricate parigine.
A suggellarlo come un «classico» di quell’anno è la sua lettura degli eventi del tutto in controtendenza con le categorie interpretative allora in voga nella sinistra sia istituzionale che rivoluzionaria. Infatti, gli autori, nell’analizzare e descrivere la rivolta studentesca e operaia in atto ignorarono del tutto gli schemi ideologici del marxismo-leninismo, del maoismo, dell’anarchismo ecc. Furono piuttosto le categorie «operaismo italiano», forgiate nel corso degli anni Sessanta nei laboratori delle riviste «quaderni rossi» e «classe operaia», a essere utilizzate in questo saggio nel quale si sostiene, con grande lungimiranza, che quel che sta accadendo in Francia non è che l’inizio di una rivolta generalizzata.
All’atto della sua pubblicazione il saggio destò, negli ambienti intellettuali e militanti della sinistra rivoluzionaria italiana, un vespaio di polemiche e di discussioni appunto per la sua visione eretica di quanto accaduto. Oggi, la sua riproposta editoriale nella nostra collana «Biblioteca dell’operaismo» non ha un valore di sola documentazione storica. Piuttosto essa intende contribuire al dibattito in corso sui destini strategici dei movimenti new global.
Il saggio storico prevede una presentazione teorica degli autori e il racconto del loro viaggio di andata e ritorno che si avvalse anche della partecipazione di Ruggero Savinio, figlio di Alberto Savinio e nipote di Giorgio de Chirico.


