Mi fletto ma non mi piego

Mi fletto ma non mi piego

Come orientarsi nella giungla della flessibilità

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Tutto quello che bisogna sapere per muoversi nella giungla dei nuovi contratto di lavoro. Patto sociale, collaborazioni coordinate continuative, contratti atipici, partite Iva. Le informazioni e gli indirizzi che è necessario ricordare per non farsi cogliere impreparati dalla «fine della civiltà del lavoro». Un manuale di controinformazione, strumento indispensabile per difendersi e per difendere chi si trova nei segmenti di lavoro più subordinati e precari. Utile per tutte le forme di lavoro, anche per quelle accompagnate da immaginari positivi che non sempre trovano un riscontro nella realtà della prestazione lavorativa.
Andrea Fumagalli – Prefazione: Flessibilità se la conosci la eviti.
L’accordo tra le parti – La norma giuridica – Tipologie di contratto – Contratti di lavoro subordinato – Contratto di lavoro autonomo o non subordinato – Situazioni particolari – Breve scheda sulla struttura occupazionale in Italia.


Un assaggio

Che gli ultimi vent’anni siano stati teatro di trasformazioni strutturali nel mondo della produzione e del lavoro è oramai un fatto comunemente accettato. Che tali trasformazioni abbiano avuto effetti notevoli anche sulla percezione soggettiva della realtà economica e sociale è invece assai meno scontato. Non solo si sono modificate le condizioni di lavoro ma anche le forme del lavoro e le modalità della rappresentazione del lavoro. Questo libro di controinformazione intende ripercorrere brevemente queste trasformazioni, con particolare riferimento alle mutazioni del mondo del lavoro e alle forme di erogazione del lavoro
Esiste oggi un’ideologia del “post-fordismo”, dove il termine post-fordismo assume una valenza talmente ampia da perdere di significato, come normalmente accade a tutto ciò che si definisce per negazione di un qualcosaltro. Con questo termine infatti si intende un costrutto teorico che in vario modo descrive il nuovo assetto tecnico-istituzionale che governa lo sviluppo capitalistico contemporaneo. L’uso e l’abuso di questo termine ha portato spesso ad un utilizzo improprio del concetto che vi è sotteso, generando elevati livelli di ambiguità e confusione. In questa sede, non si vuole entrare nel merito della questione; è sufficiente far notare come non sia possibile oggi definire in modo univoco il nuovo paradigma socio-economico dominante così come era stato possibile farlo nel periodo del dopoguerra con il termine fordismo, per il semplice fatto che non è possibile individuare un unico ed omogeneo paradigma lungo il quale impostare l’interpretazione e l’analisi delle sue caratteristiche strutturali. Oggi siamo di fronte ad un elevato processo di scomposizione e frammentazione di tutto ciò che concorre a definire la sfera produttiva, economica, sociale e spaziale: non siamo di fronte ad una realtà in grado di essere descritta in modo univoco e omogeneo a seconda del punto di vista considerato, bensì ad una pluralità di situazioni che sono irriducibili all’uno
Ne consegue che si modificano anche i cardini tradizionali della rappresentatività, sia per quanto riguarda l’analisi politica che quella economica: così come perde di validità esplicativa e descrittiva l’uso di categorie uniche per indicare il lavoratore rappresentativo, l’imprenditore rappresentativo o l’impresa rappresentativa, altrettanto perde di significato parlare di soggettività definibili in modo univoco per il ruolo che dovrebbero e potrebbero assumere
I processi di scomposizione e ricomposizione sociale e degli interessi economici sono dunque i perni intorno ai quali è necessario attirare l’attenzione e sui quali si innestano le possibilità future di conflitto, tenendo comunque presente che sono possibili e doverosi percorsi diversi ma non per questo fra loro contradditori
Uno degli ambiti nel quale risulta maggiormente manifesto tale processo di scomposizione di figure e soggettività consolidate è quello del mondo del lavoro ed, in particolare, delle forme della flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro.

ISBN: 88-87423-28-8
PAGINE: 120
ANNO: 2002
COLLANA: Map
TEMA: -
Autori

Una scuola davvero speciale

Campagna DeriveApprodi per gli insegnanti

chinoise Era uno speciale da più di un anno, e non solo per quanto riguardava i geni deformi che portava in sé. Più grave ancora era il fatto che non avesse superato l’esame per il livello minimo consentito delle facoltà mentali, il che lo rendeva – secondo il gergo popolare – un cervello di gallina. Su di lui era calato il disprezzo di tre pianeti. Comunque, nonostante tutto, sopravviveva. Gli annunci, rivolti ai normali che erano rimasti sulla Terra, lo atterrivano. Lo informavano in un’interminabile sequela di modi diversi che lui, uno speciale, non era gradito. Non era di alcuna utilità. Non poteva, nemmeno se l’avesse voluto,emigrare. E allora, perché ascoltarli? Si impicchino loro e la loro colonizzazione:spero che anche lassù scoppi una guerra e che si riducano come qui sulla Terra. E che tutti quelli che sono emigrati si ritrovino speciali.

Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

La scuola è il luogo dove la produzione di acronimi è impressionante. Entrano così, di soppiatto, prima con qualche circolare, poi con qualche legge. Si diffondono nel linguaggio degli insegnanti, delle famiglie. Neuropsichiatri infantili e psicologi ci vanno a nozze. E ti ritrovi a compilare moduli di piani didattici personalizzati senza capire di cosa si sta parlando e a quali logiche rispondono. È il caso del termine Bes, bisogni educativi speciali, in uso ormai già da qualche anno. Ma cosa sono questi bisogni educativi speciali? Secondo la definizione inglese di Special educational needs, il bambino ha un bisogno educativo speciale se ha una difficoltà nell’apprendimento o una disabilità le quali richiedano risorse speciali; se, in sostanza, esiste una difficoltà significativa nel bambino che non gli permette di apprendere come  i compagni della stessa età. È da sottolineare innanzitutto l’accentuarsi in modo negativo dell’impianto teorico culturale che già guidava precedentemente la scuola italiana in materia della presunta integrazione. Al termine “difficoltà specifica” - che almeno in qualche modo poneva l’attenzione su un elemento circostanziato e particolare del soggetto - ora si sostituiscono i termini  “bisogni” e “speciali” che indicano il primo un fattore di dipendenza, il secondo una caratteristica di specie, sottolineando un qualcosa di differente, insolito, anormale rispetto agli altri. Evidentemente qualcosa è cambiata sul serio: la definizione dei Bisogni educativi speciali fa il paio con il nuovo sistema di classificazione Icf adottato dall’Organizzazione mondiale della Sanità nel 2001 che ha un approccio descrittivo funzionalista, bio-psico-sociale, con nessun compito eziologico o riferimento diagnostico. Quindi qualunque “non funzionalità” del soggetto sul piano sociale, relazionale o altro, è da catalogare. Ci troviamo di fronte ad una infinita classificazione di ogni forma di soggettivizzazione: Dva(portatori di handicap), Dsa(disturbi specifici di apprendimento), Bes(bisogni educativi speciali) detti di terza fascia perché, poveri loro, non possono neanche aspirare ad una certificazione, Nai(studenti di nuova emigrazione) e così via, che ricorda le classificazioni carcerarie o le peggiori istituzioni totali. Allora sorge una preoccupazione legittima: uno spettro s’aggira nella scuola, lo spettro della medicalizzazione. È un’ossessione scientista che guarda alla funzione formativa ed educativa attraverso la lente della diagnosi clinica, delle note psico-comportamentali, distorcendo la relazione educativa, relegandola al ruolo improprio del “curare”, in realtà non “prendendosi cura” di nessuno, anche perché il tutto, ovviamente, senza alcuna risorsa e a costo zero. Nella formazione classi o all’arrivo in corso d’anno di un alunno, la domanda non è più cosa sa, cosa sa fare, ma cosa ha, intendendo implicitamente di che cosa soffre, quasi a capire in quale reparto bisogna assegnarlo. È la fine di qualsiasi funzione pedagogica, la quale, per dirla con Ernst Bloch, se non ha nel suo agire un’utopia concreta, una liberazione, non può raggiungere alcun risultato. Questa ossessione scientista insieme all’idea di scuola, tanto cara ai fautori del neoliberismo, che pone come unica dimensione pedagogica un’educazione alla competitività, all’individualismo sgomitante, determina un’esclusione sociale paurosa dalla domanda di istruzione. Altro che integrazione. Va da sé che in questo quadro le disuguaglianze sociali, culturali, esistenziali riprendono ad assumere una pregnanza fortissima determinando un classismo senza precedenti. Licenziamo dalla scuola media un numero rilevante di alunni “speciali”, i quali si sommano, ovviamente, nei corsi e negli istituti professionali, non certo nei licei. Merito e competizione sono ormai i leitmotiv delle riforme dei vari governi, che, specie nel perdurare delle crisi, propinano la falsa vulgata secondo la quale la disoccupazione cresce per il mancato incontro tra formazione e impiego, per l’inadeguatezza tra scuola e mercato del lavoro. C’è da considerare se in quella inadeguatezza, non ci sia per la scuola la sua possibilità di salvezza. La scuola è soverchiata da criticità che investono l’intera società, certamente l’insegnamento deve interrogarsi sul senso del proprio orizzonte e il processo didattico reinventarsi,  ma si ha la sensazione che Socrate e Agatone siano ingabbiati dentro un sistema che frantuma ogni forma di sapere. Ci vorrà di più della sola ridefinizione del loro rapporto. Anche perché ci si trova dinnanzi ad un sistema che assomiglia ad uno di quei saloon del far west dove mentre tutto va in pezzi sotto i colpi degli spari, il pianista continua a suonare: si continua a parlare di integrazione, di inclusione di soggetti che costituiscono ormai numericamente la maggioranza nelle classi; a somministrare prove invalsi per stabilire il livello di preparazione di un fantomatico alunno standard che non esiste; ad avere un’acquiescenza colpevole di famiglie e operatori; a compilare schede e moduli infiniti, scacciando l’idea dell’inutilità di una siffatta istituzione e lo spettro di una sua implosione. Speriamo che prima o poi si spari anche sul pianista.

Tommaso Spazzali

Tommaso Spazzali lavora nel settore della comunicazione informatica ed è membro del Collettivo precari via dei Transiti di Milano Gino Tedesco è insegnante e formatore. Ha collaborato con la rivista «Altreragioni» ed è attivo come sindacalista di base.

Gino Tedesco

Tommaso Spazzali lavora nel settore della comunicazione informatica ed è membro del Collettivo precari via dei Transiti di Milano Gino Tedesco è insegnante e formatore. Ha collaborato con la rivista «Altreragioni» ed è attivo come sindacalista di base.