Modernità del conflitto

«un nuovo senso comune “antagonista” nella lotta di classe»

Modernità del conflitto

Saggio sulla critica marxiana del socialismo

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La «sinistra critica» ha alimentato l’idea che il tempo della lotta di classe sia trascorso. «Fine del lavoro» e «sinistra sociale»; «obsolescenza del partito e del sindacato» e «costruzione di reti solidaristiche»; «esaurimento del conflitto politico» e «produzione di società».
Sulla base di questi presupposti, un nuovo senso comune “antagonista” proclama che l’unica speranza di salvezza risiede nell'”esodo” dalla politica, nella “disarticolazione” delle organizzazioni del movimento operaio, nell’ «ascolto del disagio».
Questo libro sostiene il contrario. Mai come oggi il lavoro salariato è stato al centro del meccanismo della riproduzione; mai il conflitto tra capitale e lavoro ha rappresentato, con maggiore evidenza, il terreno decisivo per la ricostruzione del movimento di classe; mai è apparsa più nitida la necessità di insediarsi nel cuore dello sviluppo capitalistico per farne esplodere le contraddizioni e per realizzarne le potenzialità progressive, immanenti al tendenziale coinvolgimento dell’intero corpo sociale nel processo di accumulazione. Lungi dal costituire l’ultimo ritrovato della scienza critica, il «rivoluzionarismo» che punta alla «disorganizzazione» del conflitto si rivela erede del «socialismo dottrinario» contro cui centocinquant’anni fa gli autori del Manifesto comunista ingaggiarono una intransigente polemica teorica.


Un assaggio

Quando si dice fine del progresso o dello sviluppo oppure, nella vulgata più banale, fine del lavoro e della storia; quando si coniano neologismi prefissando il post- (in tema di sistemi produttivi e di rapporti tra fabbrica e società; sul piano delle analisi ideologiche o di quelle immediatamente filosofico-storiche); quando si celebrano le virtù dell’origine o la morte delle “grandi narrazioni”, di nient’altro si parla, in ogni caso, che del senso storico e politico della modernità e dei tempi della sua vicenda. Suggerendo che questa si è esaurita e salutandone il più delle volte il presunto tramonto come una liberazione, quasi che ne debba obbligatoriamente sortire la instaurazione (restaurazione) di “nuove”, più “alte” e “naturali” forme di vita. Si tratta, non è superfluo sottolinearlo, di affermazioni a dir poco opinabili. Appare discutibile la prima, nella misura in cui per modernità si intenda – con un autore non sospettabile di intenti apologetici – un’epoca connotata dall'”eclissi dell’autorità sacrale e personale” e dall'”affermazione della grande industria, della cultura scientifica e di un apparato statale centralizzato”. E sembra semplicemente sconsiderata la seconda, dal momento che il procedere della modernità – proprio la crescita di quel “particolare tipo di civiltà” che dopo Marx chiamiamo capitalistica e borghese – ha comportato e comporta tuttavia, con i suoi orrori e le sue devastazioni, lo sviluppo dell’autonomia individuale, della mobilità sociale, della capacità riflessiva e della razionalità. Cioè di aspetti in sé progressivi, che tali rimangono a dispetto della violenza che ne connota le manifestazioni e benché nulla mai ne garantisca in partenza il buon uso. Senonché queste vedute a sinistra oggi appaiono inaudite, vieti ripiegamenti su mitologie illuministiche, testimonianze di indifferenza verso gli allarmi per i rischi corsi dall’ecosistema planetario. E, quel che è peggio, segni di sordità nei confronti delle grida di disperazione che salgono dalle megalopoli del terzo mondo e dalle stesse periferie della metropoli capitalistica, dalle masse di miseri costretti a migrare, dai nuovi schiavi, dalle vittime delle guerre e dei genocidi. L’esperienza del male che si accompagna al progresso alimenta il rimpianto per un passato immaginario e nutre la certezza che l’esaurirsi della modernità comporti (comporterebbe) ad ogni modo un guadagno. Ciò senza che nemmeno ci si chieda se la contraddittorietà del movimento storico non sia propria di ogni epoca, conseguendo alla relativa autonomia del genere umano dall’istinto. Senza che ci si avveda di quanto formidabile sia l'”attività prometeica” necessaria alla realizzazione di quella “armonia tra l’uomo e la natura” che tante utopie antimoderne pretendono da sempre virtualmente “esistente”. E senza che ci si curi del paradosso di una condanna del progresso sorretta dall’aspettativa di progressi ulteriori né della inconseguenza di una protesta contro la modernità in nome di valori – il rispetto della persona e dell’ambiente, la sicurezza individuale, il bene collettivo – che ne sono frutto. Così altri sono i convincimenti prevalenti, gli unici che appaiano rispettosi delle sofferenze generate dallo sviluppo. La fine del ventesimo secolo recupera, come si diceva, le critiche “radicali” della modernizzazione che nella prima metà del diciannovesimo ne accompagnarono gli esordi. Cambiano i nomi, non le ragioni che li chiamano in causa. Per questo non sembra un buon consiglio quello di lasciare cadere come anticaglie le “impietose critiche” di Marx ed Engels verso i “socialismi” del loro tempo.

ISBN: 88-87423-20-2
PAGINE: 176
ANNO: 2002
COLLANA: I libri di DeriveApprodi
TEMA: Economia e lavoro, Filosofia
Autore

Alberto Burgio

Alberto Burgio
Alberto Burgio (1955) è professore ordinario presso il Dipartimento di filosofia dell'Università di Bologna, dove insegna Storia della filosofia. Ha studiato il pensiero politico tra Settecento e Novecento e la storia delle ideologie razziste. È stato deputato nella XV legislatura repubblicana. Fa parte del comitato scientifico della collana "Labirinti" di DeriveApprodi.

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