Un assaggio

Introduzione

di Sergio Bologna e Giairo Daghini

Niente Amarcord, è solo per dire com’è andata che mettiamo giù queste note, per dire quanto eravamo esaltati e quanto riuscivamo a mantenere la mente fredda. Stavamo cenando sul terrazzo della «Comune» di via Sirtori, a Milano, che è stato il luogo di tanti incroci culturali, casa di filosofi della scuola di Enzo Paci, albergo dei compagni di passaggio, sede di tante riunioni di «classe operaia» e, ancor prima, di gente dei «quaderni rossi». Dalla radiolina sul tavolo sentiamo le notizie in diretta sui primi grandi scontri al Quartiere Latino. Avvertiamo che lì si annuncia un immenso scoppio di desiderio che sta coinvolgendo tutta intera la grande città. Non avevamo per niente quello stile un po’ maniacale dei «rivoluzionari di professione». Volevamo avere una vita ricca ed eravamo convinti che anche in Occidente si potessero avviare processi di grandi modificazioni, di nuovi divenire in cui il lavoro, quello operaio e quello «di conoscenza», potesse avere più potere, più rispetto, più libertà. Decidiamo di partire. Il tempo di procurarci qualche minima copertura, una stanza. C’è già lo sciopero dei distributori in Francia. Con previdenza carichiamo sul «Maggiolino» quattro taniche piene da venti litri ciascuna. Viaggiava con noi un amico pittore di nobili tradizioni parigine: Ruggero Savinio. Al confine del Monte Bianco si passa senza controlli, «La Douane aux douaniers» c’è scritto su grandi striscioni. Cominciamo a esaltarci, ma dopo venti chilometri è il gelo nelle ossa. La Francia profonda – e così tutto il percorso fino a Parigi – restava immobile, come se nulla fosse accaduto. Alternandoci alla guida, arriviamo la sera. Da poco erano cessati i secondi grandi scontri al Quartiere Latino, qualche macchina bruciava ancora, selciato divelto, i Crs in posizione. La dimensione e l’estensione delle barricate dovevano essere notevoli, ma tutto sommato – ce ne rendemmo conto nei giorni successivi – non erano quelle le novità, le avevamo viste, magari in formato ridotto, altre volte. Certo, i parametri mentali cominciarono a ballare quando entrammo alla Sorbona trasformata in infermeria, con decine di brandine e feriti distesi, uno stuolo di giovani in camice bianco, stetoscopio al collo e qualcuno con bottiglie che spuntavano dalla tasca, interpretate subito da noi come molotov, invece erano disinfettanti.
La grandezza del maggio francese stava in quello che vedemmo nei giorni successivi, quando la maggioranza s’era fermata, gli operai cominciavano a invadere il centro e quella macchina infernale che si chiama metropoli cominciava a funzionare con altre regole, con altri ritmi. Perché continuava a vivere in un’atmosfera liberatoria, quasi di euforia, in cui tutti sembravano divenire qualcun’altro, qualcuno che fino ad allora era rimasto compresso e che ora prendeva respiro. I trasporti erano bloccati, ma la gente s’era inventata di tutto per muoversi, forse scopriva per la prima volta la città e si spostava per grandi insiemi sempre dialoganti, in una grande animazione. Dovevamo ogni giorno aggiustare i nostri schemi mentali, in fin dei conti non ci era mai capitato di vivere una situazione nella quale un’intera società spezza i ritmi, le convenzioni. Così, perché è stufa, ne ha abbastanza, vuol andare altrove dal Piano in cui l’hanno costretta, e in fondo non le importa di come andrà a finire. Certo, il fronte operaio gli obbiettivi concreti li aveva, seguiva la logica del conflitto e del negoziato, qui le cose tornavano, ma in realtà, a pensarci bene, quel che di eccezionale stava succedendo sotto i nostri occhi era qualcosa che non potevi classificare come «rivoluzione», eppure sì, lo era, era la forma contemporanea di quella cosa lì, ma che nulla aveva a che fare con quel che sapevamo del 1789 in Francia o del 1917 in Russia.
Parigi allora recava ancora i segni, il sapore, delle stagioni d’oro degli anni Venti o degli anni Cinquanta, lo studio di Ruggero in rue de l’Abbé Groult, dove dormimmo la prima settimana, sembrava un luogo rimasto uguale dai tempi di Modigliani. Ma il maggio francese e la reazione successiva chiusero per sempre quel capitolo. Da allora Parigi si è sempre più americanizzata e la Parigi esistenzialista è stata reinventata in laboratorio per le greggi turistiche. Ci gustammo anche questo, l’ultimo sprazzo di aura parigina, nella stagione delle ciliegie. Intruppati nelle manifestazioni di massa, presenti in assemblee che duravano per dei giorni, ormai non ci chiedevamo più che cosa ci fossimo venuti a fare, che progetto politico ci fossimo proposti. C’era da viverla questa stagione, e basta.
Quando De Gaulle riprende la situazione in mano e rimanda la chienlit al lavoro, torniamo in Italia e a quel punto non possiamo più sottrarci al problema di che fare di quell’esperienza. Finita la festa sì, ma il processo continua, è stata una spinta – e che spinta! – per riprendere quell’onda iniziata con le rivolte studentesche dell’autunno-inverno 1967 per farla durare il più a lungo possibile. Qui rientra in gioco il nostro «operaismo», il nostro bagaglio teorico-politico torna in primo piano rispetto all’esperienza esistenziale. Scrivere un reportage? Tracce sull’acqua. L’alternativa era quella di tentare di costruire un paradigma, il maggio francese come esemplificazione di una teoria politica, di una teoria delle dinamiche di classe, e come tale offerto alla riflessione del movimento con un preciso intento politico: spostare il suo asse dalla fase studentesca antiautoritaria e terzomondista a una fase operaia. A pensare come sono andate in seguito le cose, ci riuscimmo. La sequenza fa ancora impressione: lotte alla Pirelli nell’autunno, scioperi Fiat nell’estate del ’69, autunno caldo, Statuto dei Lavoratori nel maggio ’70.
Chi volesse capire che cosa è successo quarant’anni anni fa a Parigi deve prendere questo testo con le molle e riconoscerlo nella sua «parzialità». Un po’ di ragione ce l’avevano i nostri compagni situazionisti ad accusarlo di dogmatismo. Però, che dentro quell’evento eccezionale e multiforme ci fosse anche il filo logico che noi credemmo di trovarvi, difficilmente lo si potrà negare. Piergiorgio Bellocchio lo pubblicò nei «quaderni piacentini» (VII, n. 35, luglio 1968). Da persone come lui abbiamo imparato a guardare con distacco anche la nostra esperienza politica; senza persone come lui quella nostra esperienza non avrebbe lasciato il segno che, nel bene e nel male, ha lasciato.

ISBN: 978-88-89969-53-3
PAGINE: 96
ANNO: 2008
COLLANA: Biblioteca dell'operaismo
TEMA: Anni Settanta, Immaginari
Autori

La logistica del profitto

Sergio Bologna sul «manifesto»

Articolo pubblicato sul «manifesto»

