Marte oltre Marte

«Il primo libro sulla newspace: La forma della new economy post-global»

Marte oltre Marte

L’era del capitalismo multiplanetario

Marte oltre Marte
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Su in alto, oltre la biosfera, c’è vita! Ma essa ricalca sempre più, nella forma e nelle consuetudini, quella terrestre. Analizzando i fenomeni d’accesso delle imprese private allo spazio extra-atmosferico, i trattati internazionali che salvaguardano gli interessi economici oltre la troposfera, nonché l’ingegnerizzazione di una specifica forza lavoro, emerge la forma della new economy spaziale, post-globale: il NewSpace. Esso è caratterizzato da innovazioni in campo tecnologico che rendono oggi possibile un capitalismo di tipo multiplanetario, attratto dalle risorse allocate su altri corpi celesti.
Questo ciclo del capitale si accompagna con propri, specifici, set culturali che vanno dalla dimensione della biologia cosmica come generale terreno del conflitto, all’esobiologia come incubatrice biopolitica, passando per la terraformazione come tattica d’espansione.
Il contesto di studi di matrice sociale, antropologica e di costruzione sociale della tecnologia, relativo allo sviluppo della space economy transita, in questa analisi, per la rielaborazione di concetti come Antropocene e Transumanesimo.
Inoltre definendo un nuovo ciclo del capitale il libro individua un repertorio di nodi cosmopolitici, tanto per ciò che riguarda l’approccio critico quanto per ciò che concerne lo sviluppo di mondi possibili.

 