02eco2-lavoratori-logistica-facchini-protesta Il gravissimo episodio avvenuto davanti ai magazzini di una società di logistica a Piacenza ha riportato l’attenzione sui rapporti di lavoro e sulle relazioni industriali in questo settore. Un’azienda di logistica conto terzi è composta da una struttura piuttosto snella, lo staff, la struttura amministrativa e operativa, la struttura commerciale e la mano d’opera di facchinaggio. Quest’ultima lavora esclusivamente nei magazzini ed è composta in massima parte da cooperative di soci-lavoratori, reclutati tra la forza lavoro extracomunitaria. Queste cooperative spesso non hanno un rapporto stabile, partecipano a delle gare d’appalto e, finito l’appalto, possono essere sostituite da altre. Per una ventina d’anni questo sistema è andato avanti consentendo una serie infinita di abusi e di illegalità che i pubblici poteri e gli uffici preposti al controllo delle condizioni di lavoro hanno talvolta ignorato, altre volte tollerato, altre volte tentato di contrastare ma in maniera talmente debole che la situazione rischiava di incancrenirsi. Lo stesso si può dire dei sindacati confederali e del mondo delle Coop. Poi è successo qualcosa e da qui inizia la nuova storia. Che è una storia di lento ma sicuro riscatto di questa forza lavoro. Mobilitati e poi organizzati dai sindacati di base, in particolare nel Veneto e in Emilia Romagna, ma poi anche in Lombardia, Piemonte, Lazio, i lavoratori delle cooperative hanno iniziato quello che sarebbe un normale cammino sindacale se non fosse che, dato il contesto, esso acquista il valore e il sapore di una battaglia di civiltà, per la dignità umana e per l’inclusione. Malgrado siano facilmente ricattabili, i lavoratori extracomunitari hanno risposto massicciamente, sono cominciati gli scioperi e le trattative, perché le aziende, dapprima incredule, hanno capito chi rappresentava i lavoratori e chi no. Sono stati firmati decine di accordi. Allora hanno cominciato a muoversi anche i sindacati e il mondo cooperativo. I risultati si sono visti, in alcune zone, e Piacenza è una di queste, sia i rapporti contrattuali che i salari oggi sono dignitosi. Purtroppo però quando lo scontro è su terreni così delicati, quando la catena logistica «a flusso teso» è di una fragilità incredibile, quando la redditività delle aziende è in calo, malgrado l’aumento dei volumi, pensare di stabilizzare i rapporti sindacali è difficile. La battaglia va avanti quindi e può diventare assai dura, si spera che non venga complicata da rivalità tra sigle sindacali, perché in mezzo a questa forza lavoro è inevitabile che passino anche linee di divisione per etnie, che talvolta agiscono positivamente creando forza identitaria, altre volte possono portare a spaccature. Il sindacalismo della globalizzazione postfordista ricorda molto quello dei wobblies, al di là delle leggende e dei miti che magari noi stessi abbiamo contribuito a creare, o quello dei Teamsters americani, Anni 30, che per primi capirono che in un sistema a rete c’è sempre un hub, bloccato quello si blocca tutto. Oggi le aziende di logistica, sotto la pressione dei costi e la richiesta continua di sconti da parte dei clienti, hanno un bisogno enorme di stabilità dei rapporti sindacali. Anche nel sindacalismo di base l’ideologia della «conflittualità permanente» è tramontata da un pezzo. La morte di questo padre di 5 figli rischia di rimettere in gioco molte cose.

#nonsoloconcordia. Riflessioni sulla sicurezza in mare

01-17-Costa_Concordia_Taucher_im_Treppenhaus_(Foto Guardia Costiera)

Un'ampia riflessione di Sergio Bologna sulla sicurezza in mare, a partire dalle condizioni del lavoro nel settore

Qualche giorno dopo l’incendio sulla “Norman Atlantic”, la rivista “Internazionale” mi chiese di scrivere per il loro sito un commento sull’incidente, che contenesse una breve riflessione sulla sicurezza in mare. Scrissi un testo di una pagina e mezzo circa, che si può leggere qui nell’Appendice 1. Mi limitai a parlare delle navi RoRo, sia perché la “Norman” fa parte di quella categoria, sia perché hanno, tra tutte, un’incidentalità molto elevata. Espressi l’opinione, come si può vedere, che una delle cause della scarsa sicurezza è da ascriversi alle condizioni di lavoro degli equipaggi ed alla pressione sul costo del lavoro esercitata dagli armatori, per cui anche un naviglio tecnologicamente avanzato e moderno, se gestito secondo il criterio del massimo risparmio sul costo del lavoro, può diventare insicuro. CONTINUA A LEGGERE IN PDF

Giairo Daghini

Nato nel 1934. È, assieme a Sergio Bologna, tra i principali e più prestigiosi esponenti teorici del cosiddetto «operaismo italiano». Filosofo e urbanista, ha insegnato presso importanti università europee.

Sergio Bologna

Sergio Bologna (Trieste, 1937) ha insegnato in varie Università, in Italia e in Germania. Si è occupato di storia del movimento operaio, ha partecipato alla fondazione di riviste quali «Classe operaia» e «Primo Maggio». Espulso dall’Università, ha scelto di fare il consulente e in questa veste è stato coordinatore del settore merci del Piano Generale dei Trasporti e della Logistica (1998-2000), membro del Comitato scientifico per il Piano Nazionale della Logistica (2010-2012) ed esperto del CNEL sui problemi marittimo-portuali.

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