Un assaggio

Bioingegneria e biologia di sintesi: il Transumanesimo

L’Antropocene mappa inconsapevolmente lo scenario ambientale in cui si attua il principio d’introversione della terraformazione. Sul nostro pianeta stiamo attualmente sperimentando quel massiccio incremento di gas serra che in futuro renderà abitabile Marte restituendogli, almeno in parte, un’atmosfera densa, necessaria allo sviluppo di vita autoctona. Ma non è ancora abbastanza, perché se la forma che sta assumendo il nostro habitat inizia con chiarezza a delinearsi,  ancora sfocati rimangono i contorni del corpo, della forza lavoro, che questo ambiente multiplanetario dovrà popolare e consumare.
Anche a patto di escogitare la migliore delle terraformazioni possibili, essa non sarà mai in grado di riproporre la zona di comfort sperimentata dagli esseri umani  sul pianeta Terra; e ciò nonostante non possiamo non dirci esseri biopolitici. Così ambientalmente il terraforming necessiterà di ulteriori concessioni, ulteriori dilazioni, in quel campo già estremamente flessibile che è la zona abitabile. Come abbiamo visto l’ampiezza della zona abitabile è in interdipendenza col fitness  della nicchia ecologica che la popola. Accertata una delle due, l’altra è derivabile.
Avendo delineato i contorni dell’ambiente possiamo, quindi, iniziare a intravedere per il corpo delle linee di tendenza circa la sua ecologia. Anzi per meglio dire, questa procedura di deduzione dovrebbe costituire una sorta di prova del nove su quanto finora sostenuto. Così se ci andiamo a guardare cosa l’esobiologia intende per zona abitabile nel nostro sistema solare, scopriamo che essa è già una fascia che s’estende da Venere a Marte con il pianeta Terra, ovviamente, proprio al suo centro. In ultima analisi, si tratta di un intorno considerato zona di comfort per la biologia terrestre.
Accertata quindi la zona abitabile, verificate le dilazioni ritenute accettabili per la sua estensibilità, mi pongo ora la seguente domanda: quali caratteristiche dovrà possedere la forza lavoro multiplanetaria?
Una risposta ce la fornisce una pellicola del 2018 dal titolo The Titan, brutto film di fantascienza che centra perfettamente, però, la questione sopra esposta: un film davvero biopolitico. Alla vigilia della colonizzazione di Titano, luna di Saturno, l’agenzia spaziale invece di optare per una complicatissima terraformazione del pianeta decide di trasformare gli astronauti colonizzatori in super organismi estremofili, capaci di affrontare in modo più naturale le insidie del pianeta alieno. In un breve monologo il capo scientifico della missione, Professor Martin Collingwood, afferma: «non servirà più cercare di rimodellare i pianeti a nostra immagine. Basterà evolvere l’umanità verso le stelle. Immaginate: con alcuni piccoli miglioramenti potremo respirare quell’aria, nuotare in quelle acque e sopravvivere al freddo. Forse Titano, potrebbe diventare casa nostra».
Ma la domanda richiedeva uno sforzo immaginativo troppo grande e per questo non potevo non rivolgermi alla fantascienza. Quindi, almeno per il momento, poniamoci una domanda più alla nostra portata. Quali differenze intercorrono tra la forza lavoro monoplanetaria e quella multiplanetaria?
Stiamo iniziando a scoprirlo grazie alla medicina spaziale ma sopratutto abbiamo intrapreso uno specifico esperimento per saperne di più.
Nel 2015 l’astronauta Scott Joseph Kelly ha raggiunto la Iss per risiedervi un intero anno mentre il fratello gemello Mark Kelly è rimasto stabilmente sul pianeta Terra come soggetto di controllo. L’esperimento si è tenuto nell’ambito del programma Human research program (Hrp) della Nasa, un settore dedicato «to discovering the best methods and technologies to support safe, productive human space travel». L’esperimento dei gemelli si è concluso nel 2016 e ha avuto lo  scopo di studiare gli effetti della permanenza nello spazio sul corpo umano, con la possibilità di paragonare a fine missione, i parametri biologici di Scott con quelli del fratello rimasto sulla Terra.
Le conclusioni sono ancora al vaglio degli investigatori genomici, ma in questa fase intermedia dello screening il genetista e biochimico Christopher Mason, che abbiamo già incontrato nelle pagine precedenti, ha compiuto delle interessanti scoperte individuando almeno cinque biological pathways (una serie d’interazioni tra molecole contenute in una cellula che ne determinano un mutamento): ipossia dovuta a carenza di ossigeno ed esposizione ad alti livelli di Co2; stress mitocondriale e aumento dei mitocondri nel sangue che indicano danni alle cellule; allungamento dei telomeri, danni e riparazioni al Dna a causa della restrizione calorica e degli effetti delle radiazioni cosmiche; collagene, coagulazione del sangue e formazione di tessuto osseo a causa di spostamenti di fluidi e gravità zero; attività immunitaria iperattiva. Mentre il 93% di queste espressioni genetiche sono tornate normali con il ritorno sul pianeta Terra, il 7% di esse è rimasto alterato. Questo subset di geni ha preso il nome di «space genes». Intervistato alla National public radio Mason ha affermato: «If 7% of your Dna change, you would potentially even be a different species».

ISBN: 978-88-6548-283-4
PAGINE: 180
ANNO: 2019
COLLANA: FuoriFuoco
TEMA: -
Autore

Cobol Pongide

è scienziato, ufociclista e musicista. Lavora nel campo delle tecniche di mappatura alternativa dello spazio, del cicloattivismo e della definizione dello spazio extra-atmosferico come terreno di conflitto. Con Daniele Vazquez cura dal 2016 il convegno periodico Mars Beyond Mars e con lo stesso ha pubblicato Ufociclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile (2018)
RASSEGNA STAMPA

«Marte oltre Marte» su @PULP Libri

Qui la recensione di Fabio Malagnini.

«Marte oltre Marte» su @L’Indro

Qui la segnalazione del libro nell'articolo di Enrico Ferrone.

«Marte oltre Marte» su @Jacobin Italia

Qui la segnalazione del libro nell'articolo di Elisa Albanesi.

«Marte oltre Marte» su @il manifesto

Qui la recensione di Benedetto Vecchi.

«Marte oltre Marte» su @corriere.it

Qui la recensione di Flavio Vanetti.

«Marte oltre Marte» su @Quaderni d'altri tempi

Qui la recensione di Valerio Pellegrini.

«Marte oltre Marte» su @Carmilla

Qui la recensione di Sandro Moiso.